La “vocalità” della scuola strumentale napoletana

di Olga Chieffi

Ritorna Francesco Nicolosi ai “Concerti d’Estate di Villa Guariglia” giunti alla vigilia del trentennale, firmati da Antonia Willburger. Torna stasera alle ore 21, in Villa Comunale, a Vietri e lo fa assieme allo scrittore Maurizio De Giovanni e al soprano Juliette Di Bello, per affermare, ancora una volta la vocalità, l’attenzione alla bellezza del suono, al virtuosismo spinto e all’agogica, intesa quale cantare nel vero senso della parola, tutto ciò che è nello spartito, sia nello strumentale, che nel canto, quanto nel testo. A Maurizio de Giovanni, toccherà schizzare il diciannovenne Vincenzo Bellini, che viene a studiare al Real Collegio di Musica di San Sebastiano, con una borsa di studio e una supplica, alla scuola di Giacomo Tritto e Nicola Zingarelli, mentre al soprano, evocare la melodia belliniana quel “belcanto” che ancora oggi è patrimonio della scuola napoletana. Travel, viaggio, e travail, il travaglio del parto, hanno in inglese la stessa radice. Patimento e vita nuova, nella medesima esperienza, scelta di libertà. La libertà è occasione e scelta. La sua concretezza sta nel suo essere insieme logica e patica, sempre progettante per quanto definita dal limite esistenziale. Perciò il “logos” non soltanto è pensiero, ma pensiero vissuto. E l’iniziativa etica come sforzo di vita è rottura di ogni continuità e dipendenza. Risponde a un’inedita domanda della storia, anzi è l’atto stesso della libertà. Cosa è la libertà umana – da dove nasce e verso dove muove? Qual è il punto di rapporto e di tensione tra corpo e mente, naturalità e idealità, ragione e passione? E cosa unisce gli individui in un nesso che va al di là della loro identità, legandoli in un vincolo comune? Una tale sfida non si può ignorare, occorre rispondere. È propriamente un affare di etica: non compete all’esattezza del calcolo, ma al rigore del pensiero. Ecco, allora che è necessario riattivare “il racconto”, racconto che si fa viaggio, nell’ostinato coraggio nel seguire e, perseguire, unicamente l’arte, con, come unico obiettivo, aleatorio, rischioso, iniziatico, l’approdo ad un reale, attraverso la continua ricerca, il tempo, la metamorfosi, l’attesa. Il racconto inizierà con il soprano che darà voce all’Elvira de’ I Puritani “O rendetemi la speme… Qui la voce sua soave… Vien diletto”, ovvero ciò che è stata definita l’assolutizzazione dell’espressione lirica belliniana, la stessa che nel richiamo straziato di Elvira allo sposo ne sancisce il cantilenare di una sicilianità mai dismessa. Sigismund Thalberg fu uno dei maggiori protagonisti del concertismo romantico e, insieme con Franz Liszt, provvide a mettere al mondo e a nutrire la fantasia su temi di melodrammi, che si è soliti chiamare fantasia drammatica. Ginevrino di nascita, da genitori austriaci, ma napoletano d’adozione, padre della scuola pianistica partenopea, tanto che dal suo arrivo a Napoli, quando si trasferì, intorno al 1858, nella villa del suocero, il basso Lablache, dopo aver detto addio al concertismo, sino ad oggi, il pianoforte è sempre stato al centro della vita musicale in città. Non insegnò in Conservatorio ma attirò intorno a sé molti e valorosi giovani talenti tra i quali spiccava Beniamino Cesi, quindi, a seguire, Alessandro Longo, Michele Esposito, Giuseppe Martucci, Florestano Rossomandi. Nelle sue composizioni pianistiche si ritrovano i tratti peculiari della sue doti di esecutore nella scrittura a tre righi per sottolineare la potenza, ma anche notturni, romanze senza parole, e brani affini per sviluppare la sensibilità e il cantabile. da uno dei suoi massimi interpreti internazionali, nonché presidente del Centro Studi Internazionali a lui dedicato, il pianista catanese, depositario dei segreti della scuola napoletana, affidatigli da Vincenzo Vitale, Francesco Nicolosi. Si inizierà con Il Quartetto dall’opera “I Puritani” di Bellini, il primo brano della raccolta L’art du chant appliqué au piano, Op. 70, di Sigismund Thalberg. La trascrizione si basa sul famosissimo quartetto “A te, o cara, amor talora”, pensata per insegnare ai pianisti come imitare l’arte del canto lirico sul pianoforte. Il focus è posto sul legato, sul controllo del suono, sul fraseggio espressivo e sulla capacità di far “cantare” la melodia indipendentemente dalla complessità dell’accompagnamento. In questo specifico brano, infatti, Thalberg applica la sua celebre tecnica, in cui la melodia principale viene suonata al centro della tastiera alternando i pollici, circondata da arpeggi e accordi fluttuanti che creano l’illusione di un’intera orchestra. Quindi si passerà alla Norma. A sostegno del primato della melodia, Nicolosi interpreterà “Casta Diva”, con le sue modulazioni arpeggiate che passano per posizioni non stabili e si definiscono nella tonalità di Fa maggiore, eseguita secondo i dettami della nostra scuola, traendone la maggior intensità possibile di suono, quindi, attaccandoli da vicino, toccandoli con robustezza, energia e calore. Ed ecco Amina, la Sonnambula, con la sublime aria “Ah! non credea mirarti”, culmine espressivo del commovente monologo della protagonista, delicatissima e percorsa da una vena d’intensa e al contempo trattenuta malinconia, la melodia – una di quelle “lunghe, lunghe, lunghe” come amava definirle Verdi – pare dilatarsi all’infinito muovendosi per piccoli intervalli intorno a frasi brevi e dai contorni poco netti, affidata solamente alla voce. Francesco Nicolosi, il quale introdurrà l’eterna sfida, che divise il pubblico del tempo, tra i sostenitori di Sigismund Thalberg e quelli di Franz Liszt, avvenuta nel 1836 nel salotto della principessa Cristina Trivulzio di Belgioioso, amica di Vincenzo Bellini, scomparso l’anno precedente, svoltasi sulle note della Marche des Puritans, “Suoni la tromba, e intrepido”, la cabaletta del duo tra Giorgio e Riccardo. Una sfida che si risolse senza vincitori né vinti, tra un Thalberg che presentò una delle cinque variazioni, insieme a Johann Peter Pixis, Henri Herz, Carl Czerny e allo stesso Chopin, mentre Liszt curò l’introduzione e la sua variazione in forma quasi di notturno. Juliette Di Bello si congederà dal pubblico con il Bellini de’ I Capuleti e i Montecchi con il recitativo e aria “Eccomi in lieta vesta… eccomi adorna come vittima all’ara”, al quale segue la struggente romanza “Oh! quante volte, oh quante”, in cui Giulietta invoca disperatamente il suo amato Romeo, sognando di ricongiungersi a lui. Quindi, finale con il Sigismund Thalberg del Grand Caprice su motivi dell’Opéra la Sonnambula, op. 46. Tema sempre riconoscibile, anche per questa parafrasi che unisce i momenti salienti dell’opera di Bellini. La struttura si muove tra ampie introduzioni declamatorie e brillanti variazioni, culminando nell’evocazione della cabaletta «Ah! non giunge uman pensiero» e il coro d’apertura. con la variazione vera e propria impreziosita di ricami e passamanerie, sovrapposti al tema, in cui Francesco Nicolosi si ritroverà a pieno, mai lasciando la melodia spiegata del suo concittadino..

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