Il gran caos siciliano: Meloni, il voto e la partita per il dopo Schifani

Il Ponte sullo Stretto non c’è ancora, e forse mai ci sarà, ma tra Roma e la Sicilia la distanza pare essersi azzerata, almeno dal punto di vista politico.

La tregua armata tra Schifani e Tajani

Iniziamo da un dato di fatto: l’avventura di Renato Schifani alla presidenza della Regione è finita. Alle prossime Regionali, non sarà ricandidato. Il governatore forzista lo aveva annusato e così aveva chiesto ad Antonio Tajani un posto al Consiglio superiore della magistratura. Ma anche in questo caso picche: pochi giorni fa i due si sono incontrati a Roma, e il vicepremier gli ha ribadito che non ci sono le condizioni nemmeno per una sua candidatura all’organo di autogoverno delle toghe. Ma gli ha chiesto anche, considerate le minacce di dimissioni di Schifani giunte dopo le critiche del commissario di Forza Italia in Sicilia Nino Minardo, di non lasciare anzitempo l’incarico a Palazzo d’Orleans (Minardo, pensate, era presente all’incontro, ma è stato allontanato su richiesta di Schifani). Ma perché Tajani si oppone in maniera così ferma alle dimissioni di Schifani?

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Renato Schifani (Ansa).

I piani di Meloni per un Election day

Semplice: Giorgia Meloni vuole a tutti i costi che, come nel 2022, stavolta le Regionali siciliane si svolgano insieme alle Politiche, per sfruttare l’effetto-trascinamento per il centrodestra. La premier intenderebbe quindi andare al voto (Sergio Mattarella permettendo) a maggio 2027 con un Election day. Si voterebbe insieme alle Amministrative nelle principali città italiane (Milano, Napoli, Roma, Torino, Bologna) e Meloni, è il ragionamento, tenterebbe di usare la Sicilia per bilanciare il probabile vantaggio che un voto in contemporanea con le grandi città guidate dal centrosinistra potrebbe apportare al campo largo. Se Schifani si dimettesse ora, il giochino salterebbe: in Sicilia si voterebbe al massimo a gennaio. Il governatore quindi si trova nella paradossale condizione di non essere più ritenuto affidabile dal centrodestra per la Presidenza della Sicilia, ma di dover restare al suo posto per fare un favore allo stesso centrodestra. Il tutto senza la contropartita del Csm. Un’altra ipotesi di ricompensa politica poteva essere la candidatura in parlamento di uno dei figli di Schifani, ma niente da fare: Tajani non ha garantito un bel niente. Così il governatore è tornato a Palermo letteralmente inviperito, ma il suo stile felpato non ammette scenate. Detto ciò, nessuno può escludere che da un momento all’altro si dimetta e faccia crollare il cronoprogramma di Meloni.

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Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

I papabili alla successione

Ma chi sono i papabili per la sua successione? Forza Italia ha in campo tre nomi: Giorgio Mulè, lo stesso Nino Minardo e l’eurodeputato Marco Falcone. Anche Fratelli d’Italia ha le sue carte da giocare: Carolina Varchi, deputata vicinissima a Giorgia Meloni, e Nello Musumeci, che ha già guidato la Sicilia prima di Schifani ed è poi diventato ministro per la Protezione civile. Varchi, in queste settimane, è in ballo come candidata a sindaco di Palermo, dove pure si vota in primavera, ma i nostri interlocutori siciliani ci dicono che si tratta di un depistaggio. Se toccherà a FdI, si profila dunque un duello tra la palermitana Varchi e il catanese Musumeci.

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Il gran caos siciliano: Meloni, il voto e la partita per il dopo Schifani
Il gran caos siciliano: Meloni, il voto e la partita per il dopo Schifani

La variabile Cateno De Luca

Intanto Cateno De Luca, neoalleato nazionale della Meloni, con il suo Sud chiama Nord smentisce di aspirare alla presidenza della Regione Siciliana, ma non gli credono neanche i cannoli. Tra l’altro, a quanto risulta a Lettera43, il suo nome, con tutte le beghe che attanagliano la coalizione siciliana, sembra sempre più gradito ai vertici nazionali del centrodestra. Dall’altro lato, il fondatore di Controcorrente e presidente di Progetto Civico Italia, Ismaele La Vardera, sembra avere buone chance di ottenere la candidatura del centrosinistra, anche se il M5s regionale si oppone. Staremo a vedere…

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Cateno De Luca (Imagoeconomica).