Perché con il Melonellum il voto in autunno è una via quasi obbligata

Cortocircuito elettoral-istituzionale alle viste. Se infatti una volta approvata la legge elettorale ci saranno dei ricorsi alla Corte Costituzionale, il giudizio sulla legittimità del Melonellum potrebbe impattare sulla data delle prossime Politiche rischiando un braccio di ferro tra Palazzo Chigi e Quirinale.

L’ultimo passaggio alla Camera

Come è ovvio i ‘se’ sono molti. Vediamoli. Innanzitutto il grande ‘se’ è legato all’approvazione della riforma. Il testo approderà alla Camera il 28 settembre per la terza e teoricamente ultima lettura. Giorgia Meloni ha già annunciato che metterà la fiducia, ma a Montecitorio c’è anche il voto finale che può essere a scrutinio segreto e, anche se assai poco probabili, non sono escluse sorprese come quella dello scorso luglio sulle preferenze. Ora il testo è cambiato e sembra esserci un patto di maggioranza. Secondo tutti gli opinionisti reggerà, ma a volte il diavolo sta nei dettagli.

Perché con il Melonellum il voto in autunno è una via quasi obbligata
Giorgia Meloni (Ansa).

I tempi della Corte Costituzionale sono un’incognita

Una volta approvata la riforma, come è già stato annunciato dalle opposizioni, saranno attivati comitati per avviare le procedure in vista del ricorso presso la Consulta. E qua i tempi diventano determinanti. Perché il primo step è una denuncia alle Corti d’Appello per lesione del diritto di voto. Se anche solo un giudice si rivolgerà alla Corte Costituzionale, questa dovrà avviare l’iter del ricorso ma, fatti due conti con il calendario, siamo già arrivati a novembre. Innanzitutto si dovrà attendere la formazione dei comitati per il sì e per il no e poi la loro costituzione in giudizio presso la Corte. A quel punto quasi sicuramente la Consulta sceglierà un procedimento d’urgenza. Ma abbiamo già scavallato il Capodanno. E tra le possibilità c’è la collisione tra i tempi della decisione dei giudici costituzionali e l’indizione delle elezioni.

Perché con il Melonellum il voto in autunno è una via quasi obbligata
L’opposizione manifesta contro il Melonellum (Imagoeconomica).

La prudenza del Quirinale

Vero, la premier ha assicurato che intende arrivare «alla scadenza della legislatura», che è a settembre, ma ogni tanto a Palazzo Chigi torna l’idea di anticipare il voto ad aprile. In quel caso i ritmi sarebbero molto serrati. La sentenza della Corte potrebbe infatti arrivare verso gennaio-febbraio, ma per poter votare il 18 aprile (la data del voto la sceglie il governo) bisogna sciogliere le Camere (e questo invece spetta al Presidente della Repubblica) al più tardi tra fine febbraio e inizi marzo, cioè tra 45 e 70 giorni prima della data delle elezioni. Ora il dubbio è: se Giorgia Meloni si presentasse a metà febbraio al Quirinale per dire: «Ho finito il mio compito, voglio andare a votare a fine aprile», Mattarella scioglierebbe le Camere pur sapendo che incombe la sentenza della Corte con il rischio di una bocciatura del Melonellum?

Perché con il Melonellum il voto in autunno è una via quasi obbligata
Sergio Mattarella (Imagoeconomica).

L’arma propagandistica del Parlamento delegittimato

Chi lo conosce prevede che di certo non si metterebbe di traverso fino a dar vita a un governo alternativo: diventare il supercapo dell’opposizione non è certo la sua aspirazione. Ma di certo consiglierebbe un supplemento di pazienza alla premier, per attendere la sentenza. Se Meloni insistesse, ci troveremmo davanti a uno scontro tra Palazzo Chigi e Quirinale ben più manifesto di quelli avvenuti finora. L’unica certezza è che se si votasse con il Melonellum e questo poi venisse giudicato incostituzionale, l’esito delle elezioni non sarebbe annullato. Certo l’arma propagandistica del Parlamento delegittimato verrebbe usata dagli sconfitti, ma a livello istituzionale nulla cambierebbe. Insomma, i ‘se’ sono moltissimi, dando fiducia alle parole della premier, si voterà a settembre. Ma nella politica italiana vale la regola di James Bond: mai dire mai.