L’impegno civile è stato il filo rosso che ha caratterizzato la seconda giornata di #Giffoni56, che ha offerto ai suoi juror, ancora una volta, l’opportunità di confrontarsi non solo con i protagonisti del grande cinema, ma anche con personaggi del mondo delle istituzioni e della cultura che hanno fatto del loro rigore e della loro militanza un motivo per provare a costruire una società migliore. L’ANTEPRIMA / SE DOMANI NON TORNO Un’assenza enorme e una famiglia, come tante, che trova la forza di trasformare un dolore immenso e privato in un grido collettivo d’impegno per il cambiamento. Perché storie come questa non debbano più essere raccontate. Si intitola “Se domani non torno” ed è il film in uscita il 5 novembre tratto dalla storia di Giulia Cecchettin. La pellicola è prodotta da Notorious Pictures ed è diretta da Paola Randi, che ne firma la sceneggiatura insieme a Lisa Nur Sultan. Il film arriva direttamente dalle pagine del libro “Cara Giulia” scritto da Gino Cecchettin con Marco Franzoso, edito da Rizzoli. E proprio papà Gino spiega perché un film sulla storia della figlia. “Il nostro – dice – è un impegno di responsabilità civile. Sappiamo quanto un dolore, come quello che abbiamo vissuto noi, se non raccontato si possa ripetere e dunque la nostra speranza è che qualcuno o qualcuna possa vedere nella storia di Giulia un segnale per potersi mettere in salvo”. E ancora, ed è una considerazione più personale, “è che Giulia non è solo la tragedia che l’è capitata, ma è anche la storia di una ragazza di 22 anni che ha pagato, con la sua vita, una scelta e dunque, questo film, è anche la storia di una ragazza libera”. Nella responsabilità di raccontare questa storia, commenta la regista, “abbiamo voluto mettere in evidenza il punto di vista della famiglia. Cosa accade in una famiglia quando si vive una tragedia del genere. Abbiamo voluto raccontare Giulia attraverso il ricordo dei suoi cari, cercando di seguire il livello emotivo”. E questo film, ha aggiunto la regista, “è il nostro modo di fare rumore ed è così importante che supera anche la paura di sbagliare”. Il film muove dalle pagine del libro, “ma – continua la Randi – ho condiviso la sceneggiatura confrontandomi con Gino ma anche e soprattutto con Lisa Nur. Insieme abbiamo cercato di trovare una chiave di lettura altra rispettando il dolore ma raccontando anche una storia di una ragazza”. Ed è chiaro, come hanno sottolineato anche i tre attori Sabrina Martina, Tecla Bossi e Tommaso Allione che “questa narrativa può contribuire a cambiare le cose”. E’ importante “che si continui a fare rete, che si parli tra di noi, perché è questo il modo di infrangere il muro del silenzio”. LA TESTIMONIANZA / PIETRO GRASSO Il rigore del magistrato, il senso profondo delle istituzioni, ma anche la commozione di chi ha attraversato una delle stagioni più drammatiche della storia repubblicana. Pietro Grasso ha incontrato i giovani di Impact consegnando loro non una lezione astratta sulla legalità, ma il racconto di una vita trascorsa al servizio dello Stato: quarantatré anni in magistratura, dieci di politica attiva, fino a ricoprire l’importante carica di Presidente del Senato, e un impegno che oggi prosegue attraverso la Fondazione Scintille di Futuro. In Sala Verde della Multimedia Valley un incontro, nell’ambito di #Giffoni56, che si candida ad entrare di diritto nella storia del festival «Sono felice di essere qui per questo momento di dialogo. E sono felice soprattutto di ascoltarvi, perché troppo spesso i giovani non vengono ascoltati dagli adulti», ha esordito. Un principio che Grasso ha legato immediatamente alla figura di Paolo Borsellino, alla vigilia dell’anniversario della strage di via D’Amelio. «Dopo la morte di Giovanni Falcone, pur distrutto dal dolore – ha raccontato – Borsellino si alzò alle cinque del mattino per rispondere alle domande di alcuni studenti di Padova. Questo è stato per me un grande insegnamento: i giovani hanno bisogno di risposte». Da qui il racconto è tornato all’estate del 1985, a una Palermo segnata dagli omicidi di magistrati, funzionari di polizia e rappresentanti delle istituzioni. Falcone e Borsellino erano stati trasferiti – quasi deportati, dice lui – all’Asinara per lavorare in sicurezza alla preparazione del Maxiprocesso. Grasso si trovava a Mondello quando ricevette la telefonata del presidente del Tribunale. «Mi disse che aveva contattato otto presidenti di sezione penale e che nessuno aveva accettato di assumere l’incarico. Poi aggiunse: “Ho pensato a te”». Non fu una decisione semplice. Grasso ne parlò con la moglie, consapevole che quella scelta avrebbe cambiato per sempre la vita della loro famiglia. «Le dissi: “Se accetto, la nostra vita cambierà profondamente”. Lei mi rispose: “La comunità si aspetta questo da te. È il tuo dovere. Accetta, e tutto quello che verrà lo affronteremo insieme”». Nel ricordare quelle parole, il tono si fa più intimo. «Fu un grande sollievo. È fondamentale avere accanto una famiglia che ti sostiene». Inizia così la sua esperienza di giudice a latere nel Maxiprocesso a Cosa Nostra. Quella scelta lo portò davanti a scaffali colmi di atti fino al soffitto, migliaia di pagine da studiare, centinaia di imputati e una sfida che molti ritenevano impossibile. «Falcone mi guardò con il suo sorriso ironico. Io non mi mostrai intimidito e cominciai subito a studiare. Borsellino mi consegnò una copia dei suoi quaderni, una guida per orientarmi in quella massa enorme di documenti. Mi sentii accolto e protetto, parte di una squadra». Poi arrivarono le minacce. Non soltanto contro di lui, ma contro le persone che amava. «Mio figlio aveva quattordici anni e stava uscendo per andare a giocare a pallone quando una voce anonima al citofono disse a mia moglie: “I figli si sa quando escono, ma non si sa mai quando tornano”». Grasso ha ricordato lo sguardo terrorizzato della moglie e la paura di vedere la violenza mafiosa rivolgersi contro chi non aveva alcuna responsabilità. «La mafia voleva capire come eravamo fatti, voleva tastarci il polso. Cerca la nostra paura. Decidemmo di non indietreggiare, di non mostrarci impauriti, perché avevamo un dovere nei confronti dei cittadini. Non fu facile”. Il Maxiprocesso, con i suoi 475 imputati, divenne la prova concreta che anche ciò che sembra irrealizzabile può essere portato a compimento: «Nessuno credeva che un processo di quelle dimensioni potesse arrivare fino in fondo. E invece ce l’abbiamo fatta. Servono tenacia, impegno e sacrificio. Bisogna credere in ciò che si fa e non mollare, anche quando i risultati tardano ad arrivare». Parole che hanno incontrato naturalmente il tema di Giffoni, “Le cose impossibili”. «Anch’io, in alcuni momenti – ha continuato – mi sono chiesto: “Chi me lo fa fare?”. Ho traballato. Ma poi ho trovato la forza di continuare. Le cose impossibili dobbiamo provare a realizzarle». Grasso ha poi invitato i ragazzi a non immaginare la mafia soltanto attraverso le immagini del passato. Quella del Maxiprocesso era una mafia visibile, violenta e arrogante. Oggi il fenomeno ha cambiato volto: «Oggi la mafia si inabissa, si nasconde dietro attività apparentemente legali, entra nell’economia e utilizza le nuove tecnologie. Non ha abbandonato i traffici illeciti, dai quali continua a ricavare enormi profitti, ma opera sempre più spesso sottotraccia». La sua forza, ha ricordato, non dipende esclusivamente dagli affiliati: «La mafia ha bisogno di persone esterne: professionisti, imprenditori, funzionari, uomini capaci di mettere a disposizione competenze e relazioni. È questo contributo esterno che dobbiamo interrompere». La lotta alla criminalità organizzata, per Grasso, non può appartenere a una sola parte politica: «La mafia è violenza, omertà, sopraffazione – spiega – Come può una forza politica non contrastarla? La politica ha il dovere di approvare leggi e provvedimenti capaci di ostacolare le mafie, non di indebolire gli strumenti costruiti nel tempo». Ma la legalità non coincide soltanto con le grandi inchieste, con i tribunali o con le norme. Nasce nei comportamenti quotidiani e nel modo in cui ciascuno sceglie di vivere all’interno della comunità: «Non possiamo indignarci solo quando è il prossimo a violare le regole. Vivere nella società significa pretendere i propri diritti, ma anche rispettare i doveri e le persone che ci stanno accanto». C’è stato spazio anche per una riflessione sull’attualità della giustizia. Grasso ha ribadito di non condividere le posizioni del ministro Carlo Nordio sulle correnti della magistratura, definendole al contrario «espressione del pluralismo ideale e culturale» e sottolineando come sia sbagliato parlare di «potere della magistratura», preferendo invece richiamare il principio costituzionale della sua autonomia e indipendenza. Un tema sul quale, ha osservato, «i cittadini hanno già espresso una valutazione attraverso il referendum». Ai giovani Grasso ha affidato il compito di costruire una cittadinanza attiva e responsabile.
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