Il voto segreto, questo sconosciuto… La battuta d’arresto della maggioranza sulla legge elettorale è meno di una crisi di governo ma più di un semplice incidente d’Aula. E fa, o dovrebbe far, riflettere Giorgia Meloni sul metodo con il quale non solo intende governare nei prossimi mesi, ma soprattutto intende dare la scalata al Quirinale per sé o per un suo fedelissimo.
A caccia dei franchi tiratori
Riavvolgendo il film, in pillole: Meloni in campagna elettorale promette che rimetterà le preferenze, poi al momento di scrivere la riforma elettorale se ne dimentica, perché alla fine le liste bloccate fanno gola ai leader che possono scegliersi i ‘propri’ parlamentari. Tutto bene fino all’arrivo di Roberto Vannacci, che ricorda la promessa e gliela rinfaccia. Al Senato le posizioni sono cristallizzate ma alla Camera si riaprono i giochi: FdI scrive e presenta un emendamento che introduce le preferenze (anche se con un capolista bloccato) e con questo ottiene il sì di facciata di Lega e Forza Italia, da sempre contrari. Le opposizioni annusano l’aria nervosa del Transatlantico, chiedono il voto segreto e nel segreto dell’urna una trentina di franchi tiratori di centrodestra impallina, nell’ordine, l’emendamento, la legge e la premier.

Il messaggio lanciato dagli alleati a Meloni
La sceneggiatura è scritta, la minoranza chiede le dimissioni del governo, Meloni denuncia la «palude», ma sa che quella palude è la sua maggioranza e con quella dovrà fare i conti.
Di certo ora il cammino della legge elettorale si allunga, tutto verrà sanato a Palazzo Madama, ma comunque alcuni messaggi sono giunti forti e chiari a chi, come la premier, mangia pane e politica da quando stava ancora al liceo. Il precedente a cui tutti hanno pensato è il referendum sulla giustizia. La leader di FdI ha imposto la prova di forza della consultazione popolare che, come ormai sanno premier di destra e di sinistra, penalizza le riforme portate avanti a sportellate dalla maggioranza di turno. Sulla legge elettorale è stato tutto un fraseggio di fughe in avanti e frenate ma il leitmotiv è stato di nuovo una sostanziale sottovalutazione delle riserve degli alleati.

Sulle regole del gioco serve trattare
Il futuro immediato è il governo: almeno nove mesi con pochi soldi e una campagna elettorale mentre Vannacci cannoneggia su Palazzo Chigi. In realtà nella gestione dell’esecutivo la premier ha dimostrato di saper dosare mediazione e pugno di ferro, ha dalla sua le divisioni dell’opposizione e la percezione che se il tema centrale diventa il binomio sicurezza/migranti il centrodestra ha un vantaggio. E infatti nessuno crede davvero che ci saranno ripercussioni su Palazzo Chigi. Ma le regole sono un capitolo a parte. Il futuro prossimo, poi, è l’elezione del Presidente della Repubblica. Con sprezzo della scaramanzia, Giorgia Meloni ha detto pari pari che vuole il Colle per la sua parte politica, un messaggio alla sua maggioranza per far capire qual è la vera posta nel voto del 2027. Ma gli alleati le hanno risposto in modo secco: va bene aspirare al Quirinale ma devi trattare con noi.

La corsa al Colle e l’incognita del voto segreto
Perché il trait d’union tra l’episodio di martedì sera e il grande gioco delle elezioni del capo dello Stato è il voto segreto. Tutti gli scrutini sono segreti, a oltranza. E i franchi tiratori, dietro le cortine che nascondono l’urna, da peones si sentono improvvisamente re. Sono state scritte enciclopedie sul loro ruolo; semplificando, la norma è che puoi convincere i capi dei partiti ma non hai automaticamente in tasca i singoli parlamentari. A volte giocano un ruolo anche ripicche personali, aspirazioni frustrate, vendette politiche. Con pacchetti di voti si mandano messaggi trasversali più o meno cifrati. E dunque solo il leader che coglie l’onda giusta, la sa cavalcare ed è pronto alla mediazione porta a casa il risultato. Per dire: persino Matteo Renzi mediò con Pier Luigi Bersani per far eleggere il primo Mattarella. Insomma, martedì i giocatori hanno spostato il terzo pedone, dopo il voto sul referendum e la candidatura di Giorgia Meloni di un esponente di destra; ma la partita a scacchi è appena iniziata, per il Quirinale si vota nel 2029, ce ne saranno di mosse da raccontare…

