RUSSIA E OCCIDENTE

Alberto Cuomo

La “Leggenda del Grande Inquisitore” è un racconto di Fëdor Dostoevskij che, scritto all’interno de “I fratelli Karamazov” e edito anche autonomamente, possiede molti sensi, estetici, filosofici, teologici, morali, politici. Il racconto, narrato da Ivan ad Alesa, riguarda il ritorno di Gesù Cristo in terra dopo 15 secoli, a Siviglia, dove crepitano i fuochi dei roghi in cui sono bruciati gli eretici. Secondo la narrazione del fratello ateo dei Karamazov, il Grande Inquisitore, e cioè la chiesa cattolica, il Papa, mostra persino “fastidio” rispetto alla nuova presenza di Gesù che a suo parere avrebbe determinato confusione tra i fedeli, cui sarebbe stata promessa la libertà di scegliere della propria vita, essendo stati invece ben inquadrati socialmente dalle gerarchie ecclesiali. Di qui la non volontà di ascoltare il Messia condannandolo al rogo. Il racconto di Dostoevskij mette in luce, tra gli altri temi, il conflitto tra la religione greco-ortodossa, rivolta all’universalismo, connaturato all’anima russa, e il cattolicesimo, legato al razionalismo occidentale e all’individualismo borghese regolato dalla Chiesa. Un tale racconto sembra trasparire tra le righe del saggio riguardanti la “questione romana” pubblicato  tra gli altri nel libro di Fedor Tjutcev, edito da Adelphi a cura di Marco Filoni, che sarà presentato, oggi alle 18, dallo stesso Filoni e da Massimo Cacciari, autore della postfazione, presso il Circolo Canottieri, aperto al pubblico. Il tema è quello, se si vuole, del rapporto di odio e amore tra Russia e Occidente che, naturalmente, non può essere spiegato attraverso Catullo e neppure, se si riferisce l’odio/amore al freudismo, dalla psicoanalisi sebbene per certi versi potrebbe ravvedersi un reciproco rispecchiamento inconscio rimosso. Se infatti si guarda alla conformazione fisico-geografica della Russia, secondo quanto ha scritto da tempo Vittorio Strada, questa è priva di limiti, una immensa pianura il cui orientamento è dato dal sole essendo i suoi abitanti dediti al nomadismo, reale e spirituale. A sua volta Benjamin ha messo in luce che Mosca è una città di città, dove si aprono come nelle matriosche, continuamente villaggi. La capitale russa non possiede pertanto una tradizione urbana di tipo latino, essendo tuttavia simile alla polis greca, culla dell’Occidente, con l’acropoli costruita in pietra, il Cremlino, circondata da baracche in legno, le Isbe, in se stesse luoghi comunitari. Di contro, l’Occidente, rivolto alla definizione dei territori, ha assunto inconsapevolmente le idee disurbaniste  di Mosej Ginzburg dirigente, dal 1932, dell’Accademia degli architetti sovietici, che ipotizzò, per ovviare all’accentramento di Mosca, una città lineare fondata sugli assi di comunicazione, oggi paradossalmente realizzata in Europa tra Londra e Palermo (la cosiddetta “nanana blu”. Vale a dire che, non solo per il diverso retroterra religioso, dalla lettura dei saggi di Tjutcev si comprende che l’Occidente rimane per i Russi, così come la Russia per gli occidentali, l’Altro attraverso cui definire la propria identità. Ciò sin dai tempi di Pietro il Grande, allorchè il mondo occidentale era inteso allo stesso tempo come modello della modernizzazione ed eresia da rifuggire. Le idee di Tjutcev appaiono reazionarie, dal momento il diplomatico russo, dongiovanni e filosofo, si mostra essere contrario alla rivoluzione impersonata in Bonaparte e, quindi, ai tanti movimenti tivoltosi del 1848 in Europa letti negativamente quali esito di un acceso individualismo romantico, innestato sul nuovo progresso tecnico-scientifico e sul primo liberalismo. Una rivoluzionarismo e, meglio si direbbe un rivoltismo, verso cui, dopo una prima adesione, è critico anche Karl Marx. Si può annotare nei saggi quindi una opposizione alla rivoluzione intesa come movimento proprio all’Occidente, riscontrabile ancora nella Russia attuale se si tiene conto che Eltsin nel 1998 diede sepoltura a Nicola II e alla famiglia Romanov a San Pietroburgo e che come lui, anche Putin, non disdegna di essere chiamato “Zar” quasi a non riconoscere la stessa rivoluzione sovietica. Nel leggere i testi di Tjutcev si comprendono allora alcuni atteggiamenti putiniani non interpretabili quali espressioni di una qualche follia ma quali esito di un credo antico rintracciabile già nell’800. Si comprende cioè che lo scontro tra Russia e Occidente può farsi risalire alla loro diversa anima presente sin dallo scisma d’Oriente che vide la Chiesa separarsi in nome del Figlio, e rivolta di fatto alla secolarizzazione, da quella di Bisanzio che fa procedere lo Spirito Santo dal Padre. L’Occidente sarebbe quindi sorretto dall’individualismo e dal rivoluzionarismo privo di veri fini e, pertanto nichilista, mentre la Russia, secondo anche i pensatori contemporanei di Tjutcev, come Dostoevskij, potrà realizzare l’impero universale e spirituale in cui si manifesta la trinità nella divino-umanità di cui scrive Solovev. Insomma i testi di Tjutcev già nell’800 propongono una critica alla società dei consumi, alla mitizzazione della ricchezza crescente, alla decadenza del’Occidente fondato sull’egoismo dell’io per indicare la necessità della convivenza  e l’equilibrio dei diversi nella collegialità, Sobornost, che negozia continuamente diritti e valori. Di qui probabilmente il disprezzo dello stesso Putin verso l’Occidente e l’Europa che non sarà mai da conquistare dato, secondo lui e l’intera Russia, il suo previsto decadimento e il suo fatale tramonto.

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