Danielle Deadwyler e Himes Patel hanno finito le riprese dell'episodio scritto e diretto da Ryan Coogler
Il reboot di X-Files, serie cult creata nel 1993 da Chris Carter, si avvicina di un altro gradino al suo arrivo su Disney+. Il regista e sceneggiatore Ryan Coogler (Sinners), ha infatti finito le riprese dell'episodio pilota, che entra adesso in fase di post-produzione prima di affrontare il giudizio di Hulu, che ha ordinato il pilot e che ha nelle mani la decisione di trasformare questo primo assaggio in una stagione completa da rendere disponibile sulla piattaforma di streaming. Filmato con il titolo di lavoro di Alphabet Soup, il pilot vede Danielle Deadwyler (Station Eleven) e Himesh... - Leggi l'articolo
Anche il tempio sacro della tradizione del tennis, ossia il torneo di Wimbledon, si è dovuto inchinare all’ossessione per la digitalizzazione totale delle nostre vite: non solo il sistema di chiamata elettronica in tempo reale, che ha sostituito i giudici di linea, ma pure sensori seminati ovunque e che restituiscono miliardi di dati da elaborare e restituire in statistiche pronte all’uso.
Qualcuno, ingenuo, potrebbe pensare che tutto ciò abbia a che fare con la completezza delle telecronache (fornendo ai giornalisti molti numeri per dare informazioni più dettagliate ai telespettatori e agli appassionati) e con un senso di giustizia, per togliere l’elemento umano, fallibile e influenzabile, e oggettivare la chiamata di una pallina dentro o fuori dalle linee del campo. Ma non è così.
La digitalizzazione del tennis e il diluvio di dati sono invece legati a una svolta di 4-5 anni fa, quando Atp (l’associazione dei tennisti professionisti che gestisce il circuito) e Atp Media hanno creato Tennis data innovations, una società che gestisce il comparto dati e live streaming fondamentale per il mondo delle scommesse.
Partnership globale con Sportradar: pioggia di partite (e soldi)
In questo modo Atp ha cessato di essere un semplice venditore di diritti ed è diventato un partecipante attivo e strategico nel mercato dei dati per il betting. Tennis data innovations ha firmato una partnership globale con Sportradar, una delle principali società di tecnologia e dati sportivi al mondo. L’accordo ha reso Sportradar il partner esclusivo per i dati di scommesse e lo streaming per l’intero Atp Tour e Challenger Tour, coprendo oltre 14.500 partite all’anno. E ci sono tanti soldi da fare.
Il calcio è in testa, ma il tennis cresce sul campo delle scommesse
Come mostra infatti il rapporto sul “Global sports betting market” realizzato da Fortune business insight, il mercato delle scommesse sul tennis vale tra il 12 e il 15 per cento del totale scommesse mondiali sullo sport, ossia dai 13 ai 19 miliardi di dollari all’anno. Una montagna di denaro che fa del tennis uno degli sport preferiti dagli scommettitori (proprio per la cascata di dati disponibili e la possibilità di puntare su qualunque cosa), anche se ancora lontano dal calcio che assorbe una fetta del 41 per cento di tutte le puntate.
L’ombra di Matteo Berrettini al torneo di Wimbledon (foto Ansa).
Peraltro, e Atp lo sa bene, il comparto delle scommesse sportive è in crescita costante: ora vale quasi 114 miliardi di dollari all’anno (dati 2025) e nel 2026 si prevede un’espansione a 126,5 miliardi, per poi sfiorare addirittura i 300 miliardi di dollari annui entro il 2034.
Jannik Sinner a Wimbledon (foto Ansa).
L’Europa, in questo processo, è molto coinvolta, essendo la parte di mondo più dedita all’azzardo: vale il 39 per cento del mercato globale delle scommesse sportive (con il Regno Unito, patria di Wimbledon, a quota 31 per cento del mercato europeo, e la Germania al 26 per cento), davanti al Nord America (34 per cento), Asia-Pacifico (20 per cento), e resto del mondo (7 per cento).
Un ruolo determinante è quello delle puntate live
Le scommesse online, e quindi l’approccio guidato quasi esclusivamente dalla pioggia torrenziale di dati elaborati, pesano per il 72 per cento del mercato delle scommesse, mentre quelle offline, coi vecchi metodi di puntata fisica in qualche agenzia, sono scese al 28. In questo processo di evoluzione del betting stanno assumendo un ruolo determinante le scommesse live, durante la partita (Il prossimo punto sarà vinto con un dritto o con un rovescio? Quanti colpi di rovescio farà durante il game? Il tennista scenderà a rete una o più volte durante il set? Quanti servizi farà al centro? E quanti a uscire?, e così via…), grazie all’analisi dei dati in real time e al potenziamento, su tutto il globo terrestre, delle connessioni alla Rete mobile.
Matteo Berrettini (foto Ansa).
Perciò, quando sentiamo un telecronista intrattenerci sulle statistiche più impensabili dedicate a Jannik Sinner o Matteo Berrettini, è importante sapere che dietro questi numeri ci sono tantissimi soldi. Il betting è diventato cruciale per l’organizzazione del tour di tennis, al punto che è la voce di ricavi di gran lunga più rilevante del bilancio Atp: circa 200 milioni di dollari all’anno (ma erano appena 32 milioni nel 2019), il 54 per cento del totale.
Ecco perché nessuno se la prenderà con gli scommettitori disturbatori…
Comprensibile, quindi, che il sopracciglio alzato di qualche direttore di torneo contro gli scommettitori che popolano gli spalti e disturbano questo o quel giocatore non possa mai essere seguito da concrete prese di posizione: il betting è una fonte di business cruciale per il tennis e lo sport in generale.
Il francese Arthur Fils nel match del secondo turno contro Berrettini (foto Ansa).
A Dazn Italia un manager che arriva (guarda caso) da quel mondo
Basti vedere la decisione presa da Dazn Italia, piattaforma di streaming dedicata quasi esclusivamente allo sport e che dal primo luglio ha sostituito l’amministratore delegato Stefano Azzi (esperto di telecomunicazioni) con Andrea Faelli, una carriera tutta all’interno di società di scommesse.
Andrea Faelli (foto Imagoeconomica).
O le iniziative future di un colosso come Meta, azienda che starebbe sviluppando una nuova app dedicata al mondo dei mercati predittivi, e quindi delle scommesse (nome in codice: Arena) a seguito della grande passione del fondatore, Mark Zuckerberg, per il settore delle arti marziali e del Mma, dove il betting la fa da padrone.
Una Lexus LX 570 del 2020 costa 250 mila dollari. Per una Mercedes-Benz S450L e una Toyota Land Cruiser 300 del 2023 ne servono rispettivamente 190 e 145 mila. I prezzi dell’Amisan Automobile Technology Service Center sono salati. Non potrebbe essere altrimenti per il più importante concessionario di auto straniere di lusso in Corea del Nord. La risoluzione 2397 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite vieta infatti la vendita e il trasferimento di qualsiasi veicolo nel Paese governato da Kim Jong-un. Eppure nelle strade di Pyongyang è ormai comune imbattersi in macchine tedesche, giapponesi e cinesi. Il traffico, fino a qualche anno fa assente, è cresciuto fino a diventare un problema quotidiano. E trovare parcheggio è sempre più complicato.
Il boom delle auto in Corea del Nord
In Corea del Nord si è registrata un’impennata del numero di vetture in circolazione. Le immagini satellitari hanno immortalato ingorghi stradali, aree di sosta strapiene e infrastrutture di ricarica ai bordi delle strade. Il fiorente commercio nordcoreano delle auto è difficile da quantificare. Dal 2017 esportare auto oltre il 38esimo parallelo è (teoricamente) proibito dalle sanzioni dell’Onu e per questo non ci sono informazioni ufficiali disponibili. I dati doganali cinesi confermano tuttavia il boom dell’automotive del Regno Eremita. Nel 2025 Pechino ha inviato in Corea del Nord appena due veicoli, ma le esportazioni di prodotti per auto sono aumentate notevolmente rispetto ai livelli pre-pandemia: 193 mila pneumatici (+88 per cento), 136 mila specchietti retrovisori (+290 per cento), oltre a oli e grassi lubrificanti (+150 per cento).
Una vigilessa a Pyongyang (Ansa).
La rivoluzione a quattro ruote di Kim
L’anno zero dell’automotive nordcoreano coincide con il 2017. Decisiva una modifica legislativa voluta da Kim per consentire ai cittadini di possedere vetture private, ancorando l’immatricolazione dei mezzi ad aziende o istituzioni. La seconda e ultima svolta è arrivata nel 2024, quando il governo ha ulteriormente rivisto le norme permettendo la registrazione dei veicoli direttamente a nome del proprietario, seppur con rigidi controlli sui redditi e forti limitazioni alla circolazione.
Kim Jong-un (Ansa).
Quanto costano le auto e da dove arrivano
Gli intermediari cinesi acquistano le auto dai concessionari del Dragone, ne trasferiscono più volte la proprietà per rendere meno tracciabile la filiera e le fanno arrivare al confine, dove una rete di contrabbandieri provvede alla consegna finale in Corea del Nord. I prezzi delle vetture “normali” variano da 5 mila a 30 mila dollari. Quelle di lusso, che seguono triangolazioni più sofisticate, superano facilmente il tetto dei 100 mila dollari. Secondo Jung Chang-hyun, direttore del think tank Korean Peace and Economy Institute di Seul, il numero totale di auto private nel Paese potrebbe superare le 20 mila unità nel corso del prossimo anno.
Kim Jong-un e la moglie Ri Sol-ju con Xi Jinping e ,la moglie Peng Liyuan (Ansa).
Showroom, noleggi e controlli
L’automotive plasmato da Kim continua a prendere forma. Dal 19 al 28 giugno le autorità nordcoreane hanno organizzato a Pyongyang una grande esposizione di automobili, mostrando le nuovissime Zeekr 7X cinesi, oltre a diverse altre vetture di lusso di seconda mano. Gli addetti hanno accettato i preordini in attesa dell’imminente inizio delle vendite. I veicoli sarebbero già stati trasportati oltre confine da società commerciali legate all’Agenzia nazionale di intelligence, mentre il ministero della Sicurezza è stato incaricato di verificare la situazione finanziaria dei potenziali acquirenti. Sempre nella capitale è stato avviato un progetto pilota per noleggiare le auto. Il car sharing in Corea del Nord costa circa 100 dollari per 24 ore. Con eventuali costi aggiuntivi per chi voglia guidare nel resto del Paese.
«La felicità è nelle cose semplici» è il claim pubblicitario di Tasty Crousty, la catena di street e fast food che sta spopolando in Francia. Il problema però è che oggi quasi nessuno è contento di ciò che ha. Chi poi ha poco o nulla, più che farsi bastare le cose semplici, dovrebbe buttare per aria tutto. Ma più che aria di rivoluzione oggi tira aria di rassegnazione. La notizia che Elon Musk è il primo “trilionario” della storia lascia infatti increduli più che sorpresi. Senza parole. Perché si ha l’impressione di essere precipitati in un mondo irreale: il pianeta Disney dei fantastiliardi di Paperon de’ Paperoni.
Elon Musk (Ansa).
La nostra vita è complicata dall’assenza di cose semplici
È così che, considerato il contesto reale dove non piovono polpette ma bombe – altra immagine da cartoon – c’è ben poca felicità. Perché se è vero che a renderci felici sono le cose semplici, in una società complessa, che è quella in cui viviamo e in cui sempre più vivremo, di semplicità ce ne sarà sempre meno. Certo complessità è una parola feticcio, significa tutto e niente, ma effettivamente la nostra vita quotidiana è complicata dall’assenza di cose normali, semplici. Ad esempio stare bene con se stessi e non sentirsi soli, avere amici e occasioni di incontro, essere aperti e collaborativi, rispettare le opinioni degli altri soprattutto quando non le si condividono, sforzarsi di vedere e cercare il bicchiere mezzo pieno. In questa luce si può convenire con il cardiologo Alan Rozanski che in un recente numero dell‘Economistdà ampiamente conto della ricerca clinica secondo cui ottimismo e buonumore favoriscono il benessere e riducono il rischio di eventi cardiovascolari. Ma anche qui siamo dalle parti di «una mela al giorno toglie il medico di torno». Alle ovvietà che sono così vere che quasi nessuno più le vede.
(foto di Alexandru Acea via Unsplash).
I nemici della felicità
Essere felici o specularmente infelici è uno stato d’animo inafferrabile. Perché dipendente da cose minime, anche insignificanti, estremamente soggettive. È certo però che per cercare almeno di essere, anche solo per brevi attimi, felici il nemico numero uno è il pessimismo. Insieme con l’insicurezza e l’isolamento. Come ha scritto J.K. Rowling «la felicità si può trovare anche negli attimi più tenebrosi, se solo qualcuno si ricorda di accendere la luce». È nondimeno scientificamente riconosciuto che le persone felici sono connesse (con i familiari, gli amici, i colleghi di lavoro, i vicini di casa). Quest’evidenza è ben raccontata in un TED talk di Robert Waldinger che continua a fare testo, perché dà conto di uno studio sulla felicità che l’Università di Harvard conduce da 75 anni.
Più infelici, più sfiduciati e più populisti
Parecchie generazioni, anche di ricercatori, interpellate e fotografate nelle loro diverse fasi di vita, hanno indicato e indicano che la salute e la serenità, il buonumore e l’apertura nei confronti della vita si mantengono e aumentano vivendo positivamente in mezzo agli altri. Una ricca socialità fa stare bene. Da soli ci si ammala prima. Da soli si smette di interagire e l’altro diventa prima uno sconosciuto e poi un nemico. Da soli si coltivano i pensieri e i sentimenti peggiori. Il deterioramento del capitale sociale e dunque della democrazia e della partecipazione politica è proseguito e prosegue tanto più la comunicazione è diventata social. Dare però ogni colpa della nostra asocialità al web è sbagliato, anche perché assolverebbe noi umani da ogni responsabilità, che in realtà è tanta.
Resta però il fatto che la comunicazione mediata ha in buona parte e per un gran numero di persone ridotto le occasioni di incontro e confronto dal vivo. Facciamo sempre meno cose assieme. Illuminante a questo proposito è una recente ricerca che prova a spiegare il populismo (di destra e sinistra allo stesso modo) ponendo al centro l’infelicità e la sfiducia sociale.
Le vittorie anti-sistema e il fattore soggettivo
Nell’ultimo decennio, i Paesi occidentali hanno assistito a una serie di vittorie politiche anti-sistema, dalla Brexit nel 2015 all’elezione di Donald Trump nel 2024. Durante questo periodo, il risentimento verso “il sistema” è cresciuto nella maggior parte dei Paesi europei, in particolare in Austria, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, Italia, Polonia, Svezia e Svizzera. Questa perdita di fiducia nel sistema viene attribuita alla crescente insicurezza e alle conseguenze economiche della globalizzazione, del commercio e dell’automazione, o a fattori culturali che portano a una reazione negativa contro la modernità e a una crescente ostilità verso gli immigrati.
Nigel Farage (Ansa).
Ma la novità non è il venire meno delle ideologie tradizionali e della lotta di classe nel plasmare i valori e il comportamento di voto, bensì l’importanza assunta da fattori soggettivi come soddisfazione di vita e fiducia interpersonale. Per sintetizzare al massimo infelicità e sfiducia spiegherebbero l’aumento dei voti e la presa delle ideologie dei partiti anti-sistema in Europa occidentale e negli Stati Uniti. Ma anche la crescita dell’astensionismo è correlata alla mancanza di inclusione sociale e al crescere dell’insoddisfazione per la vita che si conduce e che porta al ritiro dal gioco politico e al rifiuto di votare. Le emozioni negative, che hanno luogo eletto sulle piattaforme, misurate da sondaggi internazionali, sono state e sono un fattore altamente predittivo dei voti populisti negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale.
In tutti i Paesi, gli elettori di estrema destra mostrano livelli di fiducia sociale molto inferiori rispetto agli elettori di qualsiasi altro partito politico. In generale, gli elettori dei partiti di centrodestra o di centrosinistra presentano livelli di soddisfazione di vita e di fiducia sociale superiori alla media.
Perché Vannacci non è un alieno
Naturalmente la ricerca merita un’attenta lettura. Io mi limiterò a segnalare come rispetto alle categorie tradizionali, che possiamo definire “più serie”, dobbiamo oggi considerare con molta attenzione quella apparentemente “leggera” che conduce alla felicità o all’infelicità passando per il grado di fiducia e soddisfazione di vita. Ovvero la soggettività delle persone che sta crescendo contestualmente al rafforzarsi dell’individualismo e di un sentimento personale molto social ma poco sociale.
Io, io, io e poi molto dopo gli altri. Io, io, io perennemente incazzato con il sistema, i poteri forti, le teorie gender, le élite e gli immigrati. È in questo brodo che emerge la figura del grande risolutore e semplificatore: il generale Roberto Vannacci. Non un alieno, ma il demagogo perfetto per un Paese infelice.
Svetlana, 53 anni, lavorava nell’ufficio anagrafe di Kivsharivka, un piccolo villaggio nella regione di Kharkiv, in Ucraina. La mattina del 24 febbraio 2022, come ogni giorno, stava uscendo di casa per andare in ufficio quando è squillato il telefono. «Mio figlio mi ha chiamata dicendomi di accendere la televisione», racconta a Lettera43. «L’invasione era iniziata. Ho visto i nostri soldati ripiegare verso Kharkiv e pochi giorni dopo, la strada fuori dal paese era invasa da carri armati e blindati russi».
La vita dei dipendenti pubblici sotto occupazione
Nelle prime fasi del conflitto, gran parte della regione di Kharkiv è stata occupata dalle forze armate russe. Svetlana ha passato un mese chiusa in casa, senza avere la possibilità di mettersi in contatto con le autorità ucraine. Poi, per necessità, è dovuta tornare al lavoro. Non avendo ricevuto istruzioni, ha continuato a svolgere la sua mansione, appuntando su ogni documento emesso la dicitura: «Documento non protocollabile a causa dell’occupazione russa».
Le autorità russe hanno assunto il controllo dell’amministrazione locale solamente nel giugno 2022 e Svetlana, non percependo uno stipendio regolare da quasi quattro mesi, si è trovata di fronte a un bivio. «Il mio superiore era in contatto con le autorità russe. Ci ha detto che se avessimo lavorato con lui, gli ucraini ci avrebbero mandato in prigione, se avessimo rifiutato, saremmo finiti nelle carceri russe. Io avevo bisogno di soldi e ho deciso di restare al mio posto». Così per quasi tre mesi, Svetlana è stata pagata in rubli.
Quando a settembre 2022 gli ucraini hanno riconquistato gran parte del territorio perso all’inizio del conflitto nella regione di Kharkiv, per lei però sono cominciati i problemi. «Prima che i nostri soldati arrivassero a Kivsharivka, il mio responsabile e altri impiegati sono fuggiti in Russia», racconta. «Io ho continuato a svolgere il mio lavoro occupandomi anche della distribuzione degli aiuti umanitari alla popolazione. Quando l’amministrazione ucraina ha ricominciato a pagare i nostri stipendi, ci è stato comunicato che sarebbero stati effettuati dei controlli approfonditi su ognuno di noi».
I reati di collaborazionismo e favoreggiamento dello Stato aggressore sono stati introdotti nel codice penale ucraino poche settimane dopo l’inizio del conflitto. Le indagini sono state affidate alla polizia e al servizio di intelligence interna, lo SBU. Da allora il tema è al centro di un acceso dibattito. Molto spesso infatti è difficile distinguere coloro che hanno effettivamente collaborato con i russi da chi ha solo cercato di sopravvivere durante l’occupazione.
Sotto la lente dello SBU
Il 14 settembre 2022, gli agenti dello SBU si sono presentati anche a casa di Svetlana. La donna è stata prelevata e portata nella città di Shevchenkove per essere interrogata. Ha passato in caserma un giorno e una notte, insieme con decine di altri impiegati pubblici. Dopo l’interrogatorio, è stata rilasciata. «Mi hanno chiesto informazioni sul mio lavoro, sulle attività dei colleghi e sullo stipendio ricevuto durante l’occupazione. Per fortuna avevo conservato una copia di tutti documenti che avevo emesso, come prova di tutto ciò che avevo fatto. Mi hanno lasciata andare, ma devo rimanere a disposizione per ulteriori indagini. Mi hanno detto che mi avrebbero notificato la decisione del procuratore. A oggi non so ancora nulla».
Il cimitero di Hroza (foto di Emanuele Bussa).
I dati dell’ONG Zmina
L’ONG Zmina ha studiato a fondo la gestione dei casi di collaborazionismo da parte della giustizia ucraina. Secondo i dati raccolti fino al 31 dicembre 2024, sono stati emessi 1.956 verdetti e solamente in quattro casi l’imputato è stato assolto da tutte le accuse. Di queste quattro sentenze, tre sono state ribaltate dai tribunali di grado superiore. Dal febbraio 2022 al febbraio 2024, nella sola regione di Kharkiv, il reparto investigativo della polizia guidato da Serhii Bolvinov ha indagato su 1424 casi di collaborazionismo, 559 persone sono entrate ufficialmente nell’elenco dei sospettati e 357 sono state giudicate colpevoli, mentre le restanti sono in attesa di giudizio.
Il caso Mamon e la strage di Hroza
Uno dei casi di collaborazionismo più noti su cui la polizia di Kharkiv ha indagato riguarda Volodymyr Mamon, ex agente della polizia locale di Hroza. Mamon avrebbe fornito all’esercito russo le coordinate del luogo dove si sarebbe svolta una veglia funebre in ricordo di un soldato caduto. Il 5 ottobre 2023, un missile Iskander ha distrutto l’edificio, uccidendo 36 donne, 22 uomini e un bambino. Tutte vittime civili. All’ingresso del villaggio è stato affisso un enorme manifesto con il viso di Mamon accompagnato da una scritta in giallo: «Gli assassini hanno un nome. Traditore. In cambio dei soldi russi ha ucciso 59 dei suoi vicini». Negli ultimi quattro anni, SBU e polizia ucraina hanno perquisito le abitazioni e controllato i dispositivi elettronici di ogni sospettato al fine di ottenere prove incriminanti.
«Trattiamo ogni sospettato come un possibile Mamon», conferma Bolvinov a Lettera43. «Una volta raccolte tutte le prove, passiamo il fascicolo al procuratore che lo analizza, decidendo se andare a processo».
Lo stabile bombardato dai russi a Hroza (foto di Emanuele Bussa).
La mancanza di chiarezza del sistema ucraino
Secondo Onysia Syniuk, esperta legale di Zmina, gli articoli 111-1 e 111-2 con cui sono stati introdotti i reati di collaborazionismo non definiscono però con sufficiente chiarezza le azioni passibili di intelligenza con il nemico. A questo si aggiunge il caos legislativo. «La stessa azione può comportare pene differenti. Se l’imputato è accusato di negare l’aggressione russa, la condotta rientra nell’ambito definito dall’articolo 111-1: si tratta di un reato minore, punibile con il divieto di lavorare nella pubblica amministrazione», spiega. «Tuttavia, il reato di “celebrazione e negazione dell’aggressione russa” è disciplinato anche dall’articolo 436-2 del codice penale, introdotto anch’esso nel 2022, che prevede fino a otto anni di reclusione».
Stando al codice non è necessario esaminare le circostanze che hanno portato l’imputato a compiere determinate azioni. «Nessuno comprende davvero cosa voglia dire essere un collaborazionista e questo porta le persone ad accusarsi e denunciarsi a vicenda. Nel caso la guerra finisse, questa tensione interna potrebbe rivelarsi un grande problema per il futuro del Paese, soprattutto in vista di una eventuale riconciliazione con la popolazione vissuta nei territori occupati».
Non tutti i casi di persone sospettate arrivano in tribunale. Il sistema giudiziario ucraino è infatti sopraffatto dal numero sempre crescente di casi legati all’articolo 111-1. «È una situazione molto ingiusta», conclude Syniuk. «Soprattutto per persone che, come Svetlana, erano semplici impiegati nell’amministrazione occupante e ora devono vivere con la costante paura di essere chiamati a giudizio».
La fantascienza in tv e al cinema in luglio, il teaser della serie di Neuromante, voci per Tom Cruise nel film degli Avengers, la terza stagione di Silo e gli Urania in edicola.
Il solarpunk non è solo un genere di fantascienza. È, in un certo senso, un'ideologia: è prima di tutto la convinzione che si possa invertire la spirale che sta trascinando il mondo verso la catastrofe, convincendo le persone che si può fare, che ci sono cose che si possono fare. Occorre cominciare ad avere un nuovo approccio verso l'ambiente, ma anche cambiare la struttura della società, abbandonando il capitalismo. Delos Digital è stata per anni tra i protagonisti della cultura solarpunk in Italia, anche grazie a Franco Ricciardiello che ha... - Leggi l'articolo
Sabato 4 luglio Niccolò Moriconi, in arte Ultimo, ha trasformato la spianata di Tor Vergata in un oceano da un quarto di milione di anime pronte a farsi cuocere dal sole per il maxi-evento La Favola Per Sempre. Contemporaneamente, allo Stadio Maradona, il 26enne Emanuele Palumbo, alias Geolier, ha messo le tende monopolizzando l’impianto con ben sei notti consecutive per il prossimo anno, dopo aver già fatto tre volte il pieno quest’anno e altre due volte due anni fa. Per la prima volta, la chiesa laica di Vasco Rossi trova i suoi eredi strutturali. Ma non cercate il sound del Blasco nelle ballate al pianoforte del 30enne romano o nelle metriche del ragazzo di Secondigliano: qui si parla di pura funzione sociale, di periferie metropolitane che smettono di fare le comparse e si prendono i botteghini, muovendo economie gigantesche nello scetticismo dei recensori col sopracciglio alzato.
I nuovi profeti delle masse non nascono nelle bolle dei talent
I profeti delle masse non nascono nelle serre protette dei talent show, ma si forgiano a pane e rifiuti industriali. Se il rocker di Zocca — che per il mezzo secolo di carriera blinda lo storico record di 10 concerti di fila all’Olimpico, una residency d’acciaio — comincia a masticare musica fondando Punto Radio nel 1975 sull’Appennino modenese, registrando vendite misere per i primi album nell’indifferenza del mercato, il cantautore di San Basilio deve incassare i primi no ad Amici e X Factor prima di trovare un rifugio indipendente nella label Honiro ed espugnare Sanremo Giovani nel 2018. Con la stessa identica fame, il golden boy del rione Gescal lavora da ragazzino in una fabbrica di lampadari e nel 2018 sbarca autonomamente su YouTube con P’ Secondigliano, un videoclip che diventa virale, intercettando la rete dei coetanei prima di costringere le major a piegarsi alle sue regole.
La prova di fuoco dell’Ariston
Questo legame con la strada trova nei verdetti ufficiali del Festival di Sanremo la certificazione esatta dello scontro frontale. Non a caso la kermesse posiziona il Blasco direttamente sul fondo della classifica nel 1982 con Vado al massimo e al penultimo gradino l’anno dopo con Vita spericolata, applicando il rifiuto totale della coda. Un copione che non cambia più di tanto con le nuove leve. Nel 2019 il voto congiunto di Sala Stampa e Giuria d’Onore sfila la vittoria a Ultimo per consegnarla a Mahmood, bloccando il suo 46,5 per cento di preferenze da casa e scatenando quella sua rabbiosa reazione in conferenza stampa. Un j’accuse virale contro i giornalisti che incrina per sempre i suoi rapporti con i media.
La dinamica si fa speculare nel 2024 con Geolier, che dopo aver vinto la serata delle cover tra i fischi della platea dell’Ariston viene superato in finale da Angelina Mango. Il voto della Sala Stampa e delle Radio neutralizza lo storico record del 60 per cento al televoto — mica cotica —, sanzionando quel cantare in napoletano percepito come una provocazione fonetica sgrammaticata e priva di dignità letteraria rispetto alla lingua italiana.
Le stroncature di una certa intellighenzia
Un divario profondo tra la pancia degli ascolti e certa intellighenzia che ricalca fedelmente l’archivio delle stroncature subite storicamente da Vasco. Se nel dicembre del 1980 lo scrittore e fondatore di Panorama Nantas Salvalaggio, una delle firme più autorevoli all’epoca, firmava il dissing ante litteram definendo il rocker «un bell’ebete, malfermo sulle gambe, con gli occhiali fumè dello zombie, dell’alcolizzato, del drogato “fatto” […] », oggi la sanzione culturale si sposta direttamente nelle aule scolastiche. Durante gli ultimi esami di terza media, una famiglia deve contestare le umiliazioni pubbliche e le derisioni della coordinatrice di classe perché il figlio osa presentare una tesina sul rapper di Napoli.
Il rapporto fisico con la fanbase
La strada, tuttavia, risponde blindando l’ugola di turno attraverso un rapporto fisico con la fanbase. Un esempio? Gli irriducibili di Ultimo hanno piantato le tende a Tor Vergata il 19 giugno, 15 giorni prima del concerto, sfidando temperature torride sotto il sole pur di conquistare la transenna e facendo scattare sui social l’ironia sulla sfida aperta alla stoica resistenza del vecchio popolo di Vasco. Un culto a cui la voce capitolina risponde aprendo le prove generali blindate esclusivamente a 1.500 fan con disabilità in modo totalmente gratuito e portando la diretta dello show nei reparti del Policlinico di Tor Vergata per i malati ricoverati. Dall’altra parte, Geolier esercita un vero e proprio feudalesimo territoriale, annunciando nel bel mezzo del suo tour estivo che nel 2027 canterà esclusivamente nella sua città («perché Napoli è casa tua») obbligando il pubblico di tutta Italia a mettersi in viaggio verso il Sud se vuole ascoltarlo in una residency estesa a sei serate. È una fede totale, riassunta nella recente intervista rilasciata a Esse Magazine: «Io a Napoli giro senza sicurezza. Cosa penserebbe altrimenti la gente di me con quello che dico nelle canzoni? La sicurezza mia, i miei bodyguard, sono i guagliuni di Napoli». Un patto di sangue, lo stesso che ha il Kom coi suoi fedelissimi che da 50 anni vanno a stanarlo fino a Zocca. Insomma, finché ci sarà un popolo disposto a migrare in massa per ascoltarli, i padroni della festa saranno sempre loro.
«Dovete lasciare la vostra casa». Nelle ultime settimane, decine di famiglie della provincia di Hung Yen, nel Vietnam settentrionale, si sono viste recapitare delle lettere di sfratto. Motivo? L’accordo concluso tra le autorità vietnamite e Donald Trump. Diversi terreni saranno infatti espropriati dopo essere stati destinati a ospitare un resort di lusso da 1,5 miliardi di dollari sviluppato dalla Trump Organization, insieme alla società vietnamita Kinh Bac City. Sul piano politico, quelle lettere di sfratto rappresentano uno dei simboli più evidenti della nuova posizione che il Vietnam occupa nella competizione tra Stati Uniti e Cina.
Un progetto mastodontico con campi da golf, ville e hotel
Il progetto rappresenta uno dei più grandi investimenti immobiliari mai realizzati dalla Trump Organization in Asia sud-orientale e prevede la trasformazione di quasi 900 ettari di terreni agricoli lungo il Fiume Rosso, a circa 40 chilometri dalla capitale.
Il masterplan è articolato in più fasi e comprende un grande resort integrato con hotel a cinque stelle, ville di lusso, complessi residenziali, aree commerciali e ricreative, oltre a tre campi da golf per un totale di 54 buche, destinati a una clientela internazionale di fascia alta.
Secondo gli sviluppatori, il complesso punta a diventare una delle principali destinazioni del turismo di lusso nel Sud-Est asiatico e un punto di riferimento per grandi eventi economici e diplomatici.
Hanoi tende la mano a Washington
L’investimento è stato presentato ufficialmente nel maggio 2025 durante una cerimonia alla quale hanno partecipato il vicepresidente esecutivo della Trump Organization, Eric Trump, e l’allora primo ministro vietnamita Pham Minh Chinh. In quell’occasione il capo del governo definì il progetto un simbolo del rafforzamento delle relazioni economiche tra Hanoi e Washington e della fiducia degli investitori americani nell’economia vietnamita. Non è un dettaglio secondario: l’annuncio arrivò proprio mentre Hanoi cercava di negoziare un allentamento dei dazi imposti dalla Casa Bianca.
Pham Minh Chinh con Eric Trump nel 2025 (Ansa).
Le proteste per gli espropri e gli indennizzi
La realizzazione del resort richiede tuttavia una delle più vaste operazioni di acquisizione fondiaria degli ultimi anni nella regione. Migliaia di famiglie sono interessate, direttamente o indirettamente, dalle procedure di esproprio.
Per mesi il progetto è rimasto bloccato dalle proteste dei residenti, che contestano gli indennizzi offerti dalle autorità: i circa 4.000 miliardi di dong (oltre 150 milioni di dollari) stanziati sarebbero largamente inferiori al valore economico dei terreni e insufficienti a garantire un nuovo sostentamento. Molti perderanno frutteti coltivati da generazioni e terreni che garantivano il principale reddito familiare. Altri dovranno abbandonare aree dove sorgono le tombe degli antenati, un elemento di grande valore nella cultura vietnamita.
Nonostante le contestazioni, Hanoi ha deciso di accelerare gli espropri, prevedendo anche lo sgombero forzato di chi rifiuterà il risarcimento. Il resort dovrebbe essere completato in tempo per il vertice APEC del 2027, che il Vietnam ospiterà alla presenza, tra gli altri, proprio di Trump.
Eric Trump (Ansa).
Il difficile equilibrismo vietnamita tra Cina e Usa
Hanoi, insomma, non ha alcuna intenzione di rallentare.
Per il governo vietnamita l’investimento rappresenta un segnale politico rivolto a Washington, in una fase in cui Hanoi cerca di limitare le tensioni commerciali con gli Stati Uniti senza compromettere il rapporto con la Cina. Il Vietnam è uno dei Paesi che ha più da perdere dalle guerre tariffarie e dalle nuove ventate di protezionismo.
Hanoi è diventata uno degli snodi più importanti delle catene globali di approvvigionamento. Samsung produce in Vietnam una parte significativa dei propri smartphone. Apple ha trasferito quote crescenti della produzione di AirPods, Apple Watch e MacBook. Foxconn, Luxshare, Pegatron e numerosi altri fornitori dell’elettronica mondiale hanno investito nel Paese. Anche il settore tessile, dell’arredamento e delle apparecchiature elettriche è ormai profondamente integrato nelle filiere internazionali.
Perché il China Plus One può rivelarsi un problema
Questa crescita è stata ulteriormente accelerata dalla guerra commerciale lanciata da Trump contro la Cina nel 2018. Migliaia di imprese hanno adottato la strategia del China Plus One, mantenendo una parte della produzione nella Repubblica Popolare ma spostando altre attività in Paesi vicini per ridurre il rischio geopolitico. Il Vietnam, grazie alla vicinanza geografica alla Cina, al basso costo del lavoro, alla stabilità politica e a una rete di accordi commerciali favorevoli, è diventato il principale beneficiario di questo processo. Molte aziende cinesi hanno trasferito nel Paese soprattutto le fasi finali dell’assemblaggio, continuando però a dipendere da componenti e semilavorati prodotti oltreconfine. Per anni questo modello ha funzionato. Hanoi ha registrato tassi di crescita tra i più elevati dell’Asia e un forte aumento delle esportazioni verso gli Stati Uniti. Oggi, però, proprio quel successo rischia di trasformarsi in un problema.
Washington guarda con crescente sospetto ai Paesi che potrebbero essere utilizzati per aggirare i dazi imposti alla Cina. Le nuove indagini commerciali statunitensi e le misure contro il cosiddetto transshipment, cioè la riesportazione di merci cinesi attraverso Paesi terzi, mettono direttamente in discussione il modello di sviluppo vietnamita.
Non a caso alcune imprese cinesi che avevano investito in Vietnam stanno riconsiderando i propri piani, temendo che anche Hanoi possa diventare bersaglio della politica commerciale americana.
Donald Trump (Ansa).
I costi della diplomazia del bambù
Questo rende ancora più delicata la posizione internazionale del Vietnam, che persegue una politica estera nota come “diplomazia del bambù“: radici solide ma sufficiente flessibilità per adattarsi ai cambiamenti del contesto internazionale. L’obiettivo è evitare qualsiasi allineamento esclusivo e mantenere rapporti stretti con tutte le principali potenze. Nel 2023 gli Stati Uniti sono stati elevati al livello di Comprehensive Strategic Partnership, il massimo previsto dalla diplomazia vietnamita. Allo stesso tempo, però, la Cina rimane il primo partner commerciale di Hanoi e il principale fornitore di componenti industriali. Sul piano della sicurezza, questa duplicità è ancora più evidente. Il Vietnam continua a contestare le rivendicazioni territoriali di Pechino nel Mar Cinese Meridionale e negli ultimi anni ha rafforzato la cooperazione con Stati Uniti, Giappone, India e Australia nel settore della sicurezza marittima. Ma, al contrario di Giappone e Filippine, evita accuratamente di trasformare questi rapporti in un’alleanza anti-cinese.
La leadership vietnamita è consapevole che la propria prosperità dipende tanto dall’accesso al mercato americano quanto dall’integrazione economica con la Cina.
Gli sfratti di Hung Yen sono un sintomo di questa realtà così complessa. Il resort della Trump Organization è uno strumento attraverso cui Hanoi cerca di consolidare il dialogo con Washington in una fase di crescente pressione commerciale, blandendo l’inquilino della Casa Bianca. Le proteste degli agricoltori mostrano il costo umano dei tempi a cui il Vietnam cerca di adattarsi. Dietro un progetto immobiliare apparentemente locale si riflettono le tensioni di un ordine internazionale nel quale commercio, investimenti e geopolitica sono sempre più intrecciati. La sfida per Hanoi è continuare a sfruttare la propria posizione strategica senza essere costretta, prima o poi, a scegliere tra Washington e Pechino.
Poi dicono che il primo governo guidato da una donna non ha fatto nulla per le donne. È vero, in quattro anni la maggioranza di centrodestra non ha alzato un dito per aumentare i servizi socialiper bambini e anziani e per sostenere l’occupazione femminile, ha affossato il prolungamento del congedo di paternità, ha messo una pietra sopra alla riduzione dell’Iva sugli assorbenti, ha peggiorato la legge sulla violenza sessuale e, per scrupolo, ha pure sabotato l’educazione affettiva nelle scuole, che poteva contribuire alla prevenzione delle violenze. Ma, quasi fuori tempo massimo, il governo Meloni si è finalmente ricordato delle donne e, con la sensibilità che lo contraddistingue, ha individuato ciò di cui avevano davvero bisogno: un altro senso di colpa.
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Quel tablet che distoglie la donna dalla sacra funzione materna
Nella fattispecie, quello di ricorrere troppo a telefoni e tablet quando espletano la sacra funzione materna. Il risultato è la campagna “Non è mai troppo presto”, promossa dal dipartimento delle Politiche contro la droga e le altre dipendenze per disincentivare l’uso di telefoni e tablet in tenera età. Per inciso: viene il sospetto che, quando hanno licenziato la campagna, i suoi promotori fossero distratti da telefoni e tablet, perché non si sono accorti che il titolo suona come un invito in senso opposto. Forse era più chiaro “non è mai troppo tardi” per mettere in mano dispositivi ai bambini, o per imparare ad autoregolarsi come genitori. Ma può anche darsi che al governo sembrasse pericoloso rievocare la famosa trasmissione in cui Alberto Manzi negli Anni 50 alfabetizzava efficacemente gli italiani illetterati, dopo tutta la fatica che il centrodestra ha fatto per incoraggiare l’analfabetismo funzionale, da Berlusconi in poi.
La depressione post-partum? Solo una bufala woke
Da un altro punto di vista, la campagna è perfettamente coerente con l’anatema anti-digitale: si articola in uno spot televisivo e in un opuscolo cartaceo – sì, un pieghevole, un volantino, bentornati negli Anni 70 — distribuito nelle maternità e nei reparti pediatria. Se questo non bastasse a capire che sono le madri il vero target della campagna, lo ribadisce lo spot, che si apre con una mamma dall’aria sfinita che allatta rispondendo a un vocale delle amiche, incurante degli occhioni del bebè che cercano i suoi. «Sei con lui, il telefono non serve», ammonisce una caption. Ora, esperti e associazioni denunciano la solitudine e l’isolamento delle neo-mamme, e la vera e propria stampella rappresentata dalle reti amicali in mancanza di altri tipi di supporto emotivo, psicologico e anche pratico, in un momento così delicato, ma il dipartimento diretto dal sottosegretario Alfredo Mantovano non transige: negli occhi del neonato c’è tutto ciò di cui una donna ha bisogno nella vita, e la depressione post-partum è solo una bufala woke.
Dallo spot della campagna Non è mai troppo presto.
Se le trasgressioni materne sono sfogarsi con le amiche e cercare di tenersi un lavoro
Torniamo allo spot. Flashforward, il piccolo Olly è cresciuto e gioca nel salotto cercando invano di attirare l’attenzione della madre, che sta smanettando al pc con lo sguardo sconsolato di una frescona che ha creduto che lo smartworking le permettesse di conciliare lavoro e genitorialità. A un certo punto la poveraccia, spazientita, chiede al papà, che se ne sta in un’altra stanza (non deve conciliare niente, lui), di mettere buono il piccino con il tablet. «Ha bisogno di te, non di uno schermo», la gela un altro severo monito. Praticamente siamo di fronte alla versione digitale di Balocchi e profumi, la canzone strappalacrime del 1928 oggetto di innumerevoli parodie. Solo che lì, almeno, la mamma trascurava la sua bambina per spassarsela fra cosmetici e tresche illecite, mentre un secolo dopo le trasgressioni materne sono a) sfogarsi con le amiche e b) cercare di tenersi uno straccio di lavoro dopo la maternità. Manca solo un parallelo con il tragico finale della vecchia canzone: un ultimo salto temporale in cui si vede la madre, pentita, sbattere con i pugni contro la porta chiusa di Olly, ora adolescente hikikomori, che si è tolto la vita secondo le istruzioni ricevute da un chatbot. «Ma il capo già reclina, e già richiude gli occhi, / piange la mamma pentita stringendolo al cuor». Zum, zum.
Dallo spot della campagna Non è mai troppo presto.
Un’Eva 4.0 introduce nell’Eden la velenosa mela digitale
Un momento. E se la matrice dello spot fosse ancora più antica? Fateci caso: è la madre che dà il cellulare al marito perché scatti un selfie di famiglia, o gli chiede di tacitare il pargoletto con il tablet. È attraverso di lei, l’Eva 4.0, che la velenosa mela digitale viene introdotta nell’Eden del focolare domestico e lo distrugge dall’interno. E l’Adamo digitale è solo un pisquano incapace di resistere alla tentazione; incapace, soprattutto, di partecipare attivamente all’educazione e all’intrattenimento dei propri figli. Del resto, nessuno glielo chiede, nessuno del governo, almeno. Accidenti, l’obiettivo dell’iniziativa – educare a non dare dispositivi digitali ai troppo piccoli – era anche giusto. Caro dipartimento delle Politiche contro la droga, se per qualcosa «non è mai troppo presto», sarebbe imparare a costruire una campagna multimediale degna di un Paese europeo nel 2026, che parli a padri e madri vere. Sotto questo profilo, però, va riconosciuto che lo spot contiene almeno un po’ di verità, nel senso che è interpretato da attori reali, e non realizzato interamente con l’IA, come quello per il rinnovo della carta d’identità. Ma chissà se al dipartimento se ne sono accorti.
La storia di un uomo che sogna di costruire un pianeta artificiale da zero, ponendosi la domanda: «Alla fine ne vale la pena il sacrificio richiesto per creare qualcosa di veramente grande?»
Ambientato nell'anno 2730 IA, il dottor Evren Kon osa andare oltre la richiesta del Consiglio Unito di costruire un supercomputer orbitale e propone un'idea molto più audace: un piano per costruire un pianeta artificiale. Il film è ambientato durante l'ultimo secolo del progetto.
Diretto da Jason Carman, autore di qualche altro corto, Planet è un mediometraggio di circa 40 minuti che racconta la storia di un ambiziosissimo progettp ingegneristico e delle sue difficoltà. Nel cast Stephen R. Miller, attore apparso come guest in qualche episodio di serie... - Leggi l'articolo
Nel centrodestra ne sono convinti in tanti. E infatti qualcuno, in maniera anonima, dà segni di pentimento: «Sulla Rai ora la sinistra ci farà la campagna elettorale. La nostra resistenza su Simona Agnes alla presidenza ci si ritorcerà contro», sussurra un senatore della maggioranza della commissione di Vigilanza Rai. L’Aventino delle opposizioni che ha poi portato alle dimissioni anche dei parlamentari di centrodestra nella commissione che vigila sulla tivù di Stato, infatti, renderà sempre più tesi i rapporti tra le coalizioni.
Simona Agnes e Giampaolo Rossi alla cerimonia del Premio Biagio Anges (foto Imagoeconomica).
Nel governo sono convinti che dietro le dimissioni di Barbara Floridia & co. ci sia una mossa studiata a tavolino, soprattutto da parte di Giuseppe Conte. Perché ora sulla Rai, su Telemeloni e sul fatto di esser stati costretti a lasciare la Vigilanza per non subire il ricatto della destra, il campo largo imposterà un bel pezzo di campagna elettorale da qui al 2027. Con scenari che ricordano quelli dell’editto bulgaro di Silvio Berlusconi da Sofia nel 2002 contro Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi, che poi scatenò girotondi e proteste di piazza, rivitalizzando una sinistra che sembrava morta.
Ecco, ora potrebbe accadere la stessa cosa: uno dei temi più caldi su cui il campo largo darà battaglia sarà proprio la Rai: l’occupazione di Telemeloni, i volti di sinistra lasciati scappare, la normalizzazione di Rai 3, la Vigilanza bloccata e la riforma della tivù chiesta dall’Europa ancora al palo, con il rischio dell’infrazione Ue. Tutti in campo con l’elmetto, così come sarà sulla legge elettorale.
Ecco il video comunicato sindacale che la Rai non ha voluto mandare in onda:
Avevamo chiesto di trasmetterlo per porre l'attenzione sullo smantellamento di RaiTre.
L’abbiamo visto già con la maratona oratoria di costituzionalisti, giuristi e politici sul Melonellum: le parole d’ordine sono già quelle dell’allarme democratico, dell’attacco ai valori della Costituzione, del tentativo di far rientrare il premierato dalla finestra, dato che non era riuscito a passare dalla porta. Venerdì 10 luglio andrà in scena un altro appuntamento con parecchia società civile e associazioni.
Copione già scritto per il campo largo
La terza gamba su cui verterà la campagna elettorale delle opposizioni sarà un mix tra la politica estera (dai rapporti con Donald Trump in giù) e la politica economica (il governo in questi anni non ha fatto nulla, anzi l’Italia è più povera e sfiduciata). Insomma, il campo largo, o «alleanza per la Costituzione» come la vorrebbe chiamare Conte, si ritrova la sceneggiatura già scritta. Basterà seguire il copione, fin troppo facile.
Vannacci si lamenta per il poco spazio
Con un’unica novità, rispetto al passato: anche il centrodestra avrà problemi di alleanze, visto che a un certo punto dovrà decidere se imbarcare o meno Roberto Vannacci, scelta niente affatto facile per Giorgia Meloni. Vannacci che, oltretutto, risulta per ora a zero presenze in termini di visibilità proprio sui canali Rai, dai telegiornali all’approfondimento. I vannacciani hanno messo in scena un flash mob davanti a Viale Mazzini, forse ignorando che il palazzo ora è vuoto per ristrutturazione e che i vertici si sono trasferiti all’Eur.
Qui Roma, presidio sotto la sede Rai per protestare contro la censura della tv di Stato nei confronti di Futuro Nazionale, orchestrata dal centrodestra moderato. Un partito che in 3 mesi può contare su 112.000 iscritti e che sta cambiando gli equilibri politici nazionali, secondo… pic.twitter.com/2t8mkhOVv8
Ma da settembre, se le cose non cambieranno, arriveranno altre proteste. Anche le truppe del generalissimo hanno capito l’importanza di avere uno strapuntino nel servizio pubblico. L’amministratore delegato Giampaolo Rossi alla presentazione dei palinsesti ad Ancona ha provato a ribaltare la narrazione: «TeleMeloni? È solo un’operazione di marketing, a furia di ripeterlo lo si dà per vero, ma la realtà è che la Rai oggi è molto più pluralista che in passato». Intanto i due arcinemici delle ultime settimane, Antonio Marano e Roberto Sergio, non si rivolgono più la parola. Questo è il clima all’interno di mamma Rai. La campagna elettorale è iniziata e anche nella televisione di Stato ci si prepara alla battaglia.
Citazione diretta a giudizio per Maria Rosaria Boccia e il giornalista Carlo Tarallo per la diffusione della registrazione della conversazione privata tra Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini. La Procura di Roma contesta ai due il reato di interferenze illecite nella vita privata, in quanto Boccia «si era procurata indebitamente» la registrazione «avendo imposto» all’allora ministro della Cultura «di tenere aperta la conversazione telefonica con lei mentre parlava con la moglie sotto la minaccia di recarsi a casa loro». L’audio, già reperibile in rete dopo Report, era stato poi pubblicato «sui canali social Facebook ed Instagram della testata giornalistica Anteprima 24 e sul sito online della stessa».
Gennaro Sangiuliano (Imagoeconomica).
L’udienza predibattimentale si terrà il 3 dicembre
Boccia e Tarallo dovranno comparire nell’udienza predibattimentale davanti al Tribunale di Roma il 3 dicembre. Prima ancora, per ottobre, è fissato l’inizio del processo che vede imputata Boccia per stalking aggravato, interferenze illecite nella vita privata, lesioni e diffamazione, oltre che per false dichiarazioni nel curriculum in relazione all’organizzazione di eventi. «Sarebbe ora che terminasse questo accanimento giudiziario. Ad ogni modo siamo certi che verrà dimostrata l’assoluta assenza di responsabilità in capo alla nostra assistita nel corso del processo», hanno dichiaratoi legali dell’imprenditrice.
Il Gruppo Intesa Sanpaolo ha concluso con successo la migrazione su cloud dei propri sistemi IT core, nell’ambito di un progetto di trasformazione digitale realizzato in collaborazione con Tim e Google Cloud. L’iniziativa, nata per rendere l’infrastruttura IT della banca più veloce, sicura, AI-ready e sostenibile, ha raggiunto e superato i target tecnici previsti. Avvalendosi delle due region di Google Cloud a Torino e Milano ospitate nei data center di Tim, il programma ha consentito il trasferimento sicuro e senza interruzioni di una parte fondamentale dei sistemi IT del gruppo bancario.
Prestazioni elevate grazie a cloud, data center e connettività di rete
Oltre 800 applicazioni sono state migrate con successo sull’infrastruttura di Google Cloud e altrettante sono state dismesse all’interno della sede fisica della banca. L’infrastruttura sicura e affidabile e le funzionalità avanzate per i dati di Google Cloud, unite alle prestazioni dei data center, della connettività e alle competenze messe a disposizione da Tim, sono stati i principali abilitatori del programma, che hanno consentito di gestire ingenti trasferimenti di dati con elevati standard di sicurezza, velocità e minima latenza tra ambienti cloud e sistemi preesistenti. L’infrastruttura cloud ha assorbito infatti volumi di carico imponenti, garantendo la continuità operativa del business senza registrare alcun major incident durante le fasi di migrazione. Determinante anche il modello di governance end-to-end gestito da Tim, che ha permesso di mitigare efficacemente i rischi e garantire il controllo dei costi attraverso un monitoraggio metodico di FinOps.
Riunione d’urgenza a Palazzo Chigi dopo il furto di 80 fiale di fentanyl avvenuto nella farmacia dell’Ospedale Israelitico di Roma, con cui potrebbero essere confezionate – in teoria – fino a circa 20 mila dosi destinate al consumo illecito del farmaco ad alto potere analgesico, oggi una delle droghe più acquistate sul mercato clandestino. Presenti a Palazzo Chigi il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, il capo di Gabinetto del Ministero della Salute, il direttore della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga, il direttore generale della direzione Salute della Regione Lazio e i dirigenti del Dipartimento per le politiche contro le dipendenze della Presidenza del Consiglio. Da Palazzo Chigi filtra forte allarme: attivati i Carabinieri del Nas per gli accertamenti del caso, mentre il Ministero della Salute ha disposto un’ispezione per verificare eventuali responsabilità e accertare il rispetto dei protocolli vigenti.
Sono stati presentati oggi ad Ancona i nuovi palinsesti Rai per la prossima stagione televisiva. Nessuno stravolgimento, ma comunque diverse la novità annunciate e persino qualche sorpresa. Su tutte il ritorno di Roberto Benigni con una prima serata evento dedicata a San Francesco, in occasione dell’ottavo centenario della morte del patrono d’Italia.
Alberto Angela (Imagoeconomica).
Alberto Angela si fa in cinque
Lo speciale su San Francesco, in onda domenica 4 ottobre alle 21:30 e trasmesso da Assisi, sarà condotto da Alberto Angela, che qualche giorno prima (il 27 settembre) sarà protagonista de Lo spettacolo della conoscenza, serata speciale dal Colosseo. La sera di Natale andrà poi in onda Stanotte a…, con Angela pronto a far scoprire agli italiani i musei, le strade, le piazze e le chiese di una nuova città. Confermati poi nei palinsesti Passaggio a Nord Ovest e Ulisse – Il piacere della scoperta.
Sal Da Vinci (Ansa).
Le serate-evento con Sal Da Vinci
L’offerta musicale non si fermerà al nuovo Festival di Sanremo targato Stefano De Martino. Il 20 e il 27 novembre, su Rai 1, andranno in onda le due puntate di Meravigliosamente, show con Sal Da Vinci che festeggia i 50 anni di carriera. Nel palinsesto anche lo speciale Roma, Baby. Cremonini Live Circo Massimo.
Le novità targate Gomez e Inciocchi
Sul fronte dell’informazione confermati Cinque Minuti con Bruno Vespa (dal 21 settembre, Rai 1) e Il Cavallo e la Torre con Marco Damilano (dal 7 settembre, Rai 3). Tra le principali novità Peter Gomez con L’elefante, in onda su Rai 3 il sabato alle 20:15. Dopo il trasloco di Milo Infante a Mediaset, Salvo Sottile prende il timone di Ore 14 e dello spin-off Ore 14 Sera, su Rai 2. Tra le vere novità di stagione spicca poi Patù, appuntamento di prima serata dedicato ai grandi temi politici, economici e sociali, condotto da Roberto Inciocchi ogni mercoledì su Rai 2 (dal 7 ottobre). Ufficializzato poi Antonino Monteleone alla conduzione delle nove puntate nella prima serata prevista per il martedì in autunno: sostanzialmente sostituirà FarWest di Sottile col suo Filorosso. Da segnalare poi i nuovi editoriali 2 di Picche con Tommaso Cerno, striscia quotidiana a cura della Direzione Approfondimento.
Roberta Bruzzone (Imagoeconomica).
I nuovi programma di Bruzzone e Brumotti
Novità nel prime time di Rai 2, con Dentro la Truffa, programma di Roberta Bruzzone dedicato ai principali meccanismi psicologici delle frodi contemporanee: sei le puntate previste. Si intitolerà poi Ultima chiamata il programma affidato a Vittorio Brumotti, approdato in Rai dopo una lunga militanza a Striscia la Notizia: un viaggio attraverso l’Italia, per raccontare storie di persone, comunità e associazioni che hanno saputo reagire a situazioni di disagio, emarginazione e difficoltà. Oltre a tornare al timone di Storie Italiane, Eleonora Daniele sbarcherà anche nella prima serata di Rai 3 con un nuovo programma: Le cose che non sai, dedicato alle vicende personali delle celebrità. Dal 21 dicembre (alle ore 19) Enzo Miccio condurrà su Rai 2 Il giorno più lungo, accompagnando le coppie che, ancora oggi, scelgono di suggellare il loro amore con un matrimonio. Lorella Boccia sarà poi il nuovo volto di Playlist, in onda su Rai 2 dal 17 ottobre. Confermato Chi l’ha visto?, ancora vuota però la casella della conduzione lasciata vuota da Federica Sciarelli.
I Tavernicoli: sono i presenzialisti di Villa Taverna, la residenza romana dell’ambasciatore degli Stati Uniti. In questa edizione del 2026, tra i Tavernicoli mancano, per una volta, Giorgia Meloni (al suo posto c’è Arianna) e Giuseppe Conte. In compenso, ecco Rocco Casalino con augusta genitrice. Quindi la pattuglia della sicurezza: Gianni De Gennaro, Marco Minniti, Lorenzo Guerini, Guido Crosetto, Carlo Nordio. Non poteva mancare Marco Tronchetti Provera che ha messo ko la compagine cinese presente nella Pirelli, per la gioia di Washington. In “quota generale Vannacci” si presenta Laura Ravetto. Gli hamburger, sussurrano i presenti, sono duri come la suola di una scarpa. Per la delusione di Matteo Salvini, che al profumo della carne non capisce più niente (a proposito, sembra che Tilman Fertitta proprio non riesca a pronunciare il suo nome, storpiato in “Mario”). Matteo Renzi si muove come se fosse il padrone di casa. Al posto di Elly Schlein si presenta Francesco Boccia, ma non è la stessa cosa. Alfredo Mantovano sembra appena uscito da un frigorifero, e circola senza apparente fatica in giacca e cravatta. Francesco Lollobrigida tiene fede al suo compito e da ministro dell’Agricoltura gira con un piatto in mano per testare le pietanze. C’è pure Simona Agnes. Sipario…
— Il Grande Flagello (@grande_flagello) July 3, 2026
Magistrati in riunione nel weekend
Occhio: nelle giornate di sabato 4 e domenica 5 luglio, a Roma, nella Corte di Cassazione, è in programma il comitato direttivo dell’Associazione nazionale magistrati. I temi da discutere sono numerosi, e tutti di grande interesse (per il governo).
Addio a Giovanni Verusio, quanti aneddoti su quei salotti romani…
Se n’è andato Giovanni Verusio. Sul Corriere della sera di venerdì sono apparsi i necrologi per la morte di uno dei più famosi avvocati italiani: era nato il 27 ottobre 1932 ed era iscritto all’albo dal 1957. Nonostante la sua conclamata abilità professionale, la notorietà del cognome era legata a quel salotto romano che era animato dalla moglie Sandra, deceduta nel 2018: era il quartier generale della sinistra, con Massimo D’Alema protagonista. Quando un esponente “rosso” percorreva di sera via dei Coronari, la destinazione poteva essere solo una: l’attico dove a San Salvatore in Lauro potevi trovare Giovanni Sartori, Fausto Bertinotti e Carlo Azeglio Ciampi, quando non era ancora diventato presidente della Repubblica. Il soprannome di Sandra era «la compagna»: lei si arrabbiò in grande stile solo una volta, quando venne a sapere di una cena voluta da Maria Angiolillo per Piero Fassino. Per l’allora sindaco di Torino «fu l’inizio della fine», spiffera una storica frequentatrice del salotto Verusio. L’avvocato aveva clienti di altissimo livello, oltre a rapporti strettissimi con la famiglia Kennedy: quando Pietro Barilla ricomprò l’azienda dagli americani di Grace, il legale della proprietà Usa era Verusio. Il funerale è previsto per la mattina del 4 luglio nella basilica di San Sebastiano fuori le mura, in via Appia Antica.
A Roma bus elettrici già vecchi, viva la burocrazia
I modelli full-electric dei nuovi bus romani hanno problemi: il direttore generale di Atac, Paolo Aielli, si è lamentato pubblicamente dei mezzi a disposizione, puntando il dito contro il sistema degli appalti italiani, caratterizzati da una lentezza esasperante. Cosa ha detto Aielli? Che i mezzi elettrici, immatricolati adesso, si riferivano «a un capitolato di quattro anni fa con le conoscenze disponibili allora sul mercato», mentre «siamo venuti a sapere di una società cinese che produce batterie di capacità doppia a parità di volume». Insomma, con gli appalti italiani compri qualcosa che quando lo utilizzi è già obsoleto. Chissà all’authority competente cos’hanno da dire a proposito…
Paolo Aielli, dg di Atac (foto Imagoeconomica).
Il Salemi dell’Avvenire
È stato capo ufficio stampa del ministero del Commercio internazionale, come responsabile dei rapporti con i media italiani ed esteri e della preparazione e della comunicazione delle missioni svolte all’estero per Emma Bonino. Poi ha lavorato per Paolo Romani, il forzista ministro per lo Sviluppo economico. Quindi è stato al servizio del governo Mario Monti e portavoce della vicepresidente del Senato, Linda Lanzillotta. Se avete la copia del 3 luglio del quotidiano cattolico Avvenire in prima pagina c’è Giancarlo Salemi, con il titolone “Enti e imprese sociali al centro delle politiche”. Non c’è dubbio: la Chiesa perdona anche il passato, la parabola del Vangelo di Luca con protagonista il figliol prodigo è sempre attuale.
La battaglia sulla holding di famiglia non gli sta giocando a favore, ma Leonardo Maria Del Vecchio può consolarsi. L’Università degli studi di Roma Tor Vergata e il suo magnifico rettore Nathan Levialdi Ghiron hanno deciso di premiarlo addirittura con una laurea honoris causa. Cerimonia in programma giovedì 9 luglio alle ore 11, nella splendida cornice di Villa Mondragone, a circa 20 chilometri a sud-est della Capitale e a breve distanza da Frascati.
Nathan Levialdi Ghiron, magnifico rettore dell’Università degli studi di Roma Tor Vergata (foto Imagoeconomica).
L’imprenditore innovatore che vuole le dita sporche di nero
Nel dettaglio, la materia del riconoscimento è “Diritto, Innovazione tecnologica e Sostenibilità“, per quella che l’ateneo definisce «una figura di spicco nel panorama industriale e filantropico internazionale». Da nuovo editore del Gruppo Editoriale Nazionale, LMDV alla festa del Giorno di fine maggio aveva rivolto un pensiero ai giovani «che non hanno più la passione e le dita sporche di nero per l’inchiostro del giornale». Insomma non proprio un manifesto di innovazione tecnologica, ma non stiamo a sottilizzare. Alla cerimonia sarà presente anche la ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini.
Leonardo Maria Del Vecchio e Anna Maria Bernini (foto Imagoeconomica).
Sulle orme del padre, alla faccia delle battutine sul suo eloquio
Leonardo Maria così può ricalcare le orme del padre, fondatore di Luxottica, che nella sua vita ha ricevuto tre lauree honoris causa: in Economia aziendale dall’Università Ca’ Foscari di Venezia (nel 1995), in Ingegneria gestionale dall’Università di Udine (2002) e in Ingegneria dei materiali dal Politecnico di Milano (2006), oltre ad aver conseguito un Master ad honorem in International Business dalla MIB School of Management di Trieste (1999). Una grande rivincita per il rampollo che si è buttato nell’editoria senza una grande visione e che, dall’ospitata da Lilli Gruber in poi, non aveva dimostrato molta dimestichezza con le parole…
Leonardo Maria Del Vecchio mentre prova a sporcarsi le dita col nero della stampa (foto Imagoeconomica).
Per mesi Israele ha pianificato di uccidere il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, ovvero i due principali negoziatori di Teheran: a evitare che ciò accadesse sono stati gli Stati Uniti, che hanno avvertito la Repubblica Islamica del pericolo tramite altri Paesi della regione. Lo riportano il New York Times e il Washington Post, citando funzionari statunitensi. Secondo le due prestigiose testate americane, in una circostanza un jet governativo iraniano sarebbe stato costretto a un atterraggio d’emergenza per il timore concreto di un raid da parte dell’IDF.
Israele non ha mai nascosto il malcontento per gli accordi Usa-Iran
Il New York Times e il Washington Post scrivono che la possibilità di raid mirati contro Araghchi e Ghalibaf, almeno secondo l’intelligence Usa, è aumentata durante i vari round di negoziati ospitati dal Pakistan a partire da aprile. Tel Aviv non ha mai nascosto il malcontento per gli accordi tra Washington e Teheran: lo Stato ebraico continua a essere preoccupato per il programma missilistico dell’Iran e per il sostegno fornito dai pasdaran ai proxy come Hezbollah.
L’atterraggio d’emergenza del jet che stava riportando Ghalibaf in Iran
I due giornali americani hanno poi ricostruito quanto successo a Ghalibaf durante un volo di ritorno da Islamabad, scortato all’aviazione pachistana fino al confine. A un certo punto, due caccia israeliani sono entrati nello spazio aereo iraniano, facendo scattare l’allarme: da qui la decisione di procedere con un atterraggio d’emergenza a Mashhad, appena oltre il confine con il Pakistan. Da lì i negoziatori hanno poi viaggiato via terra per oltre otto ore fino a Teheran.
A Milano è in corso una Candidate Week che pare non avere fine. Ogni giorno, nel centrosinistra e nel centrodestra, spunta un nome nuovo per Palazzo Marino. Ai papabili lanciati (o bruciati) dai partiti, va aggiunta la truppa di autonominati. L’ultimo è il pediatra Luca Bernardo, capogruppo azzurro in Consiglio comunale, che dopo la batosta contro Beppe Sala di cinque anni fa, si è messo nuovamente a disposizione della coalizione. «Non è più il 2021», ha assicurato. «Ora conosco la macchina amministrativa, sono diventato un politico a tutti gli effetti».
Le presunte ambizioni politiche del direttore di Libero
In questa giostra, ha fatto rumore l’editoriale firmato da Alessandro Sallusti sul “suo” Libero: «Tra Di Pietro e Cottarelli scelgo Guidesi», assessore allo Sviluppo economico di Regione Lombardia, «leghista della prima ora, 50 anni, bella presenza, persona per bene, iper competente». Un’uscita che, fuori da Milano, a qualcuno è suonata come il solito tentativo di bruciare un nome ‘forte’. Anche perché Sallusti, ricordano i soliti mal pensanti, accarezzerebbe l’idea di essere il frontrunner della coalizione all’ombra della Madonnina. Del resto quella di Sallusti è una candidatura ciclica: il suo nome era stato il primo a circolare – era dicembre 2024 – in ambienti del centrodestra, lo stesso era accaduto nelle tornate del 2015 e del 2021. Insomma questa potrebbe essere la volta buona.
Guido Guidesi (Imagoeconomica).
Un messaggio al centrodestra?
Al di là delle presunte ambizioni sallustiane, chi mastica di politica milanese e lombarda legge l’editoriale del direttore di Libero con una lente diversa. Sallusti in realtà avrebbe voluto mandare un messaggio al centrodestra (locale e nazionale) che pare non prendere troppo seriamente la partita ambrosiana. A Daniela Santanchè (sua ex compagna oltre che ex ministra del Turismo) che ha lanciato la candidatura lunare o forse provocatoria di Antonio Di Pietro (il quale saggiamente ha risposto picche). A Forza Italia che, con l’appoggio di Calenda, punta su Carlo Cottarelli in ticket con i due ex Letizia Moratti e Gabriele Albertini: la prima come «assessora al Sociale e ai Rapporti internazionali» e il secondo alla Sicurezza, ha sparato il coordinatore lombardo Alessandro Sorte. Ma anche a Ignazio La Russa che invece da tempo scommette su Maurizio Lupi. E forse, proprio dalle colonne di un giornale della galassia Angelucci, anche alla Lega di Salvini che come candidatura politica si gioca la carta di Silvia Sardone (completano la rosa i due civici Alessandro Spada e Giovanni Terzi). Non esattamente un profilo assimilabile a quello di Guidesi. Sallusti in altre parole indicando l’assessore avrebbe solo tracciato l’identikit del suo candidato ideale, senza fare troppi danni visto che Guidesi non è della partita. Almeno per ora.
Massimiliano Allegri è ufficialmente il nuovo allenatore del Napoli. Ad annunciarlo è stato il presidente azzurro Aurelio De Laurentiis che, con un tweet su X, ha salutato il nuovo tecnico: «Benvenuto Max!». L’ex allenatore del Milan ha firmato un contratto di tre anni fino al 30 giugno 2029.
Il comunicato del Napoli
Questo il comunicato del club azzurro: «La SSC Napoli dà il benvenuto a Massimiliano Allegri, che assume l’incarico di allenatore della prima squadra. Il tecnico ha firmato un contratto che lo legherà al Club fino al 30 giugno 2029. Dopo una lunga carriera da calciatore, in cui ha indossato anche la maglia del Napoli nel ’97/98, Max Allegri intraprende il percorso da allenatore a partire dalla stagione 2003/04. Nel 2007/08 conduce il Sassuolo alla prima storica promozione in Serie B, vincendo nella medesima annata anche la Supercoppa di Serie C1. Qualche mese più tardi fa il suo debutto in Serie A con il Cagliari, chiudendo il campionato al nono posto e vincendo la Panchina d’oro. Nel 2010 approda al Milan, riuscendo a vincere il diciottesimo scudetto e la sesta Supercoppa Italiana della storia rossonera. Dal 2014 al 2019 è il tecnico della Juventus, con cui conquista cinque scudetti consecutivi, quattro coppe Italia di seguito e due Supercoppe. Nello stesso periodo conduce per due volte i bianconeri alla finale della Champions League. Dopo due anni torna alla guida della Juventus vincendo la sua quinta Coppa Italia nel 2024. Nella scorsa stagione ha allenato nuovamente il Milan, terminando il campionato al quinto posto. Benvenuto, mister Allegri!».
Intervistata dal quotidiano Les Echos, la presidente della Bce Christine Lagarde non ha escluso la possibilità di lasciare Francoforte prima della scadenza del suo mandato, che terminerà a ottobre del 2027, facendo intendere di volersi candidare alle Presidenziali francesi, in programma nella primavera dello stesso anno.
Emmanuel Macron e Christine Lagarde (Imagoeconomica).
Ha ammesso che un addio anticipato «è possibile»
«È possibile. Penso che nel dibattito presidenziale francese debba essere ascoltata una voce europea», ha detto Lagarde nel corso dell’intervista concessa al principale quotidiano economico-finanziario transalpino. «Se il dibattito dovesse presentare una visione riduttiva del ruolo della Francia in Europa, credo sarebbero necessarie spiegazioni», ha aggiunto la presidente della Bce, spiegando che c’è il rischio di un «percorso doloroso» per Paese e i suoi cittadini.
Lagarde finora aveva escluso di lasciare prima del 2027
A parlare per primo del possibile passo indietro di Lagarde era stato il Financial Times a febbraio: la diretta interessata aveva smentito, affermando che «il capitano della barca della Bce deve rimanere a bordo in questo periodo turbolento», caratterizzato da un’accelerazione dell’inflazione e dall’impennata del prezzo dell’energia a causa della crisi in Medio Oriente.
Christine Lagarde (Imagoeconomica).
È in sella dal 2019: prese il posto di Draghi
Già alla guida del Fondo Monetario Internazionale e prima ancora ministra in Francia sotto Jacques Chirac e Nicolas Sarkozy, Lagarde è al timone della Banca Centrale Europea dal 2019, quando fu designata per succedere a Mario Draghi. La carica di presidente della Bce ha una durata di otto anni non rinnovabile.
L’attentatrice che ha piazzato una bomba nell’abitazione dell’oligarca ucraino Vadim Ermolaevnel Principato di Monaco è stata identificata: secondo quanto ricostruito dagli inquirenti si tratta di Anastasia B., ucraina di 39 anni, nota «per i suoi legami con la criminalità organizzata». In base alle indagini, inoltre, dopo l’azione compiuta a Monaco la donna (che si era camuffata in modo da sembrare un uomo) è fuggita in Italia. Come stabilito dagli inquirenti monegaschi e francesi, l’attentatrice ha raggiunto la Francia a piedi e, una volta varcato il confine, ha recuperato un’automobile a Beausoleil: al volante della vettura, immatricolata e noleggiata in Germania (dove risiede), si è successivamente diretta verso l’Italia. Si sospetta il coinvolgimento dei servizi segreti di Kyiv.
L’edificio dove è scoppiato l’ordigno nel Principato di Monaco (Ansa).
In vista dei funerali, che si terranno il 4 luglio, le bare contenenti i corpi della Guida Suprema Ali Khamenei – ucciso nelle fasi iniziali della guerra contro Stati Uniti e Israele – e di diversi membri della sua famiglia sono state esposte nella Grande Moschea di Teheran: quelle del genero Mesbah-ol-Hoda Bagheri, della figlia maggiore Seyyedeh Boshra Hosseini Khamenei, della nuora Zahra Haddad Adel e della nipote di appena 14 mesi, Zahra Mohammadi Golpaygani.
Un enorme ritratto di Ali Khamenei all’esterno della Grande Moschea di Teheran (Ansa).
Prevista la partecipazione di almeno 15 milioni di persone
Le autorità prevedono la partecipazione di almeno 15 milioni di persone di persone nella capitale iraniana per la tre giorni di tributo nazionale, che inizierà appunto domani. Il complesso della Grande Moschea rimarrà aperto giorno e notte fino a lunedì 6 luglio. Poi una processione con la salma di Khamenei sfilerà per le strade di Teheran, prima di raggiungere la città santa di Qom il 7 luglio.
Le bare di Ali Khamenei e dei suoi familiari (Ansa).
Le delegazioni straniere: per la Russia ci sarà Medvedev
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei ha dichiarato che «quasi 100 Paesi, tra delegazioni ufficiali e personalità di rilievo» parteciperanno ai funerali di Khamenei, tra cui alcuni dell’Europa orientale. Tra le personalità attese ci sono l’ex presidente russo Dmitry Medvedev e il primo ministro pakistano Shebaz Sharif. La Cina sarà rappresentata dall’alto funzionario parlamentare He Wei. La Turchia dal vicepresidente Cevdet Yilmaz. Irib, la tv pubblica iraniana, riporta che tra i primi a recarsi alla Grande Moschea figuravano personalità religiose provenienti dall’Afghanistan e dall’Indonesia. L’agenzia Isna racconta di «intellettuali provenienti da Malesia, Libano, Afghanistan, Norvegia, Pakistan, Russia, Tunisia, Senegal, India, alcuni paesi dell’America Latina, Argentina e Messico che stanno rendendo omaggio al leader martire della rivoluzione».
Il capo dei pasdaran alla cerimonia funebre in forma ridotta
Tra le persone che hanno già reso omaggio a Khamenei c’è Ahmad Vahidi, ovvero il capo dei Guardiani della rivoluzione, che ha partecipato a una cerimonia funebre in forma ridotta per l’ayatollah, celebrata ieri sera vicino all’ex residenza della Guida Suprema. Si tratta della sua prima apparizione pubblica dall’inizio della guerra a febbraio: da allora, probabilmente per evitare di essere assassinato come il suo predecessore, non si era più fatto vedere, mantenendo un basso profilo.
La corte d’assise di Palermo ha condannato all’ergastolo Giovanni Barreca, muratore di Altavilla Milicia, Sabrina Fina e Massimo Carandente per la strage di AltavillaMilicia di febbraio 2024 costata la vita alla moglie di Barreca, Antonella Salamone, e ai figli Kevin di 16 anni ed Emanuel di cinque. Le vittime furono seviziate e uccise durante un folle rito di purificazione dal demonio. Coinvolta anche Miriam, la figlia 17enne della coppia, processata separatamente. Condannata in primo grado a 12 anni e otto mesi, è stata assolta in Appello perché giudicata incapace e costretta a partecipare al rito sotto la minaccia di morte. La corte ha anche riconosciuto un risarcimento di un milione di euro per i familiari delle vittime.
La dinamica dell’accaduto
L’orrore venne alla luce nella notte dell’11 febbraio 2024, quando Barreca stesso chiamò il 112 ammettendo: «Ho ucciso tutta la mia famiglia, venite a prendermi». I carabinieri scoprirono i corpi senza vita dei due ragazzini e trovarono Miriam in stato di shock. I resti parzialmente carbonizzati della madre furono trovati ore dopo in una buca in giardino. Secondo la sequenza del massacro delineata dalla figlia 17enne, la donna fu uccisa per prima, il 9 febbraio, e i figli vennero in seguito strangolati con delle catene.
È grande la preoccupazione dalle parti del campo largo (anche nella extended version con Matteo Renzi dentro, per quanto l’ipotesi di un allargamento al momento sia più remota, basti vedere il sussiego quotidiano di Giuseppe Conte verso l’ex rottamatore). La sortita di Giorgia Meloni sul Quirinale («Non è detto che non si possa superare questo altro grande tabù e avere un presidente della Repubblica che non sia di centrosinistra») ha fatto risuonare l’allarme antifascismo della sinistra. Renzi stesso ripete, per accreditarsi nel campo largo, dove non lo amano molto, di volersi battere perché non diventi Capo dello Stato un (o una) sovranista. Persino Elly Schlein ha messo a fuoco la questione: «È un problema se non si individua la figura più adatta a ricoprire quel ruolo, che quello di garante dell’unità nazionale. Non può essere un capo politico, tanto più se ha appena fatto il presidente del Consiglio per cinque anni». Schlein sembra insomma essere fra quelli che credono che Meloni voglia diventare capo dello Stato nel 2029, dopo Sergio Mattarella.
Elly Schlein (Imagoeconomica).
Il totonomi della destra per il Colle
Il totonomi ha già svoltato l’estate del 2026, mentre ancora non si sa con quale legge elettorale voteremo nel 2027, visto che il centrodestra s’accapiglia sulle preferenze, e non solo. Gli alfieri della Repubblica si rianimano (citofonare Pier Ferdinando Casini, ma non è e non sarà l’unico), i giornali sono pieni di cognomi da bruciare o da usare come depistaggio per nascondere “quelli veri”. Tra questi, con sommo scandalo della sinistra, anche diversi del destra-centro. Dal ministro della Difesa Guido Crosetto al presidente del Senato Ignazio La Russa. Eppure lo disse anche l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel 2006 in un’intervista a Bruno Vespa per uno dei suoi libri (L’Italia spezzata, un paese a metà tra Prodi e Berlusconi); alla domanda se troverebbe strano se il suo posto fosse occupato un giorno da un uomo della destra, Napolitano rispose: «Assolutamente no, lo troverei assolutamente fisiologico. Quel che conta per chi sia eletto presidente è saper rappresentare tutto il Paese».
Giorgio Napolitano (Imagoeconomica).
Eppure per Conte, pater familias degli italiani, anche solo l’ipotesi è motivo di scandalo: «Meloni e il governo hanno trasformato le istituzioni in un palco da campagna elettorale», ha detto questa settimana. «Di fronte alle priorità degli italiani che sono il caro energia, il caro bollette, il caro alimentare, loro si concentrano sulla legge elettorale e mirano al Quirinale. Abbiamo capito che significava: siamo pronti a tutto. Significava pronti anche a trasformare le istituzioni democratiche e a cercare tutte le modalità per rimanere al potere tradendo l’interesse nazionale».
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Meloni pronta a raccogliere i frutti della dédiabolisation
Per la verità una maggioranza politica adulta può fare entrambe le cose: governare e fare campagna elettorale, anche per il Quirinale. Conte, non governando, per ora è concentrato sul secondo aspetto, in attesa di vedere se gli riuscirà di conquistare almeno la leadership del campo largo. Il centrosinistra però rischia di commettere un errore strategico nel mettere paletti ideologico-retorici allo sbarco di “uno di destra” al Colle: c’è qualcosa che lo vieta? Il centrodestra non può essere garante dell’unità nazionale al Quirinale? Solo la sinistra può ambire a ricoprire quel ruolo in maniera rispettabile? Sono alcune domande che ci domandiamo mentre gli allarmi democratici scampanellano con insistenza. Il barrage viene usato da anni in Francia contro Marine Le Pen e le sue formazioni politiche (merito anche del sistema istituzionale che permette al secondo turno di frustrare, almeno fin qui così è stato, le ambizioni presidenziali dell’estrema destra francese). Il risultato è che l’anno prossimo Jordan Bardella o la signora Le Pen, sempre che la Corte d’appello di Parigi non le imponga di indossare un braccialetto elettronico, potrebbero tentare il colpo grosso. Sono quattro anni che Meloni pratica ogni giorno la dédiabolisation nei confronti della destra italiana, a partire dalla riscoperta della parola Nazione con cui ha costruito un chiaro messaggio identitario. L’elettorato, come accade in certi casi, potrebbe anche infischiarsene delle sirene dell’antifascismo avendone ormai viste e provate di tutte. Insomma l’Italia non si è fatta mancare niente: ora manca solo uno di destra come presidente della Repubblica.
Vincitore del British Fantasy Award e del Premio Italia per La nave delle ossa, in Italia è pubblicato da Elara Libri. Sarà ospite il 17 e 18 ottobre a Milano a Stranimondi 2026.
È stato comunicato il primo ospite d'onore per l'edizione 2026 di Stranimondi, e gli appassionati sono già entusiasti.
Autore britannico di fantasy epico, RJ Barker è una delle voci più originali e riconoscibili del panorama fantastico internazionale. Vincitore del Premio Robert Holdstock 2020 (British Fantasy Award) e del Premio Italia 2024 per il Miglior Romanzo Internazionale, è stato capace di conquistare critica e pubblico con mondi costruiti con rara coerenza e intensità.
Con la trilogia d'esordio The Wounded Kingdom (di... - Leggi l'articolo
Nella breve clip si vede il colore della televisione sintonizzata su un canale morto
Apple TV ha appena pubblicato 22 secondi di teaser trailer della serie Neuromancer, ispirata al romanzo del 1984 di William Gibson. Considerato una delle pietre miliari della letteratura fantascientifica e il capolavoro del cyberpunk, Neuromante è una di quelle storie che è stata in grado di anticipare il nostro presente, peculiarità che potrebbe complicare il lavoro di adattamento dell'opera.
Guarda il video: Neuromancer Season 1 Teaser 2 | The Next Chapter Is Loading'
Nel breve teaser, che gioca sull'effetto nostalgia di chi conosce bene l'opera, vediamo infatti un... - Leggi l'articolo
Penultima stagione della serie tratta dai romanzi di Hugh Howey, Silo accompagnerà il pubblico per tutta l'estate
Il primo episodio della terza stagione di Silo, acclamata serie Apple TV che adatta la trilogia distopica di Hugh Howey composta dai romanzi Wool, Shift e Dust, arriva oggi sulla piattaforma di streaming, con una nuova puntata disponibile ogni venerdì fino al finale di stagione del 4 settembre. La serie, creata da Graham Yost, è già stata rinnovata per una quarta e ultima stagione, di cui sono già state completate le riprese. Protagonista del mondo post-apocalittico di Silo è Rebecca Ferguson nei panni dell'ingegnera Juliette, accompagnata anche in questa... - Leggi l'articolo
Una nuova avventura dell’astronauta Jürgen Haas e del capitano Letitia Garvey dopo una criogenesi davvero sfortunata.
Dopo decenni di letture fantascientifiche ho maturato la convinzione che farsi criogenizzare sia una pessima idea, quasi sempre qualcosa va storto.
Anche l'equipaggio della nave spaziale Hokule’a fa una brutta esperienza in merito: quando si risveglia dal sonno criogenico si ritrovano ancora sulla Terra e sono passati 500 anni dalla loro era.
Questo succedeva nel romanzo Gli scaricati, pubblicato su Urania 1726, che raccontava la lotta degli astronauti per e dei loro mal assortiti compagni di sventura, un gruppo di criminali, per sopravvivere.
Nel seguito I... - Leggi l'articolo
Trumpery, in un inglese un po’ vecchiotto, sono i fronzoli vistosi oppure le sciocchezze e gli imbrogli e sembra la parola adatta a descrivere l’ossessione di Donald Trump per il restyling della Casa Bianca. Tutti i presidenti, quando si insediano, fanno dei lavoretti: Barack Obama mise nello Studio Ovale qualche ceramica indigena sugli scaffali e appese al muro alcuni quadri di artisti afroamericani, l’ex first lady Michelle piantò un orto biologico e Joe Biden rimosse il ritratto di Andrew Jackson (settimo presidente Usa e figura controversa per questioni di deportazione dei nativi americani e schiavismo) voluto da Trump. Niente in confronto alla mania di Donald di lasciare un segno sfarzoso del suo passaggio.
Tutto l’oro dello Studio Ovale luccica durante un incontro tra Donald Trump e Mark Rutte (foto Ansa).
Come Silvio col dipinto di Tiepolo (censurato)
Uguale, in questo, a Silvio Berlusconi, che fece intervenire a Palazzo Chigi il suo architetto di fiducia Mario Catalano, lasciandogli mano libera sull’introduzione di colonne con capitelli corinzi, specchi, stucchi bianchi, marmi pregiati, la riproduzione fotografica di un dipinto di Tiepolo (l’originale, affrescato sul soffitto di una villa vicentina, è conservato in un museo di Vicenza) appesa alle spalle del premier in modo che «le tivù lo inquadrino durante le conferenze stampa e le immagini di una bella opera d’arte vadano in tutto il mondo». Ma con un seno censurato, per carità, qui mica siamo alle cene eleganti del bunga bunga. Nei bagni della sala stampa fece installare luci al quarzo, lavabi con fotocellula, water in ceramica nera e beige, rubinetti d’oro, marmi di travertino oniciato e nero del Belgio. Quando arrivò Mario Draghi, fece ripristinare pareti bianche e rubinetti tradizionali: la sobrietà come atto politico.
Silvio Berlusconi nel 2011 a Palazzo Chigi, con alle spalle la riproduzione fotografica di un dipinto di Tiepolo (foto Ansa).
Lavori che hanno superato i 350 milioni di dollari
Durante il primo mandato, Trump fece una ristrutturazione completa della Casa Bianca costata 1,75 milioni di dollari. Ma nel secondo mandato la differenza di scala è enorme: ha demolito l’intera East Wing per costruire una Ball Room che, tra stime iniziali e rialzi successivi, ha ormai superato i 350 milioni di dollari; ha pavimentato il Rose Garden, ha ricoperto l’Oval Office di una patina dorata. Ogni giorno Trump fornisce ai media americani la sua deflection strategy, tutta una serie di diversivi necessari per far sognare un po’ le masse dell’America profonda, desiderose di saperne di più sul colore delle tende, sulla morbidezza dei tappeti e sui mobili che arredano l’appartamento presidenziale e dimenticare così l’Iran, i dazi, le guerre.
Il Rose Garden trasformato in una terrazza con tavolini e ombrelloni a strisce bianche e gialle (foto Ansa).
Tra un negoziato con l’Iran e l’altro…
All’inizio di giugno – ha riferito la Cnn – mentre lasciava lo Studio Ovale lo hanno sentito redarguire un collaboratore: sosteneva che alcune parti della nuova Ball Room mancassero negli ultimi rendering e chiedeva chiarimenti sulle sue numerose colonne. Il breve scambio di battute si sarebbe svolto nei corridoi dell’Ala Ovest e sarebbe avvenuto lo stesso giorno in cui gli Stati Uniti si scambiavano proposte per una soluzione alla guerra con l’Iran, giusto per dimostrare quanto il presidente sia profondamente coinvolto in ogni dettaglio di questo suo faraonico progetto e quanto tempo prezioso gli sottragga.
Trump mostra un rendering della sala da ballo (foto Ansa).
La costruzione va avanti nonostante le battaglie legali: un giudice ha stabilito che i lavori potevano proseguire fino al 5 giugno, in attesa della decisione della corte d’appello sul fatto che il Congresso doveva approvare o meno il progetto. Nonostante sei senatori repubblicani abbiano poi votato per bloccare i finanziamenti, i lavori del cantiere proseguono tuttora indisturbati. Pare che l’amministrazione avesse inizialmente concordato 11,9 milioni di dollari con l’impresa Clark Construction, poi saliti a 17,4 milioni per costi aggiuntivi.
La caduta di stile della rimozione del quadro di Biden
Perché non è più solo la Ball Room: si tratta di un’operazione che coinvolge il rifacimento del colonnato dell’ala Ovest con marmo nero e della walk of fame presidenziale – la galleria dei ritratti dei presidenti Usa – quanto meno fuori dal protocollo, poiché Trump ha fatto sostituire quello di Joe Biden con la fotografia di un “autopen“, il meccanismo usato per replicare automaticamente le firme, per alludere al fatto che, secondo Trump, Biden non era cosciente di ciò che firmava durante il suo mandato.
La foto di Joe Biden sostituita con un “autopen” (foto Ansa).
Inoltre non solo ha voluto pavimentare il Rose Garden, trasformandolo in una terrazza con tavolini e ombrelloni a strisce bianche e gialle, come quelli del suo club a Mar-a-Lago, ma ha inserito due enormi bandiere americane sui prati Nord e Sud, con un restauro completo del Lafayette Park.
I lavori sotto la statua di Andrew Jackson al Lafayette Park (foto Ansa).
Sulla doratura dello Studio Ovale, Trump ha assicurato che è tutta «foglia d’oro, niente di finto». Sul nuovo eliporto che ha fatto costruire a South Lawn, annunciato all’improvviso per risolvere il problema degli scarichi dei nuovi elicotteri Sikorsky che bruciano l’erba, Trump ha provocatoriamente detto che lo ha fatto «per gli ambientalisti».
L’eliporto fatto costruire a South Lawn (foto Ansa).
L’Arc de Trump per celebrare il 250esimo anniversario dell’indipendenza
Contemporaneamente ha ribattezzato il Kennedy Center con il suo nome (scritta poi rimossa dopo che un giudice federale l’ha dichiarata illegittima), ha dato il via alla costruzione di un colossale Triumphal Arch, subito ribattezzato dai media «Arc de Trump», per celebrare il 250esimo anniversario dell’indipendenza. L’architetto incaricato, Nicolas Leo Charbonneau, deve fondere lo stile neoclassico monumentale con elementi patriottici massicci voluti da Trump, come le due aquile dorate giganti e la statua alata di Lady Liberty in cima.
Trump ha avuto la balzana idea di dipingere di blu la celeberrima Memorial Reflecting Pool, la gigantesca vasca d’acqua rettangolare situata proprio davanti al monumento a Lincoln, famosa in tutto il mondo per aver fatto da sfondo al discorso «I have a dream» di Martin Luther King. I lavori sono stati affidati senza gara d’appalto a un’azienda che aveva già lavorato sui campi da golf di Trump, e i costi sono lievitati dai circa 1,5 milioni stimati inizialmente a ben 14,7 milioni di dollari.
Trump annuncia la fine dei lavori di rinnovo della Lincoln Memorial Reflecting Pool (foto Ansa).
Le alghe e il verde fangoso che hanno rovinato i piani di Trump
Subito dopo la riapertura, il progetto è andato incontro a un clamoroso fallimento tecnico: l’acqua è diventata verde acceso, invece del blu-bandiera americana che voleva Donald: essendo una vasca enorme, poco profonda e colpita dal sole estivo, il fondale blu ha assorbito molto più calore. Questo ha surriscaldato l’acqua, creando l’ambiente perfetto per una fioritura record di alghe, che hanno trasformato il blu bandiera in un verde fangoso. La vernice ha iniziato a staccarsi e, nel giro di due settimane, forse a causa del calore o dei prodotti chimici usati in fretta e furia dagli addetti nel tentativo di uccidere le alghe, il rivestimento blu ha iniziato a scrostarsi, con enormi lembi di gomma e vernice blu che galleggiano sulla superficie.
Le alghe che hanno rovinato la Memorial Reflecting Pool (foto Ansa).
Di fronte alle ironie sul web, Trump ha rifiutato la spiegazione scientifica degli esperti, denunciando pubblicamente sul suo social Truth una cospirazione da parte degli attivisti di sinistra. Ha sostenuto che dei vandali si fossero introdotti nella vasca di notte «tagliando il rivestimento con dei coltelli» e gettando fertilizzante nell’acqua per nutrire le alghe e sabotare il compleanno dell’America.
In competizione con la moglie Melania, ognuno con i suoi decoratori
La Versailles a cui sta pensando questo ex immobiliarista eletto dagli americani loro presidente per ben due volte vede anche una sorta di competizione tra lui e la moglie Melania, ognuno con i suoi decoratori di fiducia. Lei si fa consigliare da Tham Kannalikham, una designer specializzata nel rispolverare la tradizione, per tentare di tenere a bada il kitsch appariscente prediletto da Donald, e ha abbandonato Angelo Donghia, adorato dalla prima moglie di Trump, Ivana, e che aveva curato anche le case di Ralph Lauren e Diana Ross.
Per i nuovi interni della Casa Bianca Trump ha invece chiamato Henry Conversano, un industrial designer che ha rifatto tutti i più importanti casinò di Las Vegas e il famoso Golden Nugget di Atlantic City. Secondo i biografi della coppia, mentre Melania lavorava con la Kannalikham sul comfort borghese, Trump scatenava Conversano sugli specchi, i cristalli, i lampadari e le dorature. Alla corte dei due, raccontano scandalizzati i siti americani, è una processione continua di tessutai, tappezzieri, antiquari, posatori di moquette, piastrellisti, stuccatori, marmisti, ebanisti, vetrai.
Dettagli dello Studio Ovale (foto Ansa).
Sembra l’era Berlusconi da noi, con il continuo travaso di artigiani di fiducia da Arcore a Palazzo Chigi. Luigi XIV riempì Versailles di specchi per abbagliare i nobili e ricordare a tutti chi comandava. Trump fa la stessa cosa, guidato dal suo fiuto di ex palazzinaro ma con in mano il catalogo di un contractor del New Jersey: l’oro e gli specchi non gli servono per dire «sono ricco», gli servono per riaffermare che è intoccabile e che è lui il boss, come ha detto quando è arrivato in ritardo a Evian, al summit del G7.