di Peppe Rinaldi
Nei giorni scorsi questo giornale si è occupato, tra altro, di un’incuriosente «transazione» economica tra l’Asl di Salerno e un gruppo imprenditoriale proprietario di alcuni centri accreditati per il trattamento della disabilità, il “Lars” di Sarno, di proprietà della famiglia Renzullo. In ballo c’erano (ci sarebbero) quasi dieci milioni di euro, che l’azienda sanitaria ha inteso recuperare perché la somma era (sarebbe) da considerarsi indebitamente erogata e, pertanto, indebitamente percepita. Si era partiti da un credito vantato dal Lars di sei milioni e rotti, maturato non per prestazioni rese al Ssr tra il 2003 e il 2007 (come avevamo inizialmente inteso), bensì da un “risarcimento danni per il ritardato pagamento delle fatture per le prestazioni rese”: il che cambia i connotati della vicenda in maniera significativa e «peggiorativa», come vedremo successivamente. Il credito venne poi statuito, diciamo, con una sentenza del tribunale civile di Nocera Inferiore e fu incassato, infine, presso la sede Montepaschi di Palestrina, in provincia di Roma. Palestrina? Sì, negli interstizi della legislazione e della procedura civilistiche, un creditore può soddisfare il proprio diritto in qualunque sede trovi capienza finanziaria la pretesa: servirà poi un giudice del posto competente a disporre il pignoramento delle cifre giacenti presso il tesoriere Asl, evidentemente la scelta di Palestrina all’epoca fu valutata come la più congeniale. Infatti il creditore aggredisce e porta a casa i sei milioni e passa che un altro giudice gli aveva in precedenza riconosciuto. L’Asl presenta nel 2020 ricorso in appello e le cose, come spesso capita, si ribaltano: il Lars viene condannato alla restituzione dei soldi, più spese, oneri, eccetera. Si arriva in cassazione e nel 2025 la decisione del II grado viene confermata definitivamente, i soldi devono essere restituiti. Punto. Allora l’Asl che fa? Avvia una corrispondenza con Lars fatta di lettere, note, appunti, risposte e contro-risposte, che durerà undici mesi.
Qualcuno disse: “Eureka!”
Lo schema seguito è stato suppergiù questo: io, Asl, ti diffido a pagarmi subito, tu dopo un po’ mi rispondi dicendomi che hai preso atto della richiesta e che mi farai sapere come intendi procedere; io, trascorso altro tempo, ti scrivo di nuovo e ti dico che dovremmo definire meglio le cifre; tu recepisci e mi rispondi che i conti non ti tornano e così via, in un immaginario carteggio dal sapore vagamente dilatorio. Ad un certo punto, passato quasi un altro anno, qualcuno esclamerà: eureka! Ora si fa una transazione, cioè ci mettiamo d’accordo rinunciando ciascuno a un po’ del suo, come ogni transazione che si rispetti. Ma perché proprio una transazione? Come mai si è pensato a fare questo tipo di operazione visto che ormai la partita era chiusa dalla Cassazione e il «litigio» inquadrato definitivamente? Prima della definizione giudiziaria avrebbe avuto un senso ma dopo una sentenza, peraltro di Cassazione, le cose assumono una veste giuridica diversa, c’è un atto da mettere in esecuzione, i dirigenti Asl vengono pagati fin troppo bene proprio per tutelare gli interessi pubblici. Certo, non si può pretendere sempre e da tutti la restituzione brutale del danaro, specie se in quelle cifre, ma per questo la legge prevede l’istituto della rateizzazione, anch’esso soggetto a una disciplina e a regole precise. Ad esempio: se il debitore ti chiede di prendere fiato per pagare, l’Asl può accettare pagamenti rateali per i prossimi dieci anni e passa, purché il debitore stesso depositi una fidejussione bancaria o assicurativa. Se non la presenta (ed è il nostro caso), allora l’Asl per legge non può andare oltre i 24 mesi. Non è andata così.
Garanzie patrimoniali e ruoli societari
Ecco, la transazione ci aveva colpiti perché era apparsa, già ad un primo sguardo sommario, un po’ sbilanciata in favore delle ragioni del privato. L’accordo poggia su un’altra premessa fondamentale, cioè sulla garanzia del patrimonio. Il centro Lars e la sua controllante, la “Xenia Holding Srl”, vengono indicati nell’atto come società facenti capo esclusivamente all’amministratore pro tempore Aniello Renzullo. Quest’ultimo, a garanzia del piano di rientro, ha sottoscritto una fideiussione personale notarile impegnando le quote aziendali e un patrimonio immobiliare stimato in perizia per circa 10 milioni di euro. Un rapido controllo delle visure camerali della banca dati “Telemaco” smentisce, però, la ricostruzione formale dell’atto in quanto dall’ultimo verbale d’assemblea ordinaria della “Xenia Holding” risulta che l’amministratore della società controllante è la signora Raffaella Buonaiuto e non Aniello Renzullo. Questo non sarebbe un mero dettaglio formale perché introduce un elemento di debolezza strutturale che rischia di inficiare la validità stessa dell’accordo transattivo. Renzullo ha concesso garanzie personali impegnando l’intero patrimonio del gruppo senza averne la piena rappresentanza legale e l’amministrazione ufficiale. C’è infine un ultimo paradosso economico. L’accordo stabilisce che il Lars paghi una prima maxi-rata iniziale, a titolo di acconto, di 1,2 milioni di euro. Ma la struttura sborserà pochissimi contanti: ben 1,19 milioni di questo acconto vengono saldati immediatamente tramite compensazione con crediti certi, liquidi ed esigibili che il Lars vantava verso l’Asl, certificati in tempi record dai dirigenti dell’Assistenza Accreditata. Qui emerge la disparità più dolorosa per il comparto sanitario locale. Dal 2023, la stragrande maggioranza dei centri medici accreditati della provincia di Salerno vive in sofferenza finanziaria. I saldi delle prestazioni per le annualità 2022, 2023, 2024 e 2025 non sono ancora stati liquidati integralmente dall’Asl, rimasti bloccati in attesa dei lunghi controlli sui consuntivi, nonostante le ripetute proteste delle associazioni di categoria. Eppure, per il Lars, gli uffici dell’Asl sono riusciti a calcolare, verificare e sbloccare oltre un milione di euro di arretrati in poche settimane, utilizzandoli per abbuonare la prima rata del debito. A coronare questa sequenza di anomalie vi sarebbe una palese violazione delle corrette procedure amministrative interne all’Asl. La delibera che approva questa complessa transazione miliardaria è stata istruita e firmata esclusivamente dalla dirigenza della “U.O.C. Assistenza Accreditata” (l’ufficio che gestisce i contratti con i privati), scavalcando completamente la “U.O.C. Gestione degli Affari Legali e Contenzioso”. L’avvocatura interna dell’Asl, che pure aveva avviato con successo il recupero delle somme nel 2025, è stata totalmente estromessa dalla fase finale della trattativa, non compare alcun parere legale obbligatorio sull’opportunità, la convenienza e la legittimità della transazione. Persino la trasmissione finale dell’atto, inviata per conoscenza al “Bilancio” e al “Collegio sindacale”, ha ignorato l’ufficio legale. Un accordo privato siglato da uffici amministrativi su una materia puramente legale, senza il visto degli avvocati dell’ente, rappresenta un unicum procedurale che difficilmente supererà indenne un eventuale esame della Corte dei Conti. Come avrebbe detto qualcuno: la situazione è grave ma non è seria. Resta da capire se l’interesse tutelato in tutta questa operazione sia stato davvero quello pubblico e dei pazienti, o se si sia voluto lanciare un salvagente dorato alla sanità privata. A spese dei contribuenti. (3_continua)
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