Falvella, Cammarota spacca il Psi

di Erika Noschese

Salerno riscopre improvvisamente il sapore amaro degli anni più bui della sua storia recente, ritrovandosi sospesa in un clima di tensione che dai marciapiedi della movida si riflette direttamente nelle stanze di Palazzo di Città. La miccia, come un macabro appuntamento con il passato, è la ricorrenza dell’omicidio di Carlo Falvella, il giovane militante del Fuan, allora vicesegretario del Fronte della Gioventù di Salerno, ucciso a coltellate la sera del 7 luglio 1972 sul lungomare Trieste durante una violenta colluttazione con l’anarchico Giovanni Marini. Ma se la cronaca racconta di scontri fisici notturni nella zona orientale, tra il porticciolo di Pastena e le strade limitrofe, la politica salernitana offre uno spettacolo altrettanto violento dal punto di vista ideologico, contrassegnato da giravolte spericolate e da un silenzio istituzionale che comincia a farsi assordante. In questo scenario, il dato politicamente più rilevante, e forse più grave, è che il Partito Socialista Italiano a Salerno non si ritrova nemmeno al centro del ciclone. Nonostante la gravità degli eventi, il partito è riuscito nell’impresa di rimanere ai margini del dibattito, quasi fosse una forza estranea ai fatti della città. Questo elemento ha un peso politico specifico enorme: dimostra come una forza che a Salerno rivendica da sempre una centralità amministrativa e un’autorità morale si sia ridotta all’irrilevanza o, peggio, a una presenza fantasma, incapace di incidere o di essere percepita come un punto di riferimento nei momenti di vera crisi democratica. Di fronte agli ultimi eventi, la segreteria e i vertici del garofano hanno preferito imboccare la via del mutismo assoluto. Nessun comunicato ufficiale, nessuna presa di posizione netta per condannare le aggressioni di chiara matrice neofascista che hanno colpito alcuni cittadini sul lungomare, né una parola per fare chiarezza sulla controversa concessione del Salone dei Marmi per la presentazione di un libro edito da una sigla editoriale notoriamente vicina alla destra radicale. Un silenzio che pesa come un macigno e che, agli occhi della base dei tesserati e dell’opinione pubblica progressista, suona come una clamorosa e pavida rinuncia al proprio ruolo di guida democratica. A rompere questo vuoto pneumatico, ma nella direzione diametralmente opposta a quella che la logica identitaria del partito imporrebbe, è stato un neoeletto consigliere comunale, riconfermato a Palazzo di Città proprio sotto le insegne della lista legata al PSI. Con un passato politico che lo classifica storicamente nell’alveo della destra cittadina e con indiscrezioni sempre più insistenti che lo vedono a un passo dall’approdo formale al gruppo misto, l’esponente politico ha affidato ai social un messaggio che ha squarciato il velo dell’ipocrisia. Nel suo appello, ha invitato l’intera città a commemorare Falvella in nome di una presunta pacificazione nazionale, definendolo un giovane innocente stroncato da una mano assassina. L’uscita del consigliere rappresenta un’acrobazia concettuale che ridefinisce i confini del paradosso politico. Si tratta di dichiarazioni a dir poco controverse se lette attraverso la lente della linea partitica di una forza che dovrebbe avere la difesa della memoria democratica nel proprio codice genetico. Il tentativo di sdoganare una narrazione di pacificazione astratta, proprio nei giorni in cui le frange dell’estremismo tornano a farsi sentire nelle piazze con atti di violenza, appare come un cedimento culturale imperdonabile per la base socialista. La provocazione intellettuale non risiede nella necessaria compassione per una giovane vita spezzata a vent’anni, vittima di una delle prime drammatiche pagine degli Anni di Piombo nel Mezzogiorno, ma nella legittimazione indiretta di contesti politici che utilizzano quella stessa memoria come un’arma di rivendicazione identitaria, a pochi metri da dove si invoca il rispetto delle istituzioni. Il cortocircuito è totale. Da un lato c’è una base militante ferita, che nei canali interni del partito urla la propria indignazione, ricordando il sacrificio di figure storiche come Giacomo Matteotti e chiedendo a gran voce la revoca degli spazi comunali per eventi che rischiano di trasformarsi in apologia. Dall’altro, c’è un eletto che usa la facciata del socialismo per coprire posizioni che ammiccano apertamente alla sponda opposta, trasformando simbolicamente la casa dei riformisti in un albergo per idee estranee alla sua storia, mentre il partito assiste immobile, senza nemmeno la forza di aprire una crisi o un dibattito interno. Questo immobilismo non fa che alimentare il sospetto di un calcolo puramente elettorale o, peggio, di una totale perdita di controllo sulla linea politica del partito, ormai incapace di porsi al centro della discussione pubblica e di porre un argine ideologico alle derive dei propri rappresentanti. Consentire che Palazzo di Città, storicamente la sede del primo governo dell’Italia liberata dal nazifascismo, ospiti manifestazioni ambigue senza che la principale forza della sinistra moderata cittadina esprima un briciolo di dissenso, significa accettare una mutazione genetica irreversibile. Salerno si interroga sul proprio futuro democratico, mentre il socialismo locale, incapace persino di finire nell’occhio del ciclone per difendere le proprie idee, rischia di affogare nell’insignificanza, stretto tra la provocazione di chi sta per abbandonare la nave e l’incapacità dei suoi comandanti di rivendicare, con orgoglio e fermezza, le proprie radici.

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