Scorrono i titoli di coda sulla storia del boss riuscito a sfuggire alla cattura per 30 anni, arrestato il 16 gennaio mentre andava in una delle cliniche private di Palermo per sottoporsi alla chemioterapia, nel tentativo di sconfiggere il cancro al colon a cui invece si è dovuto arrendere: Matteo Messina Denaro, finito in coma irreversibile nella serata del 22 settembre, è morto a 61 anni nel reparto detenuti dell’ospedale de L’Aquila. I medici, sulla base delle indicazioni date dal paziente, che nel testamento biologico ha rifiutato espressamente l’accanimento terapeutico, nei giorni scorsi avevano interrotto l’alimentazione.
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Il capomafia aveva chiesto di non subire accanimento terapeutico
Dopo l’arresto a Palermo, il capomafia di Castelvetrano era stato portato nel supercarcere de L’Aquila dove era stato sottoposto alle cure per il cancro al colon scoperto a fine 2020. Negli ultimi giorni, dopo due interventi, al peggiorare delle condizioni di salute Messina Denaro è stato prima sottoposto alla terapia del dolore, poi sedato. Una volta finito in coma, l’alimentazione è stata poi sospesa: il boss aveva infatti chiesto di non subire accanimento terapeutico.

Vicino a Riina, porta con sé i segreti della trattativa Stato-mafia
Uomo chiave del biennio stragista 1992-1993 , Messina Denaro era ritenuto vicinissimo a Totò Riina e, quindi, era certamente a conoscenza di oscuri e importanti aspetti della trattativa Stato-mafia. Con Riina e Bernardo Provenzano, Messina Denaro è anche stato tra i mandanti delle stragi mafiose del 1992 e il 1993. Nel 1993, quando Riina venne arrestato e condannato all’ergastolo, Messina Denaro divenne il principale candidato per succedergli nel controllo dell’organizzazione. Condannato all’ergastolo per decine di omicidi, tra cui quello d Giuseppe Di Matteo, 12enne strangolato e sciolto nell’acido come ritorsione nei confronti del padre diventato collaboratore di giustizia. Anche se nel primo interrogatorio dopo l’arresto Messina Denaro alla domanda se fosse un uomo d’onore dichiarò: «Una cosa fatemela dire. Forse è la cosa a cui tengo di più. Io non sono un santo… ma con l’omicidio del bambino non c’entro». Sentito più volte dai pm di Palermo, aveva precisato fin dal primo incontro che non avrebbe mai collaborato con la giustizia. E così è stato.
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