Luigi Snichelotto
Ogni epoca costruisce i propri miti, le proprie certezze e inevitabilmente, i propri conformismi e si convince di essere arrivata al punto più alto della civiltà. È una convinzione antica quanto l’uomo stesso. Ogni generazione crede di aver finalmente compreso il mondo, salvo poi scoprire che il dubbio sopravvive sempre alle certezze. Eppure, osservando il lungo cammino dell’umanità, appare difficile sostenere che il progresso materiale abbia sempre coinciso con un autentico progresso morale. Le riflessioni che seguono non hanno alcuna pretesa di insegnare, né tantomeno di indicare verità assolute. Nascono piuttosto dall’esperienza e dall’esplorazione di una vita trascorsa ad osservare uomini, organizzazioni, istituzioni e popoli diversi, accumulando più domande che certezze. Se dovessimo definirci, direi, con tutta l’umiltà possibile, di essere, tutti noi, il prodotto di una formazione che ci ha insegnato a considerare il pensiero libero come privilegio, mentre, al contrario, dovrebbe instillarci il dovere del pensiero divergente, se necessario. Forse è proprio questa impostazione ad averci resi, talvolta, uomini e donne controcorrente, in qualche modo scomodi. Non per spirito di contraddizione, ma perché non abbiamo mai sentito il bisogno di cercare il consenso preventivo degli altri prima di formulare un’opinione. Tanti di noi, hanno ritenuto che ciascuno debba assumersi la responsabilità delle proprie idee, senza cercare rifugio nella forza del gruppo, nell’anonimato o nella protezione offerta dal potente di turno. Viviamo, tuttavia, in una società nella quale il consenso sembra avere progressivamente sostituito la ricerca della verità. L’approvazione immediata viene spesso preferita alla riflessione; la convenienza personale alla coerenza; l’omologazione alla libertà di giudizio. In questo scenario, il dissenso educato e motivato viene facilmente interpretato come fastidio, mentre l’accondiscendenza diventa, troppo spesso, la via più semplice verso il successo, il riconoscimento o il mantenimento di posizioni acquisite. È un fenomeno che attraversa ogni ambito della vita sociale: la politica, l’economia, l’informazione, le organizzazioni, persino le relazioni personali. La figura del cortigiano, che sembrava appartenere ai manuali di storia, continua invece a ripresentarsi sotto forme nuove, più sofisticate, ma non meno pericolose. Cambiano i linguaggi, cambiano gli strumenti, ma resta immutata la tentazione di sostituire il merito con la compiacenza e la competenza con la fedeltà personale. Essere indipendenti, soprattutto sul piano intellettuale, comporta inevitabilmente un prezzo. Significa accettare il rischio dell’incomprensione, della solitudine e, talvolta, persino dell’emarginazione. Significa rinunciare alla rassicurante tranquillità del pensiero dominante per affrontare l’incertezza del dubbio. Ma proprio il dubbio rappresenta, a mio giudizio, la più alta forma di rispetto verso la complessità della realtà. Chi dubita continua a studiare. Continua ad ascoltare. Continua a correggersi. Chi invece è convinto di possedere tutte le risposte smette, quasi sempre, di cercarle. Sono cresciuto in un’Italia che usciva lentamente dalle ferite della guerra. Una generazione educata al sacrificio, alla responsabilità, al rispetto della parola data e al valore del lavoro. Erano anni difficili, ma ricchi di speranza. Si guardava al futuro con fiducia, convinti che l’impegno personale potesse davvero migliorare la propria condizione e contribuire al bene comune. Oggi mi domando, senza alcuna nostalgia sterile, che cosa sia cambiato. Perché una società che dispone di livelli di istruzione, conoscenza e tecnologie impensabili solo pochi decenni fa sembra, in molti casi, più fragile, più impaziente e più incline alla semplificazione di quanto non fosse quella dei nostri padri. Forse abbiamo moltiplicato le informazioni senza aumentare la capacità di comprenderle. Abbiamo accelerato la comunicazione senza migliorare il dialogo. Abbiamo costruito strumenti straordinari, ma non sempre abbiamo saputo rafforzare la coscienza di chi li utilizza. La storia continua a riproporci le stesse domande. Pietro Metastasio scriveva che «non è vero che la guerra sia il peggiore di tutti i mali», ricordandoci che esistono tragedie morali capaci di precedere perfino i conflitti armati. Giuseppe Tomasi di Lampedusa ci consegnò, invece, una delle più amare riflessioni sulla natura del potere: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.» Due frasi lontane nel tempo, ma unite dalla medesima consapevolezza: l’uomo cambia spesso le forme, molto più raramente la sostanza. Ed eccoci oggi davanti alla nuova frontiera rappresentata dall’Intelligenza Artificiale. Una rivoluzione destinata a modificare il lavoro, la conoscenza, la medicina, l’economia e, probabilmente, la stessa organizzazione della società. Sarebbe ingenuo temerla in quanto tale, così come sarebbe irresponsabile considerarla la soluzione automatica di tutti i problemi dell’umanità. L’Intelligenza Artificiale potrebbe diventare il più straordinario strumento di emancipazione della conoscenza oppure il più potente moltiplicatore delle disuguaglianze. Come ogni tecnologia, non possiede un destino proprio: eredita quello degli uomini che la progettano, la governano e la utilizzano. Essa riflette, amplifica e organizza ciò che l’uomo le affida. Potrà contribuire a costruire una civiltà più giusta oppure accentuare propensioni alla manipolazione ed alla concentrazione del potere, da parte di esseri umani meno forniti di etica e/o morale. Il rischio c’é ed é presente sempre e comunque! Molto dipenderà non dalla qualità delle macchine, ma dalla qualità etica degli uomini chiamati a governarle. Per questa ragione continuo a credere che il vero patrimonio dell’umanità non sia costituito esclusivamente dalla conoscenza accumulata, bensì dalla capacità di esercitare un pensiero libero, responsabile e critico. Nessun algoritmo potrà sostituire il coraggio della coscienza, la dignità della responsabilità personale o il valore del dubbio. Forse il futuro non sarà soltanto un’evoluzione tecnologica. Sarà, prima di tutto, una prova di maturità morale. E allora la domanda decisiva non sarà se riusciremo a costruire macchine sempre più intelligenti, ma se sapremo restare uomini sufficientemente saggi da utilizzarle senza rinunciare alla nostra libertà interiore. Se davvero dovessi lasciare un’unica eredità ideale alle generazioni che verranno, non sarebbe una certezza, ma un metodo, forse banale ed abusato perché alla radice del pensiero razionale: non smettete mai di porvi domande. Perché ogni civiltà cresce quando coltiva il dubbio, mentre comincia lentamente a decadere nel momento in cui trasforma le proprie opinioni in dogmi. Forse è proprio questa, oggi, la forma più autentica della libertà: conservare il coraggio di pensare con la propria testa, rispettando quella degli altri, senza mai smettere di cercare la verità, pur sapendo che nessuno potrà mai possederla interamente. Ogni volta che un uomo si convince di essere l’unico depositario della verità, nasce il primo seme di ogni possibile tirannide. Infine, se il dubbio rappresentasse la condizione necessaria della libertà, allora la domanda dalla quale dovrebbe ripartire ogni uomo non è quanto sappia, ma quanto sia ancora disposto a mettere in discussione ciò che crede di sapere!
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