Svetlana, 53 anni, lavorava nell’ufficio anagrafe di Kivsharivka, un piccolo villaggio nella regione di Kharkiv, in Ucraina. La mattina del 24 febbraio 2022, come ogni giorno, stava uscendo di casa per andare in ufficio quando è squillato il telefono. «Mio figlio mi ha chiamata dicendomi di accendere la televisione», racconta a Lettera43. «L’invasione era iniziata. Ho visto i nostri soldati ripiegare verso Kharkiv e pochi giorni dopo, la strada fuori dal paese era invasa da carri armati e blindati russi».
La vita dei dipendenti pubblici sotto occupazione
Nelle prime fasi del conflitto, gran parte della regione di Kharkiv è stata occupata dalle forze armate russe. Svetlana ha passato un mese chiusa in casa, senza avere la possibilità di mettersi in contatto con le autorità ucraine. Poi, per necessità, è dovuta tornare al lavoro. Non avendo ricevuto istruzioni, ha continuato a svolgere la sua mansione, appuntando su ogni documento emesso la dicitura: «Documento non protocollabile a causa dell’occupazione russa».
Le autorità russe hanno assunto il controllo dell’amministrazione locale solamente nel giugno 2022 e Svetlana, non percependo uno stipendio regolare da quasi quattro mesi, si è trovata di fronte a un bivio. «Il mio superiore era in contatto con le autorità russe. Ci ha detto che se avessimo lavorato con lui, gli ucraini ci avrebbero mandato in prigione, se avessimo rifiutato, saremmo finiti nelle carceri russe. Io avevo bisogno di soldi e ho deciso di restare al mio posto». Così per quasi tre mesi, Svetlana è stata pagata in rubli.
Quando a settembre 2022 gli ucraini hanno riconquistato gran parte del territorio perso all’inizio del conflitto nella regione di Kharkiv, per lei però sono cominciati i problemi. «Prima che i nostri soldati arrivassero a Kivsharivka, il mio responsabile e altri impiegati sono fuggiti in Russia», racconta. «Io ho continuato a svolgere il mio lavoro occupandomi anche della distribuzione degli aiuti umanitari alla popolazione. Quando l’amministrazione ucraina ha ricominciato a pagare i nostri stipendi, ci è stato comunicato che sarebbero stati effettuati dei controlli approfonditi su ognuno di noi».
I reati di collaborazionismo e favoreggiamento dello Stato aggressore sono stati introdotti nel codice penale ucraino poche settimane dopo l’inizio del conflitto. Le indagini sono state affidate alla polizia e al servizio di intelligence interna, lo SBU. Da allora il tema è al centro di un acceso dibattito. Molto spesso infatti è difficile distinguere coloro che hanno effettivamente collaborato con i russi da chi ha solo cercato di sopravvivere durante l’occupazione.
Sotto la lente dello SBU
Il 14 settembre 2022, gli agenti dello SBU si sono presentati anche a casa di Svetlana. La donna è stata prelevata e portata nella città di Shevchenkove per essere interrogata. Ha passato in caserma un giorno e una notte, insieme con decine di altri impiegati pubblici. Dopo l’interrogatorio, è stata rilasciata. «Mi hanno chiesto informazioni sul mio lavoro, sulle attività dei colleghi e sullo stipendio ricevuto durante l’occupazione. Per fortuna avevo conservato una copia di tutti documenti che avevo emesso, come prova di tutto ciò che avevo fatto. Mi hanno lasciata andare, ma devo rimanere a disposizione per ulteriori indagini. Mi hanno detto che mi avrebbero notificato la decisione del procuratore. A oggi non so ancora nulla».

I dati dell’ONG Zmina
L’ONG Zmina ha studiato a fondo la gestione dei casi di collaborazionismo da parte della giustizia ucraina. Secondo i dati raccolti fino al 31 dicembre 2024, sono stati emessi 1.956 verdetti e solamente in quattro casi l’imputato è stato assolto da tutte le accuse. Di queste quattro sentenze, tre sono state ribaltate dai tribunali di grado superiore. Dal febbraio 2022 al febbraio 2024, nella sola regione di Kharkiv, il reparto investigativo della polizia guidato da Serhii Bolvinov ha indagato su 1424 casi di collaborazionismo, 559 persone sono entrate ufficialmente nell’elenco dei sospettati e 357 sono state giudicate colpevoli, mentre le restanti sono in attesa di giudizio.
Il caso Mamon e la strage di Hroza
Uno dei casi di collaborazionismo più noti su cui la polizia di Kharkiv ha indagato riguarda Volodymyr Mamon, ex agente della polizia locale di Hroza. Mamon avrebbe fornito all’esercito russo le coordinate del luogo dove si sarebbe svolta una veglia funebre in ricordo di un soldato caduto. Il 5 ottobre 2023, un missile Iskander ha distrutto l’edificio, uccidendo 36 donne, 22 uomini e un bambino. Tutte vittime civili. All’ingresso del villaggio è stato affisso un enorme manifesto con il viso di Mamon accompagnato da una scritta in giallo: «Gli assassini hanno un nome. Traditore. In cambio dei soldi russi ha ucciso 59 dei suoi vicini». Negli ultimi quattro anni, SBU e polizia ucraina hanno perquisito le abitazioni e controllato i dispositivi elettronici di ogni sospettato al fine di ottenere prove incriminanti.
«Trattiamo ogni sospettato come un possibile Mamon», conferma Bolvinov a Lettera43. «Una volta raccolte tutte le prove, passiamo il fascicolo al procuratore che lo analizza, decidendo se andare a processo».

La mancanza di chiarezza del sistema ucraino
Secondo Onysia Syniuk, esperta legale di Zmina, gli articoli 111-1 e 111-2 con cui sono stati introdotti i reati di collaborazionismo non definiscono però con sufficiente chiarezza le azioni passibili di intelligenza con il nemico. A questo si aggiunge il caos legislativo. «La stessa azione può comportare pene differenti. Se l’imputato è accusato di negare l’aggressione russa, la condotta rientra nell’ambito definito dall’articolo 111-1: si tratta di un reato minore, punibile con il divieto di lavorare nella pubblica amministrazione», spiega. «Tuttavia, il reato di “celebrazione e negazione dell’aggressione russa” è disciplinato anche dall’articolo 436-2 del codice penale, introdotto anch’esso nel 2022, che prevede fino a otto anni di reclusione».
Stando al codice non è necessario esaminare le circostanze che hanno portato l’imputato a compiere determinate azioni. «Nessuno comprende davvero cosa voglia dire essere un collaborazionista e questo porta le persone ad accusarsi e denunciarsi a vicenda. Nel caso la guerra finisse, questa tensione interna potrebbe rivelarsi un grande problema per il futuro del Paese, soprattutto in vista di una eventuale riconciliazione con la popolazione vissuta nei territori occupati».
Non tutti i casi di persone sospettate arrivano in tribunale. Il sistema giudiziario ucraino è infatti sopraffatto dal numero sempre crescente di casi legati all’articolo 111-1. «È una situazione molto ingiusta», conclude Syniuk. «Soprattutto per persone che, come Svetlana, erano semplici impiegati nell’amministrazione occupante e ora devono vivere con la costante paura di essere chiamati a giudizio».
