di Erika Noschese
Le conseguenze dell’indebolimento dell’autorità diocesana e della pervasiva penetrazione dell’Opera del Gregge del Bambin Gesù all’interno del clero salernitano non si misurano soltanto nei grandi palazzi del potere o attraverso le vicende delle alte sfere vaticane, ma si scaricano con inaudita e quotidiana violenza sulla vita delle persone comuni. Quando l’appartenenza a una logica di gruppo settaria e autoreferenziale prende il sopravvento sull’etica sacerdotale e sulla sensibilità pastorale, il rapporto con i fedeli si inaridisce irrimediabilmente, sfociando in episodi di una gravità sconcertante. È il caso della dolorosa e paradossale testimonianza giunta sul tavolo della nostra redazione, che chiama in causa direttamente la condotta del parroco di Acerno, don Andrea Rossi – figura indicata dalle nostre fonti territoriali come pienamente inserita e affiliata alle dinamiche del Gregge – offrendo uno spaccato desolante di come l’impostazione ideologica della comunità influenzi e degradi la cura d’anime nei comuni della provincia. I fatti ricostruiti attraverso la denuncia diretta della fonte hanno del clamoroso e mostrano il volto più cinico di una gestione parrocchiale plasmata da questa mentalità. Un cittadino di Acerno, colpito dal dramma immane e improvviso della scomparsa del proprio figlio mentre questi si trovava in Germania per ragioni lavorative, si è rivolto al parroco per organizzare il rientro della salma e concordare la celebrazione delle esequie funebri nella chiesa della propria comunità d’origine. Di fronte allo strazio di un genitore devastato dalla perdita più grande, la reazione fornita dal sacerdote ha superato ogni limite della pietà cristiana e dell’umana empatia. Don Andrea Rossi, mettendo al centro delle proprie valutazioni la concomitanza temporale tra la data richiesta per il funerale e lo svolgimento della sagra paesana ad Acerno, ha liquidato il padre con un’affermazione di una freddezza agghiacciante: “Avete scelto un giorno sbagliato per il funerale, siete voi a scegliere quando prendere la salma, potete anche tenerlo un giorno in più nella cella frigorifero”.Una frase di una violenza verbale inaudita, che ha precipitato la famiglia del defunto nello sconcerto e nell’umiliazione più totale, svelando un totale distacco emotivo e una sconcertante mancanza di rispetto per la dignità del lutto e del sacramento dei defunti. Un episodio che ha sollevato un’ondata di profonda indignazione nel tessuto sociale acernese e che, ad un’analisi più attenta, si rivela coerente con il quadro comportamentale tipico di chi ha introiettato i modelli del Gregge. L’appartenenza a questa realtà, infatti, tende a creare nei sacerdoti affiliati un forte senso di superiorità e un distacco distaccato verso le reali sofferenze del popolo di Dio, sostituendo la paternità spirituale e la vicinanza umana con una gestione burocratica, rigida o palesemente disinteressata alle esigenze della comunità parrocchiale ordinaria. A riprova di una conduzione pastorale ritenuta da una parte della comunità del tutto distante dal senso del sacro, siamo entrati in possesso di una lettera risalente allo scorso anno, scritta da alcuni cittadini di Acerno e indirizzata all’arcivescovo monsignor Andrea Bellandi: «Abbiamo appreso dai social la nomina a parroco di Acerno di un sacerdote che ha un pregresso poco edificante e che, in questo anno in cui è stato amministratore, ha continuato l’opera di svuotamento della chiesa con prediche lunghe, insipide, incomprensibili, moraleggianti e fastidiose, talvolta offensive nei confronti di famiglie in lutto; usa smodatamente il cellulare durante tutta la celebrazione, inviando anche richieste di amicizia a persone presenti al funerale durante lo stesso; è spesso assente dal paese, introvabile e totalmente distante dalle problematiche delle persone, delle famiglie, dei malati e dell’intera comunità». E ancora: «Dà priorità a una sagra rispetto al dolore di una famiglia che piange un giovane figlio morto in Germania, la cui salma avrebbe dovuto attendere in frigorifero per alcuni giorni perché la parrocchia aveva in programma la sagra; ha combinato tanto altro con la sua appartenenza al cosiddetto gregge che la gente qui non si raccapezza più; è assente e lontano dal mondo giovanile, tanto che, dopo secoli di storia, per la prima volta quest’anno non ci sono cresime. E il che è tutto dire, pur essendoci ancora una cospicua presenza di giovani. Proprio un gran bel regalo», si legge nella lettera. Una condotta surreale e dissacrante, che trasforma il momento liturgico in un’occasione di interazione digitale superficiale e svilisce la sacralità dell’altare davanti agli occhi increduli dell’assemblea. La vicenda di Acerno rappresenta dunque la dimostrazione plastica e territoriale di quanto sia pericolosa l’infiltrazione dell’Opera del Gregge nelle parrocchie della Diocesi di Salerno-Campagna-Acerno. Quando un sacerdote risponde alle direttive di un gruppo chiuso e alle sue logiche interne anziché al Vangelo e al servizio della propria gente, il ministero si trasforma in un guscio vuoto, incapace di accogliere il dolore e di offrire conforto. Il fatto che un parroco affiliato al Gregge possa permettersi di subordinare il funerale di un giovane alla festa di paese, suggerendo con disprezzo di “tenere il corpo in frigo”, è il sintomo drammatico di un cortocircuito morale. Un degrado umano e spirituale che testimonia il totale fallimento dei controlli diocesani e la necessità urgente di liberare le comunità locali dall’influenza di una setta che continua a calpestare la dignità dei fedeli.
L'articolo “Funerale? Te lo tenevi in frigo, c’è la sagra”: deriva del parroco di Acerno proviene da Le Cronache.
