Bancarotta e truffa allo Stato, la procura di Milano chiede il processo per Santanchè

Nuova richiesta di rinvio a giudizio per Daniela Santanchè. La Procura di Milano ha infatti chiesto il processo per l’ex ministra del Turismo e altre 14 persone, più una società (Bioera), ipotizzando i reati di bancarotta fraudolenta, falso in bilancio e truffa aggravata ai danni dello Stato, in relazione ai casi dei fallimenti delle aziende Ki Group, Ki Group Holding, Bioera e Umbria srl. Al centro del fascicolo d’inchiesta le presunte irregolarità nella gestione contabile e le condotte che avrebbero portato al progressivo e irreversibile svuotamento patrimoniale delle società.

Le indagini erano state chiuse a luglio

Tra gli altri indagati l’ex compagno di Santanchè, Canio Mazzaro, la sorella Fiorenza e il figlio Lorenzo. Nel lungo elenco di contestazioni che compongono la notifica di chiusura delle indagini (avvenuta a luglio) si legge di truffe per accaparrarsi «ingiusti profitti», di «fittizi aumenti di capitale» e di «condotte dissipatrici e distrattive». Solo una posizione minore di un indagato è stata stralciata per la richiesta di archiviazione. La palla passa ora al gup del Tribunale di Milano, che dovrà fissare la data dell’udienza preliminare.

Bancarotta e truffa allo Stato, la procura di Milano chiede il processo per Santanchè
Daniela Santanchè (Imagoeconomica).

L’ipotesi di truffa aggravata riguarda Invitalia

Secondo gli inquirenti i vertici delle società avrebbero truccato i conti al fine di occultare le perdite. Per quanto riguarda Ki Group Holding, si legge che gli amministratori «cagionavano il dissesto» con la spartizione dei dividendi: a fronte di un risultato netto in rosso, nel 2015 sono stati distribuiti oltre 4 milioni di euro. Per Bioera contestati compensi agli amministratori «del tutto sproporzionati» (oltre 2 milioni) distribuiti dal 2018 e al 2023. L’ipotesi di truffa aggravata riguarda Invitalia e risale al periodo della pandemia di Covid: KI Group ottenne nel 2021 un prestito di 2,7 milioni di euro e un credito di imposta per 600 mila euro dall’agenzia, che aveva il compito di distribuire alle imprese in difficoltà finanziamenti messi in campo dallo Stato. Ma tali somme non sarebbero dovute finire nelle tasche della società.