«Dovete lasciare la vostra casa». Nelle ultime settimane, decine di famiglie della provincia di Hung Yen, nel Vietnam settentrionale, si sono viste recapitare delle lettere di sfratto. Motivo? L’accordo concluso tra le autorità vietnamite e Donald Trump. Diversi terreni saranno infatti espropriati dopo essere stati destinati a ospitare un resort di lusso da 1,5 miliardi di dollari sviluppato dalla Trump Organization, insieme alla società vietnamita Kinh Bac City. Sul piano politico, quelle lettere di sfratto rappresentano uno dei simboli più evidenti della nuova posizione che il Vietnam occupa nella competizione tra Stati Uniti e Cina.
Un progetto mastodontico con campi da golf, ville e hotel
Il progetto rappresenta uno dei più grandi investimenti immobiliari mai realizzati dalla Trump Organization in Asia sud-orientale e prevede la trasformazione di quasi 900 ettari di terreni agricoli lungo il Fiume Rosso, a circa 40 chilometri dalla capitale.
Il masterplan è articolato in più fasi e comprende un grande resort integrato con hotel a cinque stelle, ville di lusso, complessi residenziali, aree commerciali e ricreative, oltre a tre campi da golf per un totale di 54 buche, destinati a una clientela internazionale di fascia alta.
Secondo gli sviluppatori, il complesso punta a diventare una delle principali destinazioni del turismo di lusso nel Sud-Est asiatico e un punto di riferimento per grandi eventi economici e diplomatici.
Hanoi tende la mano a Washington
L’investimento è stato presentato ufficialmente nel maggio 2025 durante una cerimonia alla quale hanno partecipato il vicepresidente esecutivo della Trump Organization, Eric Trump, e l’allora primo ministro vietnamita Pham Minh Chinh. In quell’occasione il capo del governo definì il progetto un simbolo del rafforzamento delle relazioni economiche tra Hanoi e Washington e della fiducia degli investitori americani nell’economia vietnamita. Non è un dettaglio secondario: l’annuncio arrivò proprio mentre Hanoi cercava di negoziare un allentamento dei dazi imposti dalla Casa Bianca.

Le proteste per gli espropri e gli indennizzi
La realizzazione del resort richiede tuttavia una delle più vaste operazioni di acquisizione fondiaria degli ultimi anni nella regione. Migliaia di famiglie sono interessate, direttamente o indirettamente, dalle procedure di esproprio.
Per mesi il progetto è rimasto bloccato dalle proteste dei residenti, che contestano gli indennizzi offerti dalle autorità: i circa 4.000 miliardi di dong (oltre 150 milioni di dollari) stanziati sarebbero largamente inferiori al valore economico dei terreni e insufficienti a garantire un nuovo sostentamento. Molti perderanno frutteti coltivati da generazioni e terreni che garantivano il principale reddito familiare. Altri dovranno abbandonare aree dove sorgono le tombe degli antenati, un elemento di grande valore nella cultura vietnamita.
Nonostante le contestazioni, Hanoi ha deciso di accelerare gli espropri, prevedendo anche lo sgombero forzato di chi rifiuterà il risarcimento. Il resort dovrebbe essere completato in tempo per il vertice APEC del 2027, che il Vietnam ospiterà alla presenza, tra gli altri, proprio di Trump.

Il difficile equilibrismo vietnamita tra Cina e Usa
Hanoi, insomma, non ha alcuna intenzione di rallentare.
Per il governo vietnamita l’investimento rappresenta un segnale politico rivolto a Washington, in una fase in cui Hanoi cerca di limitare le tensioni commerciali con gli Stati Uniti senza compromettere il rapporto con la Cina. Il Vietnam è uno dei Paesi che ha più da perdere dalle guerre tariffarie e dalle nuove ventate di protezionismo.
Hanoi è diventata uno degli snodi più importanti delle catene globali di approvvigionamento. Samsung produce in Vietnam una parte significativa dei propri smartphone. Apple ha trasferito quote crescenti della produzione di AirPods, Apple Watch e MacBook. Foxconn, Luxshare, Pegatron e numerosi altri fornitori dell’elettronica mondiale hanno investito nel Paese. Anche il settore tessile, dell’arredamento e delle apparecchiature elettriche è ormai profondamente integrato nelle filiere internazionali.
Perché il China Plus One può rivelarsi un problema
Questa crescita è stata ulteriormente accelerata dalla guerra commerciale lanciata da Trump contro la Cina nel 2018. Migliaia di imprese hanno adottato la strategia del China Plus One, mantenendo una parte della produzione nella Repubblica Popolare ma spostando altre attività in Paesi vicini per ridurre il rischio geopolitico. Il Vietnam, grazie alla vicinanza geografica alla Cina, al basso costo del lavoro, alla stabilità politica e a una rete di accordi commerciali favorevoli, è diventato il principale beneficiario di questo processo. Molte aziende cinesi hanno trasferito nel Paese soprattutto le fasi finali dell’assemblaggio, continuando però a dipendere da componenti e semilavorati prodotti oltreconfine. Per anni questo modello ha funzionato. Hanoi ha registrato tassi di crescita tra i più elevati dell’Asia e un forte aumento delle esportazioni verso gli Stati Uniti. Oggi, però, proprio quel successo rischia di trasformarsi in un problema.
Washington guarda con crescente sospetto ai Paesi che potrebbero essere utilizzati per aggirare i dazi imposti alla Cina. Le nuove indagini commerciali statunitensi e le misure contro il cosiddetto transshipment, cioè la riesportazione di merci cinesi attraverso Paesi terzi, mettono direttamente in discussione il modello di sviluppo vietnamita.
Non a caso alcune imprese cinesi che avevano investito in Vietnam stanno riconsiderando i propri piani, temendo che anche Hanoi possa diventare bersaglio della politica commerciale americana.

I costi della diplomazia del bambù
Questo rende ancora più delicata la posizione internazionale del Vietnam, che persegue una politica estera nota come “diplomazia del bambù“: radici solide ma sufficiente flessibilità per adattarsi ai cambiamenti del contesto internazionale. L’obiettivo è evitare qualsiasi allineamento esclusivo e mantenere rapporti stretti con tutte le principali potenze. Nel 2023 gli Stati Uniti sono stati elevati al livello di Comprehensive Strategic Partnership, il massimo previsto dalla diplomazia vietnamita. Allo stesso tempo, però, la Cina rimane il primo partner commerciale di Hanoi e il principale fornitore di componenti industriali. Sul piano della sicurezza, questa duplicità è ancora più evidente. Il Vietnam continua a contestare le rivendicazioni territoriali di Pechino nel Mar Cinese Meridionale e negli ultimi anni ha rafforzato la cooperazione con Stati Uniti, Giappone, India e Australia nel settore della sicurezza marittima. Ma, al contrario di Giappone e Filippine, evita accuratamente di trasformare questi rapporti in un’alleanza anti-cinese.
La leadership vietnamita è consapevole che la propria prosperità dipende tanto dall’accesso al mercato americano quanto dall’integrazione economica con la Cina.
Gli sfratti di Hung Yen sono un sintomo di questa realtà così complessa. Il resort della Trump Organization è uno strumento attraverso cui Hanoi cerca di consolidare il dialogo con Washington in una fase di crescente pressione commerciale, blandendo l’inquilino della Casa Bianca. Le proteste degli agricoltori mostrano il costo umano dei tempi a cui il Vietnam cerca di adattarsi. Dietro un progetto immobiliare apparentemente locale si riflettono le tensioni di un ordine internazionale nel quale commercio, investimenti e geopolitica sono sempre più intrecciati. La sfida per Hanoi è continuare a sfruttare la propria posizione strategica senza essere costretta, prima o poi, a scegliere tra Washington e Pechino.

