L’Oman sa. Lo confermano a Lettera43 fonti vicine al dossier: a Muscat hanno individuato con precisione la regia dietro le minacce sempre più violente di Donald Trump contro il sultanato. Quella regia avrebbe un nome: Mohammed bin Zayed Al Nahyan, presidente degli Emirati Arabi Uniti. Stando alla ricostruzione, Abu Dhabi da mesi soffierebbe nell’orecchio del presidente americano per ridimensionare il vicino scomodo, uno dei pochi attori del Golfo che parla con tutti e che oggi tiene in mano il negoziato più delicato del pianeta, quello sullo Stretto di Hormuz. Caso vuole che lunedì, nello stesso giorno della seconda minaccia americana, il sultano Haitham bin Tarik sia salito su un aereo per Abu Dhabi e avrebbe messo la questione sul tavolo del diretto interessato.

L’accordo tra Teheran e Muscat e la reazione di Trump
«If Oman gets in the way, we’ll bomb the shit out of them». Se l’Oman si mette in mezzo, lo bombardiamo di brutto. Donald Trump ha scelto il registro che gli è più congeniale per minacciare uno dei più antichi alleati degli Stati Uniti nel Golfo. Le parole, riferite dal corrispondente di Fox News Trey Yingst, sono arrivate nel giorno in cui scadeva il memorandum di 60 giorni tra Washington e Teheran sulla fine della guerra e sul programma nucleare iraniano, senza alcun accordo in vista. La colpa di Muscat è aver fatto ciò che fa da mezzo secolo: mediare. L’agenzia semi-ufficiale iraniana Mehr sabato aveva annunciato l’intesa tra Teheran e Muscat su un meccanismo di gestione del traffico nello Stretto di Hormuz, il corridoio da cui nel 2025 è transitato il 34 per cento del greggio mondiale e che oggi è ridotto alla paralisi: appena 13 navi nel fine settimana, secondo MarineTraffic. Trump rivendica il controllo americano del passaggio e ha ripetuto che gli Stati Uniti potrebbero «tenerselo». Un accordo diretto Iran-Oman, con eventuali pedaggi di transito, scavalcherebbe Washington e ridisegnerebbe la governance del passaggio marittimo più strategico del Pianeta.

La vera natura della «visita fraterna» del sultano ad Abu Dhabi
C’è però un dettaglio che pesa. Quella di lunedì è la seconda minaccia di Trump all’Oman. Già lo scorso maggio, in una riunione di gabinetto, il presidente americano aveva avvertito che «l’Oman si comporterà come tutti gli altri». Due minacce in tre mesi contro un Paese che ospita da decenni i canali negoziali più delicati tra Washington e Teheran raccontano una pressione costante, alimentata e coltivata. La domanda giusta riguarda chi la alimenta. Una risposta è arrivata nello stesso giorno della minaccia, con un movimento diplomatico che alimenta il sospetto. Lunedì 17 agosto il sultano Haitham bin Tarik è volato ad Abu Dhabi per una «visita privata fraterna» e ha incontrato il presidente emiratino Mohammed bin Zayed Al Nahyan ad Al Shati Palace, palazzo reale utilizzato per incontri diplomatici e visite di Stato.

L’avvertimento dell’Oman
Basta leggere la lista della delegazione per subodorare la natura del viaggio. Accanto al sultano sedevano il vice primo ministro per gli affari della Difesa Shihab bin Tarik, il ministro dell’Interno Hamoud bin Faisal Al Busaidi e il generale Sultan bin Mohammed Al Nomani, ministro del Royal Office, l’organo che nel sistema omanita sovrintende ai servizi di intelligence e alla sicurezza dello Stato. Più che una delegazione era l’architettura di sicurezza dell’Oman al completo, schierata davanti al presidente emiratino. Dall’altra parte del tavolo, Abu Dhabi ha risposto con mezza corte: il ministro degli Esteri Abdullah bin Zayed, il vicegovernante di Dubai Maktoum bin Mohammed, Hamdan bin Mohamed bin Zayed. Le stesse fonti descrivono un colloquio senza giri di parole: il sultano avrebbe chiarito direttamente con Mohammed bin Zayed che le interferenze emiratine contro il sultanato devono cessare, e che Muscat conosce nel dettaglio il lavoro di Abu Dhabi sull’amministrazione americana. La visita «fraterna», insomma, è suonata come un avvertimento consegnato di persona, con i vertici della sicurezza omanita come testimoni.

I possibili moventi di Abu Dhabi
Gli Emirati, del resto, hanno ragioni economiche e ragioni storiche per volere un Oman ridimensionato. Sul piano economico, la chiusura di Hormuz strangola l’export emiratino, con la sola eccezione del terminal di Fujairah che si affaccia oltre lo Stretto. Un accordo Iran-Oman sulla gestione del passaggio, con Muscat nel ruolo di co-garante, taglierebbe fuori Abu Dhabi da ogni voce in capitolo sulla via d’acqua da cui dipende la sua economia. La tensione è già altissima: l’Iran non solo ha nuovamente lanciato missili su Abu Dhabi, ma nei giorni scorsi ha sequestrato una petroliera di proprietà emiratina vicino all’isola di Qeshm. Abu Dhabi, dal canto suo, accusa le forze iraniane di aver attaccato navi collegate ad ADNOC, la compagnia petrolifera nazionale. Sul piano storico, il fascicolo è ancora più spesso. La penisola del Musandam, exclave omanita, spezza la continuità territoriale emiratina proprio sullo stretto di Hormuz e da decenni alimenta le mire di Abu Dhabi. Nel 2011 l’Oman smantellò una rete di spionaggio emiratina che operava nel cuore dell’apparato statale del sultanato, un episodio che Muscat considera chiuso solo formalmente. La diffidenza tra i due vicini convive con 15 miliardi di dollari di interscambio non petrolifero e 35 miliardi di accordi di investimento annunciati nel 2024. Nel Golfo il denaro e il sospetto viaggiano da sempre sullo stesso dhow. Abu Dhabi considera la neutralità omanita un lusso intollerabile e vede nell’attuale debolezza di Muscat, stretto tra le minacce americane e il caos di Hormuz, la finestra per ridimensionare una volta per tutte il vicino ingombrante. La leva scelta è la più potente disponibile: l’orecchio di Donald Trump.

L’ultimatum lanciato dal sultano
Il senatore democratico Tim Kaine ha annunciato una risoluzione per vietare qualsiasi azione militare contro l’Oman al rientro del Senato dalla pausa estiva. Jared Kushner, genero e inviato speciale del presidente, continua a insistere sulla pressione economica su Teheran e ha ammonito l’Iran a «non nascondere carte». Trump ha dichiarato di non avere fretta e di non voler estendere il cessate il fuoco, rivendicando un canale diretto con i Pasdaran. Il sultanato, intanto, ha mandato il suo messaggio. Lo ha mandato di persona, ad Al Shati Palace, con i ministri della Difesa e dell’Interno seduti al tavolo. Nel linguaggio felpato della diplomazia del Golfo, dove ogni visita «fraterna» pesa quanto un ultimatum, difficilmente si poteva essere più chiari.
