C’è una statistica che dovrebbe far riflettere più di ogni sondaggio: a quasi un anno dal voto, i nomi accostati alla poltrona di Palazzo Marino hanno superato quota 40. Siamo all’iperbole. Tra dichiarati, disponibili, sussurrati e rassegnati loro malgrado a comparire nella partita, la contesa per succedere a Giuseppe Sala ha già prodotto più candidati di quanti Milano ne abbia mai visti. E altri se ne aggiungeranno, da qui alle elezioni c’è ancora tempo. Il problema però non è la quantità, che pure fa specie. È che dietro l’abbondanza si intuisce una buona dose di imbarazzo, forse perché nessuno, a destra come a sinistra, ha ancora capito bene quale città vuole amministrare. Allora si moltiplicano i pretendenti nella speranza che il numero supplisca alla chiarezza di idee.

Centrodestra o campo largo, il copione cambia poco
Nel centrodestra come sempre la ricerca procede per tentativi. Silvia Sardone s’è fatta incoronare dalle primarie della Lega, seconda solo a Matteo Salvini, che però è occupato altrove. Ignazio La Russa non smette di sponsorizzare Maurizio Lupi con la costanza di chi è convinto che prima o poi qualcuno finirà per dargli ragione. Intorno continuano a ruotare economisti, manager, professionisti, giornalisti e qualche imprenditore. Più che una selezione, un variegato album di figurine. Persino Urbano Cairo è comparso e scomparso dall’agone il tempo necessario per ricordarsi che aveva già un mestiere, e per giunta in tempi di crisi piuttosto impegnativo.

Nel campo largo il copione cambia poco. Pierfrancesco Majorino resta il nome più accreditato, mentre il Partito democratico fa quello che gli riesce meglio: rimandare la scelta fin dove possibile annegandola nel dibattito tra le sue anime. Le primarie restano sul tavolo, ma nessuno sembra avere fretta di apparecchiarle. E poi c’è il civismo, che a Milano come altrove si ripresenta puntuale ogni cinque anni non privo di ambizioni. Segno che una parte dell’elettorato non si fida più dei partiti, o si fida soltanto di chi riesce a farli dimenticare.
Quasi nessuno si interroga sull’idea di Milano
Ma il punto vero è un altro: mentre la politica discute sul possibile successore di Sala, quasi nessuno si interroga sull’identità e sul futuro della città. Milano piace sempre di più al mondo (o, meglio, ai ricchi del mondo), ma sempre meno ai milanesi per i quali abitarla sta diventando un problema. Sono le due facce della stessa medaglia. Da una parte investimenti, weeks e grandi eventi glamour. Dall’altra il costo della vita, la casa che non si trova se non a prezzi impossibili, le periferie che chiedono di essere guardate prima che raccontate, la criminalità che da fenomeno episodico è diventata una costante in zone sempre più larghe del suo territorio. Alle ultime Comunali la capitale economica del Paese aveva già registrato l’affluenza più bassa della sua storia, poco più del 47 per cento: un milanese su due non si era presentato. È il dato che dovrebbe interessare i 40 aspiranti sindaci più di qualunque sondaggio che ne prefiguri il consenso. Chi entrerà a Palazzo Marino troverà una città più ricca, ma anche più costosa e selettiva. Dovrà decidere se continuare a venderne la scintillante immagine all’estero o ricominciare a occuparsi anche del benessere di chi la abita. Non è detto che le due cose non si bilancino, ma da Expo in poi è stata la prima a prevalere. È una scelta che finora è rimasta sullo sfondo. In politica ci sono momenti in cui un nome mette tutti d’accordo, altri in cui nella generale incertezza tutti propongono un nome diverso. Ma all’ombra del Duomo il problema non è eleggere un sindaco. È trovarne uno che abbia il coraggio di dire agli elettori che città vuole costruire.

