Gregge, Il dogma della “decima” e i contributi forzati

di Erika Noschese

Un’organizzazione settaria per mantenere il proprio potere e garantire la propria sopravvissuta espansione logistica necessita di ingenti risorse finanziarie. L’Opera del Gregge del Bambin Gesù non ha fatto eccezione, strutturando negli anni un formidabile ed efficace canale di drenaggio economico ai danni degli affiliati, facendo perno su uno dei meccanismi psicologici più antichi e coercitivi della storia religiosa: il senso di colpa e il ricatto della salvezza eterna. Stando a quanto rivelato in modo dettagliato dalle nostre fonti concordanti, sin dai tempi della leadership di zia Caterina il gruppo ha riesumato e applicato con inflessibile rigidità l’antica pratica religiosa della “decima al Signore”, una norma ebraica abolita dal diritto canonico e dalle leggi ecclesiastiche da diversi secoli, ma trasformato all’interno del Gregge in un pilastro finanziario irrinunciabile e restrittivo. Il versamento del dieci per cento delle proprie entrate economiche, degli stipendi, delle pensioni o dei guadagni professionali non veniva affatto prospettato come una libera donazione spontanea, un atto d’amore o un’offerta caritativa facoltativa. Nel codice di comportamento non scritto, ma ferreamente applicato dall’associazione, il versamento della decima rappresentava un obbligo dogmatico inderogabile, una vera e propria cartina di tornasole della genuinità della propria fede. Chi si rifiutava di pagare, chi sollevava dubbi sulla trasparenza dei fondi o semplicemente non versava la quota stabilita veniva immediatamente colpevolizzato, bollato come un individuo privo di reale fiducia in Dio e accusato di indegnità spirituale. La mancata dazione del denaro si traduceva, secondo la narrazione interna inoculata nei fedeli, nell’impossibilità automatica di ricevere le grazie richieste, nella perdita della protezione divina sulla propria famiglia e nell’ostacolo definitivo alla guarigione da malattie o sofferenze. Questo perverso meccanismo di pressione psicologica ha generato nel corso dei decenni un giro d’affari imponente, di proporzioni impressionanti se si considera l’elevato numero di persone affiliate o simpatizzanti che gravitano attorno all’orbita del Gregge in tutta la provincia di Salerno e nelle zone limitrofe. Una massa monetaria enorme e costante, sottratta alle disponibilità di famiglie spesso monoreddito o in difficoltà economiche, attratte dalla speranza di un miracolo o dal desiderio di appartenere a una comunità eletta. Ma l’aspetto più grave e insidioso, sottolineato a più riprese dalle fonti d’inchiesta, risiede nella destinazione finale di queste ingenti somme di denaro e nella sottrazione sistematica di risorse alla Chiesa cattolica ufficiale. I fedeli non venivano sollecitati a sostenere le opere di carità delle proprie parrocchie di appartenenza, né a versare offerte durante le celebrazioni liturgiche territoriali dei loro quartieri. L’ordine perentorio era quello di consegnare il denaro direttamente ed esclusivamente alla “comunità”, identificata non con la struttura diocesana o con la parrocchia locale, ma unicamente ed inequivocabilmente con il Gregge. In questo modo si è creata una vera e propria cassa parallela, una tesoreria ombra completamente slegata da qualsiasi forma di controllo e rendicontazione da parte dei revisori dei conti della curia o dei vescovi. Un tesoro accumulato attraverso il sudore dei devoti che ha consentito al gruppo di acquistare immobili, finanziare strutture d’accoglienza, realizzare opere logistiche di rilievo – come i costosi impianti tecnologici emersi nelle strutture di Montecorvino Pugliano – e garantire una solida base di autonomia finanziaria con cui sfidare apertamente i decreti d’interdizione emanati nel tempo dalle autorità ecclesiastiche. La decima, da arcaico precetto religioso, si è così trasformata nello strumento perfetto di un’estorsione spirituale legalizzata, capace di arricchire la setta e di impoverire le sue vittime nel silenzio e nella rassegnazione.

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