Per vincere un’elezione serve un messaggio forte, univoco e chiaro. Il problema è che in questo momento in casa repubblicana c’è il caos. Mentre gli Stati Uniti si preparano a una tornata di midterm, quelle di novembre 2026, che può azzoppare gli ultimi due anni di presidenza Trump, il Gop (Grand old party) fatica a trovare unità, complice un presidente imprevedibile e una strategia cervellotica.

I dolori dei conservatori nascono da una criticità di fondo: le maggioranze sottili alla Camera e in Senato impediscono di arrivare a leggi e provvedimenti da poter spendere in campagna elettorale. E così il partito si perde in discussioni parlamentari. I fronti che prosciugano le energie, anche a causa di un Donald Trump poco interessato alle midterm e sempre più impegnato a blindare la sua presa sul Gop, sono almeno quattro.
Il pantano al Congresso tra shutdown e Save America Act
Il primo è quello fiscale. Da anni democratici e repubblicani finiscono spesso per andare avanti grazie a pacchetti che spostano soltanto più in là il problema. Il Senato ha congelato il rischio di uno shutdown dell’ultimo minuto votando un pacchetto ponte per arrivare all’11 dicembre: in questo modo è stato almeno evitato uno stop alle attività del governo federale che poteva scattare alla fine di settembre. Solo che la Camera ha votato un pacchetto diverso, seppur con gli stessi effetti, e al momento non è chiaro quale dei due rimarrà in vigore e quale delle due Camere voterà l’altro. Insomma, il rischio di una paralisi non può dirsi scongiurato al 100 per cento. In ogni caso si tratta dell’ennesima misura tampone, non di un risultato concreto da sventolare agli occhi degli elettori. In questo guazzabuglio si inserisce anche il secondo fronte: la controversa legge Save America Act.

Il provvedimento, voluto a tutti i costi dalla Casa Bianca, dovrebbe introdurre restrizioni all’accesso al voto imponendo, fra le altre cose, di presentare la carta di identità ai seggi. Lo speaker della Camera potrebbe introdurlo dentro un provvedimento fiscale, ma se anche dovesse passare, al Senato rimarrebbe impantanato perché quattro repubblicani hanno già fatto sapere di non volerlo approvare. L’iter potrebbe trasformarsi in un “Vietnam”, tra contro-emendamenti, ostruzionismo e altre defezioni. Vien da sé che, in questo contesto, per il Gop diventa arduo presentarsi agli elettori vantando risultati convincenti.
La guerra con l’Iran è giudicata peggio del disastro Afghanistan
Come se non bastasse, e qui veniamo al terzo grattacapo, c’è da gestire la spinosa guerra con l’Iran, che si arricchisce tra l’altro di rivelazioni su possibili attentati sventati contro il presidente in Turchia. Ma attorno al conflitto pesa anche un nodo economico, visto che le scorte americane di missili stanno per essere prosciugate. Bisogna quindi correre ai ripari. Trump aveva parlato di pacchetti da 350 miliardi, il Pentagono ha indicato una cifra nell’ordine dei 60 miliardi. Oggi sul tavolo della Camera ci sarebbe invece un provvedimento da 73 miliardi. Sullo sfondo di questo balletto di cifre, spunta un ostacolo più grave per i repubblicani: l’inconcludente conflitto iniziato da The Donald non piace agli americani. Solo il 28 per cento dei votanti pensa che sia stata una buona idea. Si tratta di valutazioni peggiori persino della disastrosa avventura bellica in Afghanistan.

L’ultimo terreno di battaglia, non meno importante, si registra sulla gestione dell’enorme debito pubblico, arrivato alla cifra monstre di 39 trilioni di dollari. Non solo. Stando all’Ufficio di bilancio del Congresso (Cbo), un organismo apartitico, solo quest’anno il governo contrarrà prestiti per 2 trilioni di dollari. Gli interessi sul debito costeranno almeno un altro trilione: una cifra pari, grosso modo, al bilancio del Pentagono auspicato da Trump.
Tagliare, ma dove? Occhio ai mal di pancia dell’opinione pubblica
Per trovare un equilibrio servirebbero tagli, ma dove? I repubblicani più trumpiani sostengono che basti colpire il mondo delle frodi al sistema di assistenza sociale, ma in realtà sono poche, circoscritte a contesti locali e il loro contrasto non basterebbe a colmare questi buchi. E poi già un anno fa i tagli alla spesa di Medicaid e dei buoni pasto per finanziare l’abbassamento delle tasse voluto da Trump avevano creato grossi mal di pancia tra gli elettori, stretti tra il carovita e un mercato del lavoro in raffreddamento.
L’economia e il costo della vita sono tra le preoccupazioni maggiori
Tra shutdown, Iran, spese in armamenti e sforbiciate, è complicato trovare qualcosa da “vendere” in campagna elettorale. Basta una carrellata dei sondaggi per capire il disallineamento tra il Gop e l’opinione pubblica. Per gli americani le priorità vere hanno a che fare con la vita di tutti i giorni. Secondo l’aggregatore di sondaggi USPollingData, il 48 per cento dei cittadini sostiene che l’economia e il costo della vita siano i temi più importanti, mentre il 38 per cento è preoccupato dalla sanità, il 32 per cento dalla tenuta del sistema democratico e il 29 per cento è in ansia per l’immigrazione. Numeri che costituiscono un campanello d’allarme a destra, soprattutto perché la Casa Bianca ormai non parla più di soldi. Si concentra invece sullo scontro con Teheran, che ha fatto ballare i prezzi dei carburanti e dato nuovo slancio all’inflazione.
La strategia dell’hate election: paura e odio per l’avversario
Per queste ragioni, la ricetta in casa conservatrice è quella di impostare le midterm come se fossero una hate election. Cioè? Mentre voci anonime tra i repubblicani ammettono le difficoltà, altri puntano sulla strategia di far leva sulla paura e sull’avversione verso i democratici.
Un funzionario vicino all’amministrazione Trump ha ammesso ad Axios che le prossime elezioni si baseranno sull’odio, appunto. Per vincere, «gli elettori devono odiare i democratici più di quanto odino noi. E abbiamo materiale su cui lavorare». Gestire un appuntamento alle urne sperando che i cittadini votino per chi «odiano di meno» è però pericoloso, soprattutto se si va a vedere il consenso di Trump.
L’ultima rilevazione Reuters/Ipsos tra giugno e luglio dice che il presidente ha perso altri due punti nell’indice di gradimento, che ora è sprofondato al 35 per cento. Persino nelle roccaforti repubblicane serpeggia parecchia insoddisfazione. Sempre stando a Reuters, nell’America rurale il tasso di approvazione del presidente è sceso sotto il 50 per cento a giugno.

Nemmeno su un dossier in cui il Gop è sempre stato percepito come più affidabile le cose funzionano. A fine luglio lo stesso sondaggio di Reuters/Ipsos fotografava un clamoroso sorpasso: per gli americani, i democratici sarebbero i più adatti a gestire l’economia, un rovesciamento, seppur piccolo (37 per cento a fronte di un 36 pro repubblicani), che arriva dopo quasi 10 anni di dominio.
Il brand dei dem è ancora tutto da ricostruire
È anche vero che il brand dei dem, uscito malconcio dalle elezioni del 2024, è ancora tutto da ricostruire e il partito viene visto negativamente dalla maggioranza degli americani. Trump e i repubblicani, in questa operazione costruita sull’odio, vorrebbero provare a puntare sul pericolo di un’ascesa di profili liberal e socialisti, come dimostra la vittoria di Abdul El-Sayed in Michigan, per dipingere il partito come sempre più estremista.

La strategia potrebbe essere efficace per convincere i moderati, ma pure qui non manca un’incognita. Secondo una rilevazione di Cnbc, quando si parla di estremisti gli americani hanno un’idea diversa rispetto a qualche anno fa. Interpellati su socialisti ed esponenti Maga (Make America great again), sono questi ultimi a essere etichettati come peggiori. A proposito di “odio”, tra gli elettori registrati il 50 per cento non sarebbe disposto a votare un candidato socialista, ma il 57 per cento non ne sceglierebbe uno Maga. In sostanza, per un Gop a corto di argomenti da vendere neppure la carta dell’odio sembra una soluzione vincente.
