Fuori ci sono già 30 gradi all’ombra, le ascelle degli italiani iniziano a mandare i primi segnali di fumo, e i colonnelli del transistor hanno già deciso a tavolino come e quanto dovremo soffrire sotto l’ombrellone. Domenica, al Centrale del Foro Italico di Roma, va in scena il neonato Power Hits Estate Grand Opening. Un titolo che gronda modestia, inventato da Lorenzo Suraci per festeggiare il decennale della sua creatura con un colpo di genio: sdoppiare il festival. Perché aspettare luglio per farsi del male? Molto meglio stabilire a tavolino l’apertura dei battenti a maggio, per poi trascinare l’agonia dei tormentoni fino a settembre all’Arena di Verona. Grattando via i lustrini, però, ci si accorge che non siamo di fronte a una festa spontanea.
I figuranti in cartellone non si trovano su quel palco per un’improvvisa illuminazione dello Spirito Santo o perché la gente ha scelto le canzoni canticchiandole sulla spiaggia. Fanno tutti parte, o quasi, della triade delle multinazionali che presidia il mainstream nostrano: Warner, Sony e Universal. Cantano tutti per lo stesso portafoglio, spostandosi in blocco da una transenna all’altra come una comitiva di pendolari del lusso con il pass VIP al collo. Dopotutto il tormentone estivo come miracolo democratico nato sotto l’ombrellone è una favola a cui non credono più nemmeno i bambini: la musica è una catena di montaggio e le major usano i network come caselli autostradali.
Le stesse facce di Sanremo si rivedono al Concertone, a Battiti Live e al Foro Italico
La spectre radiofonica ha perfezionato l’arte del lavaggio del cervello: si prendono le medesime facce, si fa timbrare loro il cartellino all’Ariston a febbraio, le si fa scaldare sul palco del Concertone del Primo Maggio, le si trasferisce sulle passerelle di Battiti Live Spring e, infine, le si fa atterrare al Foro Italico, pronte per un altro paio di giri di giostra estivi su Canale 5. Un martellamento a reti unificate per sfinimento del timpano. E sia chiaro: non è detto che in questo enorme calderone non ci sia una canzonetta che funzioni o un pezzo indovinato. Il punto è che, buono o cattivo che sia il prodotto, passano solo ed esclusivamente loro perché il tabellone è bloccato a monte da una spartizione scientifica delle quote di mercato. Diventa una sfilata di figurine interscambiabili dove le sorelle major si dividono i corpi del reato.

Le corazzate dei tormentonisti di Warner, Sony e Universal
La Warner Music monopolizza l’aria schierando l’esercito dei tormentonisti di professione: Annalisa nella divisione Atlantic Records come Achille Lauro, Geolier, Fedez, Serena Brancale e lo stesso Sal Da Vinci. Tutti arruolati sotto la stessa bandiera industriale, a dimostrazione che la major non fa prigionieri ma solo contratti.
Le altre due consorelle non stanno certo a guardare per il bene dell’arte: Sony risponde saturando lo streaming con il pacchetto pre-confezionato di Biagio Antonacci, Gigi D’Alessio e Bresh, scendendo fino ai giovani cresciuti a pane e visualizzazioni. La Universal chiude il cerchio piazzando nella catena i suoi pesi massimi: Emma, Giorgia o la coppia LDA & Aka 7even.

Pure i talent si passano i concorrenti: è la fine dello scouting
In questa melassa dove le canzoni rimbalzano da un network all’altro per convincerci che ogni traccia sia da strapparsi i capelli, la figura del talent scout è stata felicemente sostituita da un ufficio di collocamento che ripesca profili già catalogati, digeriti e marchiati. Chi lo fa più lo scouting in Italia? Nessuno. Basta guardare la finale di Amici di quest’anno: a trionfare è stato Lorenzo Salvetti, una faccia che era già passata dall’ingranaggio dei live di X Factor nella scuderia di Achille Lauro prima di essere elegantemente reinserita nel circuito di Canale 5. Se persino la scuola televisiva più famosa del Paese smette di cercare dal basso e si limita a riaddestrare e sdoganare usato sicuro, il colpo è totale. La musica che ascolteremo nei prossimi mesi non è la colonna sonora della nostra estate. È solo una tassa fissa da pagare, mentre noi restiamo orfani di alternative sul telecomando, condannati a credere che questo algoritmo sia davvero l’unico tormentone possibile.
