Norma: Cosa penserebbe Berlusconi di un partito che racconta realtà distanti?

«Il congresso dovrebbe essere un momento di confronto, certamente anche di competizione, ma con l’obiettivo finale di rafforzare il partito. Le divisioni possono anche essere fisiologiche in una fase congressuale. Il problema nasce quando il confronto interno diventa più importante della politica e del rapporto con i territori. Forza Italia deve tornare a parlare alle persone, alle categorie produttive, ai professionisti, alle imprese e a quella parte di elettorato moderato che rappresenta una componente fondamentale del nostro consenso». A dirlo Giuseppe Norma, già consigliere comunale di Eboli che dice la sua in merito al congresso regionale in Campania, in programma il prossimo 9 settembre.

Eboli arriva allo scioglimento del Consiglio comunale dopo mesi di tensioni, fratture nella maggioranza e un confronto politico diventato progressivamente sempre più aspro. Al di là delle responsabilità formali, qual è il suo giudizio politico sull’esperienza dell’amministrazione Conte? E quanto ha pesato l’incapacità di ricostruire un clima di dialogo nell’epilogo della consiliatura?

«Il mio giudizio politico è abbastanza netto: l’esperienza amministrativa guidata dal sindaco Conte si è progressivamente logorata, fino a perdere quella capacità di sintesi che dovrebbe essere alla base di qualsiasi governo cittadino. Al di là delle responsabilità formali, politicamente non si può ignorare che si è arrivati alla conclusione della consiliatura dopo un lungo periodo di tensioni e contrapposizioni. Quando una maggioranza entra in una fase di conflitto permanente, la prima responsabilità della politica è cercare di ricostruire il dialogo. Questo, a mio avviso, non è avvenuto in maniera efficace. E quando il confronto politico diventa esclusivamente scontro, a rimetterci non sono soltanto le forze politiche, ma soprattutto la città. Eboli aveva bisogno di stabilità, di programmazione e di una maggioranza capace di affrontare i problemi, la maggioranza Conte ne ha creati tanti e risolti nessuno. Il fatto che si sia arrivati allo scioglimento del Consiglio comunale rappresenta comunque una sconfitta della politica e deve diventare una lezione per tutti».

La stagione del commissariamento non può essere semplicemente un tempo di attesa verso le prossime elezioni. Quali sono oggi le emergenze sulle quali Eboli non può permettersi di perdere altri mesi e quali questioni la politica dovrà trovare già affrontate quando tornerà alla guida della città?

«Il commissariamento non deve significare paralisi. Il commissario ha un compito diverso da quello della politica, ma ci sono questioni amministrative che non possono essere rinviate. Penso innanzitutto alla manutenzione della città, alla sicurezza e al decoro urbano, alla viabilità, alla gestione dei servizi, alla situazione delle periferie. Ma penso anche alla capacità di intercettare e utilizzare le risorse disponibili, perché Eboli non può permettersi di perdere opportunità e finanziamenti per ritardi o incapacità progettuali. Parallelamente bisogna affrontare questioni strutturali: il rapporto con il territorio agricolo, lo sviluppo dell’area industriale, il commercio, il turismo, le politiche sociali e soprattutto la capacità di valorizzare le potenzialità che Eboli possiede. La prossima amministrazione non dovrà ripartire da zero. Dovrà trovare una città con una serie di dossier già analizzati e con priorità chiare. Il tempo del commissariamento deve essere utilizzato anche per mettere ordine, non semplicemente per aspettare il giorno delle elezioni».

Le prossime elezioni rappresenteranno inevitabilmente uno spartiacque. Secondo lei Eboli ha bisogno soltanto di una nuova amministrazione oppure di una vera ricostruzione del rapporto tra cittadini e politica? E su quali idee dovrebbe nascere un’alternativa credibile per il governo della città?

«Eboli ha bisogno di entrambe le cose. Una nuova amministrazione, da sola, non sarebbe sufficiente. Serve ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e politica, perché negli ultimi anni la distanza è diventata troppo evidente. La politica deve tornare ad ascoltare. Non soltanto durante la campagna elettorale, ma quotidianamente. Un amministratore deve avere la capacità di stare tra le persone, conoscere i problemi dei quartieri, delle attività commerciali, degli agricoltori, delle famiglie e dei giovani. L’alternativa credibile deve nascere da idee concrete: una città più sicura, più ordinata, capace di valorizzare il proprio patrimonio, di sostenere l’economia locale e di creare opportunità per i giovani. E soprattutto deve esserci una visione di Eboli che vada oltre la gestione dell’emergenza. Il cittadino deve sapere non soltanto chi vuole amministrare la città, ma soprattutto per fare cosa».

Forza Italia vive una fase delicata, con un congresso regionale che invece di rappresentare un momento di sintesi e rilancio rischia di fotografare una profonda divisione interna. Da ex amministratore e dirigente del territorio, che congresso avrebbe voluto e quale segnale dovrebbe arrivare oggi dal partito per evitare che la competizione interna prevalga sulla politica e sulla necessità di allargare il consenso?

«Avrei voluto un congresso capace di parlare soprattutto del futuro di Forza Italia e non soltanto degli equilibri interni. Il congresso dovrebbe essere un momento di confronto, certamente anche di competizione, ma con l’obiettivo finale di rafforzare il partito. Le divisioni possono anche essere fisiologiche in una fase congressuale. Il problema nasce quando il confronto interno diventa più importante della politica e del rapporto con i territori. Forza Italia deve tornare a parlare alle persone, alle categorie produttive, ai professionisti, alle imprese e a quella parte di elettorato moderato che rappresenta una componente fondamentale del nostro consenso. Il segnale che dovrebbe arrivare è molto semplice: prima il partito, prima i territori, prima il progetto politico e poi le legittime ambizioni personali. A livello locale abbiamo bisogno di un partito presente, radicato e capace di costruire una classe dirigente. Non possiamo chiedere ai cittadini di avere fiducia nella politica se per primi siamo noi a dare l’impressione di essere interessati esclusivamente agli equilibri interni. Credo, infine, che un partito serio debba avere anche il coraggio di ammettere i propri errori, analizzarli e confrontarsi senza paura. È dal confronto, anche quando è scomodo, che una comunità politica può crescere. Dovremmo avviare una discussione seria anche con i nostri alleati, analizzando con onestà le sconfitte elettorali che hanno interessato la nostra regione e cercando di capire dove abbiamo sbagliato e cosa dobbiamo cambiare. Continuare invece a nasconderci dietro false illusioni o a raccontarci come vittorie quelle che, nei fatti, sono state sconfitte, rischia soltanto di allontanarci dalla realtà. E un partito che perde il contatto con la realtà perde anche la capacità di correggersi e di conquistare nuovo consenso. Se continuiamo su questa strada, il rischio concreto è quello di arrivare ad essere l’ultimo partito del centrodestra italiano. E allora viene spontaneo chiedersi: cosa penserebbe e cosa direbbe Silvio Berlusconi davanti a un partito che, invece di interrogarsi sulle proprie difficoltà e ripartire, preferisce raccontarsi una realtà diversa da quella che gli elettori ci consegnano?».

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