di Erika Noschese
Ci sono dettagli che raccontano una visione del mondo e altri che, al contrario, mettono a nudo l’assenza di un’idea di futuro. Quando Greta Scarano si è presentata all’inaugurazione dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia avvolta in un abito che richiamava in modo inequivocabile le tonalità cromatiche dell’Ippocampo, la notizia ha fatto immediatamente il giro del mondo, in particolare sui social network, oltre alle chat di tifosi e alla stampa specializzata. Non si trattava di un semplice vezzo stilistico né di una posa da passerella studiata a tavolino da un qualche ufficio stampa. Era la narrazione semplice, diretta e genuina di un legame personale, nato e coltivato tra le mura domestiche grazie al matrimonio con il regista salernitano Sydney Sibilia. Intercettata dai cronisti ai margini della passerella, l’attrice ha spiegato la scelta con una freschezza disarmante: “Tra i tanti motivi è anche per i colori granata che rappresenta la Salernitana. Un piccolo omaggio ad una grande squadra di cui mio marito è tifoso e che tifo anche io”. Parole prive di sovrastrutture, pronunciate con quel sorriso disinvolto che sottolinea una spontaneità autentica, lontana dalle consuete e noiose dichiarazioni di circostanza. Una dichiarazione d’amore spontanea verso una piazza e una maglia che, storicamente, vivono di passioni viscerali e visibilità mediatica per le incredibili coreografie realizzate. La presenza e il richiamo al regista campano, da sempre ambasciatore orgoglioso e fiero delle proprie radici cittadine e dei colori granata, ha dato a quel momento una forza comunicativa straordinaria, proiettando il simbolo di Salerno su uno dei palcoscenici culturali più prestigiosi, osservati e fotografati dell’intero pianeta. Una simile ribalta internazionale, capace di travalicare i confini nazionali e conquistare l’attenzione dei media esteri, Salerno l’aveva vissuta soltanto quando in granata è arrivato Guillermo “Memo” Ochoa, il portiere messicano dei record e icona globale dei Mondiali. E anche in quel caso, purtroppo, si è persa non una, ma tante, tantissime occasioni di strutturare quell’onda mediatica, trasformando un fenomeno globale di popolarità in un progetto duraturo di visibilità e internazionalizzazione per Salerno e la Salernitana. In un contesto moderno in cui l’immagine, il posizionamento strategico del brand e la capacità di intercettare l’interesse generale costituiscono i pilastri portanti della sostenibilità e del valore di un’azienda sportiva, un episodio di questa portata rappresenta una vera e propria pepita d’oro lasciata per terra. Non serve una particolare laurea in strategia di marketing per comprendere cosa avrebbe fatto qualsiasi realtà calcistica dotata di una struttura organizzativa attenta alle dinamiche mediatiche contemporanee. Alla prima partita casalinga utile, l’attrice e il regista sarebbero stati invitati formalmente a sedere in tribuna d’onore. Sarebbe stata organizzata una breve cerimonia a bordo campo, con la consegna di una maglia personalizzata, l’abbraccio simbolico della tifoseria e l’investitura informale a madrina dei colori granata. Una sequenza di azioni semplici, quasi banali nella loro consequenzialità logica, che avrebbero consentito a una squadra attualmente impegnata nel campionato di Serie C di capitalizzare al massimo una risonanza mediatica che normalmente costerebbe decine di migliaia di euro in campagne pubblicitarie dedicate. L’impatto di un personaggio di primissimo piano del panorama cinematografico e televisivo italiano, capace di inaugurare e chiudere la kermesse del Lido, non risiede nell’eccezionalità delle parole pronunciate ai microfoni dei cronisti, ma nella sua figura pubblica e nel potenziale di attrazione che si porta dietro. L’arte di comunicare nel calcio odierno si misura proprio sulla capacità di cogliere l’attimo, trasformando un banale siparietto da red carpet in un asset reputazionale e di immagine per l’intera comunità. Sydney Sibilia e Greta Scarano rappresentano un connubio perfetto tra eccellenza culturale e popolarità cinematografica, un ponte naturale tra il grande cinema nazionale e la passione viscerale che da sempre caratterizza il pubblico dello stadio Arechi. Invitare entrambi all’impianto cittadino avrebbe significato non solo rendere il giusto tributo ad un gesto di grande eleganza, ma anche riaffermare che il patrimonio simbolico della squadra va oltre i novanta minuti giocati sul terreno di gioco e abbraccia l’orgoglio di un’intera città. Il silenzio o la lentezza nel cogliere queste opportunità segnalano invece un provincialismo di fondo, una difficoltà strutturale a concepire lo sport come un ecosistema aperto alla cultura, allo spettacolo e alle relazioni pubbliche di alto profilo. Non occorreva inventare nulla di straordinario, bastava applicare l’ABC della gestione dell’immagine sportiva: valorizzare chi parla bene del territorio, trasformare una testimonianza spontanea in un evento e restituire un segnale di cura e attenzione verso l’esterno. Invece, mentre le immagini dell’attrice sul red carpet continuano a circolare come esempio di grazia e attaccamento emotivo, resta la sensazione amara dell’ennesima porta lasciata chiusa, dell’ennesima occasione sfumata per mostrare un volto moderno, dinamico e aperto al mondo. Una grande piazza si riconosce anche dalla prontezza con cui sa dire grazie a chi porta i suoi colori nel mondo, restituendo quell’abbraccio con la stessa naturalezza con cui è stato donato.
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