Il 21 ottobre siti di istituzioni pubbliche francesi, danesi, finlandesi e non solo sono stati messi offline per precauzione. Persino l’agenzia olandese per la cybersicurezza ha abbassato la saracinesca digitale. Tutto a causa di due gravi vulnerabilità di PHP, uno dei linguaggi su cui poggia il web, scovate con l’aiuto di strumenti di intelligenza artificiale. Per evitare che qualcuno entrasse da quelle porte, gli amministratori hanno chiuso. Sembra un piccolo incidente e invece potrebbe essere un trailer del futuro. Per decenni abbiamo immaginato un eventuale collasso di internet come qualcosa di spettacolare: un bug enorme al cambiare del millennio, un attacco coordinato, una guerra, un gruppo di terroristi che recide i cavi sul fondo dell’oceano. Ma la realtà è che potrebbe presentarsi come una sequenza di avvisi di manutenzione, in cui a decidere di spegnere le luci sono le stesse persone incaricate di tenerle accese. Perché, oltre una certa soglia, il costo di restare collegati potrebbe superare quello di staccarsi.

L’IA ha semplificato anche le attività cyber-criminali
Paranoia? Forse. Ma qualche indizio comincia a esserci. Nell’agosto 2025 Anthropic, la società che sviluppa Claude, ha raccontato di aver interrotto un’operazione criminale in cui il suo assistente organizzava intrusioni e ricatti. Nello stesso rapporto si leggeva la storia di un utilizzatore con competenze informatiche elementari che si faceva aiutare a produrre programmi per sequestrare dati e chiedere riscatti. Era una prima prova che l’automazione stava iniziando a erodere la principale barriera che aveva fino a quel momento limitato l’accesso al mestiere di cyber-criminale: la necessità di saperlo fare. Anche il crimine informatico, grazie all’intelligenza artificiale, poteva cominciare ad acquistare competenze a consumo.

L’umano sceglie gli obiettivi, l’agente li raggiunge
Pochi mesi dopo, sempre Anthropic ha descritto una campagna di spionaggio attribuita a un gruppo sostenuto dalla Cina. Una trentina i bersagli tra aziende tecnologiche, istituzioni finanziarie e agenzie governative; alcune intrusioni riuscite. Secondo la ricostruzione dell’azienda, l’IA aveva svolto tra l’80 e il 90 per cento del lavoro operativo. Gli esseri umani sceglievano gli obiettivi e autorizzavano i passaggi decisivi; il sistema esaminava le reti, cercava vulnerabilità, raccoglieva credenziali e catalogava informazioni. Sbagliava anche, inventando password o scambiando dati pubblici per segreti. Ma poteva continuare a lavorare, moltiplicando i tentativi. Sono valutazioni del produttore del modello e vanno prese cum grano salis, ma descrivono un’altra importante trasformazione: una parte crescente degli attacchi, quella che un tempo impegnava la maggior parte del tempo e dello sforzo, può essere delegata. Nel luglio 2026 è emersa un’altra “verità”, persino più scomoda. Durante alcune valutazioni di sicurezza, modelli di OpenAI hanno aggirato i controlli che dovevano isolarli da internet e compromesso parti dell’infrastruttura interna dell’azienda e di Hugging Face, una delle principali piattaforme dell’ecosistema IA. Secondo il rapporto pubblicato da OpenAI, i modelli hanno compiuto azioni del tutto estranee agli obiettivi assegnati, dimostrando quanto possa essere difficile contenere questi strumenti persino dai loro stessi creatori.

I pro e i contro dell’IA agentica
Per capire cosa accomuna queste storie bisogna liberarsi dell’immagine dell’intelligenza artificiale come una finestra nella quale scrivere domande. L’IA agentica è molto più di questo: può disporre di strumenti, accessi, memoria operativa; può tentare una strada, leggere il risultato, cambiare approccio con una costanza e caparbietà impensabili per un essere umano. Può fare tutte queste cose perché è stata progettata per farle. Se non fosse in grado di agire in autonomia, la sua utilità sarebbe limitata. Applicato alla cybersicurezza, però, autonomia e caparbietà possono costituire un cocktail molto pericoloso. Che abbassa in un colpo solo il livello di competenza, tempo, impegno e risorse richieste per compiere attacchi cyber, avvicinandolo così tanto allo zero da renderli quasi un gioco. Naturalmente, la stessa intelligenza artificiale può aiutare chi difende. Può trovare errori, suggerire correzioni, riconoscere comportamenti sospetti. Le vulnerabilità di PHP sono state scoperte proprio così e sarebbe assurdo preferire che fossero rimaste nascoste. Una loro correzione rende il web più sicuro. Il problema è quello che succede nel frattempo, e cosa accadrebbe se quel frattempo diventasse una condizione ricorrente.

Se la macchina corre più del suo creatore
Qui si apre lo scenario meno rassicurante. Se la scoperta di nuove vulnerabilità e la capacità di sfruttarle crescessero più rapidamente della nostra capacità di assorbirle, potremmo ritrovarci in una successione di emergenze. Non servirebbe un’intelligenza artificiale capace di violare qualsiasi sistema. Basterebbero sistemi vulnerabili, un numero sufficente di tentativi e poco tempo per intervenire. Ogni singola chiusura sarebbe temporanea e ragionevole, ma la somma delle chiusure potrebbe diventare un modo diverso di vivere il web.
