di Raffaella D’Andrea
Il caro carburante è soltanto la scintilla che ha fatto esplodere una situazione ormai insostenibile. Per gli agricoltori della Piana del Sele, la difficoltà non nasce oggi e non si esaurisce nel prezzo del gasolio. Da anni, raccontano, produrre costa sempre di più, mentre i ricavi non riescono a tenere il passo. È questa la ragione che ha portato un centinaio di agricoltori, con i propri trattori, al presidio pacifico allo svincolo autostradale di Battipaglia: chiedere interventi concreti prima che il peso delle spese comprometta ulteriormente la tenuta delle aziende e delle famiglie che vivono di agricoltura. «Noi piccoli produttori stiamo soffrendo da anni», spiega Mirko Stella, imprenditore agricolo della Piana del Sele. La sua azienda produce rucola e insalate, anche in confezioni pronte al consumo destinate alla grande distribuzione organizzata. Un settore che richiede organizzazione, investimenti e tempi di lavorazione precisi, nel quale ogni aumento incide su una filiera che non può fermarsi senza conseguenze. Piantine, fitofarmaci, fertilizzanti, plastiche per le serre, energia e carburante: sono numerose le voci che, secondo Stella, hanno progressivamente eroso i margini delle imprese. A questi costi si aggiungono quelli della manodopera e le difficoltà di un mercato nel quale il prezzo riconosciuto a chi produce, denuncia l’imprenditore, non sempre permette di recuperare quanto investito. «Il carburante è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso», sottolinea. Gli agricoltori, ricorda, avevano già manifestato negli anni precedenti, senza ottenere risposte che giudicassero sufficienti. Ora chiedono che la protesta pacifica si traduca in un confronto concreto con le istituzioni. Non cercano, spiega Stella, guadagni eccezionali, ma condizioni che consentano di coprire i costi e continuare a lavorare. Il divario tra il campo e lo scaffale Uno dei punti centrali della protesta riguarda il rapporto tra il prezzo all’origine e quello pagato dal consumatore. Stella porta l’esempio delle insalate pronte: una confezione da 100 grammi venduta a un euro equivale a dieci euro al chilogrammo. Secondo la sua testimonianza, al produttore può arrivare soltanto una frazione di quel valore, nell’ordine di un decimo. Un esempio che pone una questione precisa: quale quota del prezzo finale resta a chi coltiva e quale viene assorbita dai passaggi successivi della filiera? Il confronto, naturalmente, deve tenere conto delle differenze tra prodotti, confezionamento, trasporto, conservazione e distribuzione. Ma per gli agricoltori il nodo resta la difficoltà di ottenere un prezzo che remuneri adeguatamente la produzione. «Chiediamo prima di tutto chiarezza», è il senso della richiesta di Stella, che invoca un maggiore riconoscimento economico per il lavoro agricolo. Il problema non riguarda soltanto le insalate della Piana del Sele. La questione investe più in generale il comparto ortofrutticolo, nel quale la deperibilità della merce e la necessità di rispettare tempi precisi rendono particolarmente delicato l’equilibrio tra costi, raccolta e vendita. Quando il prezzo offerto non consente di coprire le spese, raccogliere può trasformarsi in un ulteriore aggravio. In una situazione di blocco della distribuzione, il rischio aumenta: al costo della produzione si aggiunge quello di un raccolto che potrebbe non arrivare mai sul mercato. «Un’azienda di venti ettari può spendere oltre 150 mila euro in più» La testimonianza di Alfonso Villecco, piccolo agricoltore che al presidio parla anche a nome dei colleghi, aggiunge altri numeri alla denuncia. Secondo quanto riferisce, per un’azienda agricola di venti ettari l’incremento delle spese può superare i 150 mila euro l’anno. Villecco richiama l’aumento dei costi sostenuti per acquistare trattori, realizzare e mantenere le serre e acquistare materiali indispensabili alla coltivazione. A pesare sono anche i fitofarmaci, i concimi, la plastica, il gasolio e l’elettricità. Quest’ultima rappresenta un’altra voce particolarmente significativa nel suo racconto. L’agricoltore riferisce che una bolletta elettrica, nel suo caso, è passata da circa 1.500 a 3.000 euro. Un incremento che si aggiunge alle altre spese e che rende sempre più difficile programmare investimenti e attività. A tutto questo si somma la necessità di garantire un reddito ai lavoratori. Dietro le aziende agricole, ricorda Villecco, non ci sono soltanto titolari e terreni, ma famiglie, dipendenti e persone che dipendono dalla continuità della produzione. «Se queste famiglie non possono mangiare, diventa un problema per tutti», è il significato del suo appello. La crisi, dunque, non riguarda soltanto la sopravvivenza delle singole imprese. Tocca l’occupazione, l’indotto e la capacità di un territorio a forte vocazione agricola di continuare a produrre. La richiesta alle istituzioni e l’appello ai colleghi Gli agricoltori chiedono interventi per contenere i costi di produzione e garantire prezzi di vendita più adeguati. Stella invita le istituzioni a utilizzare le risorse disponibili per sostenere concretamente il comparto, mentre Villecco richiama la necessità di una risposta collettiva. Dal presidio arriva anche un appello agli altri agricoltori della Piana del Sele affinché aderiscano alla mobilitazione. L’obiettivo, spiega Villecco, è far comprendere che la difficoltà è condivisa e che soltanto una partecipazione più ampia può dare maggiore forza alle richieste. Fermare un’azienda agricola, del resto, non è semplice. Le colture devono essere curate, irrigate e preparate per i cicli successivi; gli allevamenti devono continuare a essere alimentati; gli investimenti già sostenuti non possono essere sospesi senza conseguenze. È uno dei motivi per cui, anche durante la protesta, molti produttori devono continuare a occuparsi delle proprie attività. Accanto alla protesta, gli agricoltori della Piana del Sele hanno scelto di non voltare le spalle alla propria comunità. Durante il presidio, stanno distribuendo gratuitamente parte dei loro prodotti ortofrutticoli ai cittadini, trasformando un momento di difficoltà in un gesto di solidarietà. La decisione nasce anche dalla scelta di fermare la raccolta: con costi di produzione sempre più elevati e ricavi che non li compensano, continuare a raccogliere rischia di aggravare le perdite. Eppure, invece di lasciare che tutto vada perduto, hanno deciso di condividere il frutto del proprio lavoro con chi, in questi giorni, sta dimostrando loro vicinanza e sostegno. La richiesta che arriva dalla Piana del Sele è, in fondo, una richiesta di sostenibilità. Non soltanto ambientale, ma economica e sociale: perché produrre cibo deve poter significare anche garantire un futuro a chi lavora la terra. Il caro carburante ha acceso la protesta, ma le ragioni degli agricoltori affondano in una crisi più lunga. E la domanda che pongono non riguarda soltanto il prezzo del gasolio: riguarda quanto possa ancora resistere un sistema nel quale, denunciano, i costi crescono più dei ricavi e chi produce fatica a ottenere il giusto valore del proprio lavoro.
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