di Olga Chieffi Questa sera, alle ore 20, nell’aura del tramonto si accenderanno i riflettori sul palco più bello del mondo, quello di villa Rufolo e del Ravello Festival, concerto inaugurale della LXXIV edizione, nata dal dialogo tra musica, arti visive e paesaggio. firmata da Lucio Gregoretti e organizzata dalla Fondazione Ravello presieduta da Alessio Vlad e diretta da Maurizio Pietrantonio. La serata infatti, avrà il suo preludio con il vernissage della esposizione di opere di William Kentridge, previsto per le 18,30, preceduto alle ore 17, a Palazzo Avino, da un incontro con Bartolomeo Pietromarchi. Apertura d’eccezione come si confà ad uno dei più antichi festival d’Italia, con l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino diretta da Daniele Gatti. S’inizierà con l’ Idillio di Sigfrido di Richard Wagner, quale omaggio al genius loci del giardino. L’Idillio come dono musicale tenero e personale, è pensato per un ristretto organico strumentale; originariamente sono previsti: due violini, viola, violoncello, contrabbasso, flauto, oboe, due clarinetti, due corni, tromba e fagotto. Wagner avrebbe voluto mantere privata questa composizione, tuttavia, costretto dalle difficoltà finanziarie, nel 1878 cede la partitura alla casa editrice Schott, riorganizzandola per un’orchestra più ampia al fine di renderla commercialmente più appetibile. Il titolo fa riferimento a suo figlio Siegfried di 18 mesi. Composto in gran segreto, il brano viene eseguito alle 7 del mattino del 25 dicembre 1870 da un piccolo ensemble di 13 musicisti, entrati alla spicciolata a Villa Tribschen mentre Cosima sta ancora dormendo. E’, musicalmente, una delle partiture più perfette e pulite mai uscite dalla penna del compositore, qui dispensatore finissimo di sottigliezze timbriche e armoniche in una dimensione cameristica raccolta quanto votata alla luce, e in una luce di apoteosi culminante: la pagina forse più serena e lieta di tutta la sua vita d’artista. Il materiale musicale che lo compone, così ricco di personale significato emozionale, era già stato utilizzato da Wagner nel possente duetto finale del terzo atto di “Sigfrido”, prima delle parole di Brunilde: “Ewig war ich, ewig bin ich”, che introducono la sua decisione di accettare l’amore di Sigfrido. In partitura sono presenti alcuni motivi di precedenti composizioni di Wagner; il tema iniziale, “della Pace” o “dell’Amata immortale”, derivante da un quartetto d’archi rimasto in bozza e mai completato, il motivo del corno e la melodia dell’uccello della foresta sono tratti dal “Siegfried”, l’assolo dell’oboe proviene da antica ninna nanna tedesca, “Schlaf, Kindchen, schlafe”, trascritta nel 1868. Il brano presenta una complessa articolazione tematica; i vari motivi, tra loro sempre coerenti, si sovrappongono, si alternano e si rimescolano. Sul tema iniziale, proteso verso l’alto ed eseguito più volte dai soli archi, si innesta il tema “del Sonno” (il piccolo Siegfried), enunciato dal flauto e poi condotto in alternanza con oboe e clarinetto. I due motivi sono sviluppati insieme, quindi l’oboe, con il delicato sostegno degli archi, esegue una graziosa Berceuse. Sui vari strumenti ritorna il tema del sonno, che diventa sempre più importante, e il tema iniziale; infine, prima della conclusione, tutti i temi sono ripresi in successione, sovrapposti l’uno sull’altro. Sull’Eroica di Beethoven, che seguirà, inaugurando le celebrazioni sono state scritte più parole delle note che la compongono, e se si potesse mai farne il calcolo accurato, la sproporzione fra i due linguaggi sbalordirebbe. Eppure, è riuscito qualcuno a “spiegare” esaurientemente l’Eroica? Chi potrebbe mai offrire un chiarimento del miracolo di una nota che ne segue un’altra, o coincide con un’altra ancora, così da darci la certezza che quella relazione tra i suoni non possa in alcun modo essere diversa? Nessuno, certamente. Per quanto razionali possiamo e vogliamo essere, dobbiamo di colpo arrestarci sul limite di questa area mistica, Non è esagerato usare l’espressione “mistico” o perfino “magico”, forse nessun amante dell’arte può rimanere agnostico. Chi ama la musica è un credente, anche se con sforzi dialettici cerca disperatamente di sfuggire all’impasse, nell’affrontare il soggetto della musica, le menti più razionali hanno dovuto sempre cedere al suo misticismo e riconoscere la bellezza e l’innegabile godimento e, quindi, felicità che emanano questa indescrivibile mescolanza, che, comunque, rimane inaccessibile. Faremo parte, allora, di quel sogno che si dipana dalla terza sinfonia in Mi Bemolle maggiore, op.55, mai così attuale e necessario come oggi: eguaglianza, libertà, fraternità. Composta pensando alla figura di Napoleone Bonaparte, che per Beethoven, come per Hegel, incarnava lo spirito del tempo (uno spirito rivoluzionario, democratico), questa sinfonia è una celebrazione della storia come epos del presente. La narrazione avviene in modo non lineare, per flashback e fughe in avanti, e sembra concepita come un commento ad immagini invisibili, ma certo vivide nella mente degli ascoltatori. E infatti questa è forse la più “visuale” delle sinfonie di Beethoven: funziona quasi come una colonna sonora. È così dal primo movimento, quasi una sigla costruita intorno al motivo semplicissimo dell’attesa di qualcosa di grandioso, anche se, nello sviluppo, fa capolino – fuori dalla coppia di temi principali – un “tema” dolce, che sembra esprimere ciò che tutti in fondo ci si augura da una rivoluzione: quanto sarà felice, dopo, la vita, fino all’ultimo tempo, in cui al posto della forma-sonata viene adottata la forma delle variazioni: una successione in alternanza di quadri molto diversi, che fa di questo movimento un tentativo di conciliare, anziché una coppia, una pluralità di opposti – le tensioni e le contraddizioni di un’intera stagione storica. Nella Marcia funebre è da segnalare l’impiego di materiali elementari tratti da musiche pubbliche (marce, inni) concepite in Francia nel periodo rivoluzionario; tali elementi sono assorbiti in un contesto “alto”, messi in relazione con stilemi della musica d’arte fra i quali l’esoterica tecnica del fugato, mobilitata non però al fine d’un’astrazione rarefatta, bensì per drammatizzare il discorso musicale e condurre alla climax emotiva del movimento nel successivo straziante episodio a terzine. Una mancata elaborazione del lutto trova infine voce nell’impressionante congedo, dove il tema della marcia funebre è letteralmente frantumato, ad esprimere una prostrazione annichilita, senza ricomposizione. I richiami a Virgilio e a Omero non sono casuali perché l’Eroica fu definita dal Rolland “l’Iliade dell’Impero”, con tutte le implicazioni al mito napoleonico colto al vertice dell’ascesa e nella decomposizione dell’epicedio funebre. Nel Finale, Allegro molto, edificato attraverso la variazione di un tema innocuo preso dal balletto Le creature di Prometeo, trova spazio anche un sublime intermezzo , Andante, poi, prima della ricapitolazione, Presto, torna la rimembranza della marcia funebre. “L’eroe costa molte lacrime – ricordava Berlioz – dopo questi ultimi rimpianti offerti alla sua memoria, il poeta lascia l’elegia per intonare con trasporto l’inno della gloria”.
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