di Nicola Russomando
Giffoni Valle Piana, eutanasia di un convento: potrebbe essere questa la sintesi di tutta una vicenda che ha visto i fedeli protesi a difendere la sopravvivenza del locale convento cappuccino dal piano di “razionalizzazione” propugnato dal provinciale P. Gianluca Savarese e dal suo consiglio. Ogni speranza era stata riposta nell’esposto-ricorso presentato al Dicastero per la vita consacrata, organo della curia romana che ha giurisdizione sui religiosi, teso a dimostrare l’illogicità di un provvedimento che mirava alla chiusura di un convento “pastoralmente” attivo con le varie associazioni che vi fanno capo (Terz’ordine secolare, Gioventù francescana, Araldini), ma soprattutto per il numero dei fedeli che lo praticano – o meglio – che lo praticavano. Il dicastero, burocraticamente, nell’asserita incompetenza a giudicare circa la chiusura di una casa religiosa, aveva però rinviato alla curia generalizia dell’ordine, al P. Gianfranco Genuin, la questione dell’opportunità di un tale provvedimento nella considerazione delle istanze dei fedeli. Risulta quindi evidente che i fedeli non hanno voce in questi procedimenti e che la tanto strombazzata sinodalità non è nient’altro che una specie di etichetta pubblicitaria sotto cui far passare l’immagine di una chiesa solo a parole tesa ad un maggiore coinvolgimento dei laici. Il ritiro dei frati da Giffoni, annunciato dal P. Guardiano Salvatore De Stefano nelle messe di domenica 20 settembre, lascia impregiudicata tutta una serie di questioni a partire dalla custodia della chiesa conventuale e delle sue opere d’arte. Una parte del convento, coincidente con la sua più recente superfetazione, è stata concessa in comodato d’uso al Comune per fini socioculturali, di cui al momento si ignora la realizzazione. La chiesa e la parte adiacente restano a disposizione del frate che la domenica verrà a celebrare la messa delle dieci e trenta e ad assicurare l’assistenza spirituale alle componenti laiche francescane. Ad essere pesantemente discriminati sono i numerosi fedeli domenicali delle sette del mattino, di quella “prima messa” che costituisce più che una tradizione. Rappresenta, infatti, un modo di concepire la pratica religiosa, specie dalle madri di famiglia, all’insegna della celebrazione della messa che presiede a tutte le incombenze richieste dal giorno festivo. L’ultima sarà celebrata domenica 4 ottobre, singolarmente coincidente con l’ottavo centenario della morte di S. Francesco. Al contrario, la secolarizzazione di una certa chiesa che va di pari passo con la società, considera queste pratiche “anticaglie” non degne di nessuna considerazione. A prevalere è invece una pretesa razionalizzazione di stampo utilitaristico nella concentrazione dei frati in conventi urbani e nell’abbandono sistematico dell’autentica vita contemplativa, vero rimedio alla crisi delle vocazioni invocata come causa delle chiusure dei conventi. Eppure, proprio nel ricevere in Vaticano una delegazione delle Clarisse cappuccine nella festa di S. Matteo, Leone XIV ha trattato la spinosa questione della crisi delle vocazioni negli ordini religiosi non ricorrendo ai tatticismi di uso corrente. Queste sono state le sue parole: “Le vocazioni non nascono dall’applicazione di strategie organizzative, né da campagne studiate a tavolino, ma dalla preghiera, dalla familiarità con il Vangelo, dal silenzio, dal sapersi accogliere con le proprie imperfezioni (cf. Gal 6,2), dal sentirsi parte di un tutto che crea unità”. Una dimensione evidentemente dimenticata dai cappuccini della provincia campano-lucana che antepongono la strategia organizzativa alla vita contemplativa, favorita invece da conventi, come quello di Giffoni, felicemente isolato dal centro abitato pur in una collocazione geograficamente eminente. È, del resto, questa una tendenza nei religiosi emersa nella recezione del Concilio Vaticano II, quando si è privilegiata la dimensione antropologica di tipo orizzontale rispetto a quella spirituale di tipo verticale, o, come sosteneva il liturgista benedettino Mariano Magrassi, quando si è fatto molto aggiornamento e poco ritorno alle fonti. Le fonti francescane propongono un S. Francesco che, alla vigilia del suo transito al cielo, invitava i frati a seguirne l’esempio: “Io ho fatto la mia parte, Cristo vi insegni a fare la vostra”. P. Raniero Cantalamessa, cardinale cappuccino, all’ultimo capitolo generale indicava nel “guardare a Cristo con gli occhi di Francesco” la panacea alla crisi delle vocazioni. Per il provinciale Gianluca Savarese invece il rimedio è nella chiusura delle case religiose e nella concentrazione dei frati in conventi urbani calati nella concitazione della vita cittadina. Un vero e proprio movimento questo, anch’esso segnato dall’assimilazione alla secolarizzazione imperante.
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