«Partecipare significa votare, impegnarsi nella scuola, intervenire nella vita pubblica. La cultura della legalità è un insieme di comportamenti ispirati alla libertà, al rispetto degli altri, dell’ambiente e dei più fragili. Deve diventare un metodo di convivenza civile». Per questo, nei suoi incontri nelle scuole, non vuole parlare ai ragazzi in maniera astratta o paternalistica: «Voglio renderli protagonisti, far comprendere loro che possono incidere sulla realtà. La prima cosa da fare è avere il coraggio di dire no. Stare dalla parte della legalità è la scelta più importante che un cittadino possa compiere». Il momento più intenso è arrivato quando Grasso ha raccontato l’ultima volta in cui incontrò Giovanni Falcone. Stavano rientrando da Roma a Palermo quando il magistrato gli consegnò un accendino d’argento. «Mi disse: “Ho deciso di smettere di fumare. Questo accendino è prezioso per me. Non te lo regalo, te lo affido. Se deciderò di ricominciare, dovrai restituirmelo”». Grasso lo ripose con cura nella sua borsa. Due settimane dopo, Falcone avrebbe dovuto viaggiare con lui, ma rimandò la partenza per attendere la moglie Francesca Morvillo. Grasso riuscì invece a trovare un posto su un volo di linea e tornò a Palermo. Il giorno successivo arrivò la notizia della strage di Capaci. «Corsi all’ospedale sperando che Giovanni potesse farcela ancora una volta. Vidi uscire Paolo Borsellino dal pronto soccorso. Dal suo volto compresi che non c’era più nulla da fare. Ci abbracciammo davanti all’ospedale. Paolo non sapeva che cinquantasette giorni dopo sarebbe toccato a lui». Da allora quell’accendino non ha mai smesso di accompagnarlo. Ed ecco che il presidente Grasso lo ha preso tra le mani e lo ha acceso. Per un istante, davanti ai ragazzi, è apparsa una piccola fiamma: la fiamma della legalità, la scintilla della giustizia. Ecco il senso della sua fondazione Scintille di futuro. Un gesto semplice, capace di racchiudere il senso di un’intera testimonianza. La memoria che non resta immobile nel passato, ma diventa responsabilità; il dolore che si trasforma in impegno, l’eredità di Falcone e Borsellino affidata alle nuove generazioni. «Spero che da questo accendino continuino a nascere scintille capaci di accendere le vostre fiaccole. Dovete essere voi, con le vostre gambe, le vostre idee e le vostre scelte, a portare avanti i valori di Falcone e Borsellino». In chiusura la consegna del premio ufficiale, il Giffoni Impact Award “Il sogno di Icaro”, ideato dalla borsista Francesca Tagliaferri – che lo ha personalmente consegnato al presidente Grasso – della Scuola dell’Arte della Medaglia (SAM) e coniata dalla Zecca dello Stato. IL PERSONAGGIO/ZEROCALCARE L’impotenza, l’infelicità, il vuoto. Ma anche l’impegno civile e la narrazione di una politica che non si distoglie da quella della storia. E ancora la memoria da coltivare (vedi il G8 di Genova), i conflitti accesi negli angoli del mondo, l’autobiografia come strumento di autoanalisi, il tratto grafico e l’utilizzo multiplo di una stessa voce per raccontare le varie anime che abitano gli esseri umani. Quello con Zerocalcare è stato uno degli incontri più emozionanti della seconda giornata di #Giffoni56. La platea della sezione Impact, in una sala Verde gremita, ha inondato di domande l’autore di Due Spicci, la serie animata targata Netflix che chiude la trilogia iniziata con Strappare lungo i bordi e Questo mondo non mi renderà cattivo. A chi gli ha chiesto quali sono state le scintille che lo hanno portato dove è adesso, Zerocalcare ha suggerito Les Lascars, una serie di corti ambientati nelle banlieue francesi che lo hanno letteralmente folgorato. “Ho sempre prestato attenzione alle storie degli ultimi – ha detto – Uso il mio linguaggio per spingere la gente a interessarsi a tematiche che sono distanti da loro. Viviamo in un tempo in cui non ci sono orizzonti a cui guardare. Gli anni Settanta erano diversi, ma forse anche in quel caso c’erano troppe lenti di fascinazione. Di sicuro ora è crollato tutto”. L’influenza della cultura punk è stato l’oggetto dell’intervento di Mariasole: “Il punk mi ha influenzato un botto – ha sottolineato – La regola base è do it yourself, cioè le cose fattele da solo e non c’è neppure bisogno che siano perfette”. Eduardo ha invece sollevato un rischio che tutti gli artisti devono mettere in conto, quello del fraintendimento: “Penso di essere molto didascalico. E sinceramente l’idea di essere frainteso mi terrorizza, per questo penso con cura ad ogni sillaba e provo a perimetrare il mio messaggio. Questo rappresenta un danno da un punto di vista artistico, perché va sempre lasciato un margine di interpretazione per il lettore. Ma nel mio caso è anche difficile distinguere l’opera dal personaggio”. Di impotenza ha parlato Giulia Rita: “Vivo un grande senso di frustrazione. Sono stato educato e sono cresciuto ispirato da valori alti e da una spinta all’azione. Questo si evince da parte dei miei lavori”. Di qui alla riflessione sulla felicità, come ha sottolineato Anna, il passo è breve: “Essere felici è impossibile? Non ne ho idea. Mi sono sempre dato un alibi per giustificare perché non ero felice. Ho inseguito l’altrove, l’irrisolto, l’ansia. Al vuoto si sopravvive, ma vi invito a capirne i motivi il prima possibile”. E ancora la questione curda, la Palestina, la coscienza antifascista, la potenza della lettura come strumento per acquisire consapevolezza. Progetti per il futuro? “Per ora prendo fiato dopo Due spicci”. Zerocalcare ha ricevuto il premio “Futura – Rendere possibile l’impossibile” realizzato per la 56ª edizione del Festival dalla Scuola dell’Arte della Medaglia della Zecca dello Stato, raffigura una figura femminile che emerge da un mare di onde sollevando il mondo con entrambe le mani: un’opera che celebra chi ha reso l’impossibile possibile, ispirando le nuove generazioni.
L'articolo #Giffoni56: Zerocalcare si racconta ai giurati proviene da Le Cronache.
