Pino Bicchielli*
Le leggi elettorali si giudicano sempre dopo il voto. Ma una buona legge elettorale si riconosce già prima: è quella che consente agli elettori di comprendere l’effetto della propria scelta, riduce l’incertezza e prova a garantire governi stabili senza sacrificare la rappresentanza. È questa la direzione della riforma approvata in prima lettura dalla Camera. Un testo che persegue l’obiettivo della stabilità e introduce un chiaro indirizzo politico attraverso l’indicazione del candidato alla Presidenza del Consiglio, naturalmente nel pieno rispetto delle prerogative del Capo dello Stato. Molti descrivono questa riforma come maggioritaria. In realtà è una legge a base proporzionale. I seggi vengono distribuiti proporzionalmente e il premio di governabilità interviene soltanto quando una lista o una coalizione raggiunge almeno il 42 per cento dei voti validi sia alla Camera sia al Senato. In quel caso viene attribuito un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Se la soglia non viene raggiunta anche in uno solo dei due rami del Parlamento, il premio non scatta e tutti i seggi vengono assegnati proporzionalmente. Non vi è dunque alcuna maggioranza regalata. C’è, invece, un incentivo a costruire prima delle elezioni coalizioni credibili, fondate su un programma comune, una leadership riconoscibile e una responsabilità condivisa davanti agli italiani. Chi chiede di governare deve presentarsi unito agli elettori e conquistarne un consenso ampio. È un equilibrio ragionevole tra rappresentanza e governabilità. Il proporzionale non è una soluzione estranea alla struttura del sistema politico italiano. Molte critiche rivolte alla riforma sembrano, piuttosto, il riflesso delle convenienze immediate dei partiti. Del resto, chi oggi denuncia presunte distorsioni dovrebbe ricordare quelle ben più evidenti prodotte da precedenti sistemi elettorali, quando differenze minime nei voti determinarono enormi squilibri nella distribuzione dei seggi. Un altro elemento qualificante è la norma antiframmentazione, approvata grazie a un emendamento di Forza Italia. Le soglie restano fissate al 10 per cento per le coalizioni e al 3 per cento per le liste, ma all’interno di ciascuna coalizione potrà essere recuperata soltanto la prima lista rimasta al di sotto del 3 per cento. È una regola che tutela la rappresentanza senza incoraggiare la proliferazione di sigle nate esclusivamente per aumentare il proprio potere contrattuale. Si valorizzano così le forze politiche radicate e si scoraggia la moltiplicazione di micro-partiti più influenti nei tavoli delle trattative che nelle urne.Di grande rilievo è anche l’introduzione del voto per i fuori sede, una battaglia sostenuta con convinzione dai movimenti giovanili dei partiti di centrodestra. Studenti, lavoratori e cittadini temporaneamente domiciliati lontano dal Comune di residenza potranno finalmente esercitare il proprio diritto senza affrontare viaggi onerosi o, in molti casi, impossibili. È una misura di civiltà, che allarga la partecipazione democratica e rimuove una discriminazione non più accettabile.Ora il testo passa al Senato dove si tornerà a discutere di alcune tecnicalità come le preferenze, ma il punto di fondo non deve essere smarrito: l’Italia ha bisogno di una legge capace di assicurare rappresentanza e stabilità. Una legge, dunque, per decidere chi governa. Non per galleggiare.
*Vice responsabile nazionale Enti Locali Forza Italia
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