Calcio: morto Giovanni Lodetti, con il Milan vinse tutto

Lutto nel mondo del calcio: è morto a 81 anni Giovanni Lodetti, storico centrocampista del Milan, con cui vinse due Scudetti, due coppe dei Campioni, una coppa Intercontinentale, una coppa delle Coppe e una coppa Italia. Con la Nazionale si laureò campione d’Europa nel 1968.

Originario di Caselle Lurani, in provincia di Lodi, dove era nato il 10 agosto 1942, è stato uno degli eroi del Milan di Gianni Rivera. Soprannominato il basleta, nella sua carriera è stato anche commentatore televisivo, in particolare nelle reti locali lombarde.

Il cordoglio del Milan

«Un amore infinito il suo per il Milan, per tutti i suoi compagni di squadra e amici rossoneri. Ha corso e lottato, ha vinto e vissuto con la maglia della sua vita, il Lodetti. Alla signora Rita e al figlio Massimo le condoglianze più sentite e sincere per la perdita dell’inimitabile Giuanin, il nostro indimenticabile Basletta».

 

 

 

Alberto Angela sul successo dello speciale di Ulisse su Anna Frank: “In tv serve più informazione”


Alberto Angela commenta il successo del suo programma Ulisse la cui puntata ieri sera è stata dedicata ad Anna Frank. "Da ieri il diario di Anna Frank è tornato ad essere richiesto" ha scritto su Facebook nelle ultime ore: "La cultura chiama cultura, un approfondimento televisivo realizzato con passione e attenzione porta il pubblico ad interessarsi anche agli argomenti più difficili".
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Le purghe di Xi Jinping e cosa significano per la sua leadership

Negli ultimi mesi, la rimozione di alcuni funzionari cinesi di alto rango ha dato vita a intense speculazioni sul fatto che Xi Jinping stia mettendo in atto una purga. L’ultima persona caduta in disgrazia è il ministro della Difesa Li Shangfu, che non si vede in pubblico ormai da alcune settimane. Secondo l’intelligence degli Stati Uniti il generale Li, che supervisionava l’approvvigionamento di armi per l’Esercito popolare di liberazione, era indagato per l’acquisto di attrezzature militari. E per questo è stato sollevato dall’incarico. La notizia della sua “scomparsa” è arrivata a un paio di mesi dalla rimozione di Li Yuchao e Liu Guangbin, capo e vicecapo dell’unità dell’esercito cinese che gestisce l’arsenale nazionale di missili balistici terrestri. Insieme a loro sarebbe stato allontanato anche un giudice del tribunale militare. In tutti questo casi, una lapidaria spiegazione, sempre la stessa: motivi di salute. Mentre circolano nuove voci secondo cui sarebbero indagati anche alcuni quadri della commissione militare centrale del Partito comunista cinese, delle due l’una: o davvero c’è un’epidemia nelle forze armate della Repubblica Popolare, oppure Xi ha avviato un’epurazione delle sue.

Le purghe di Xi Jinping e cosa significano per la sua leadership: sono un segnale di instabilità o sono una conferma del suo potere?
Li Shangfu (Getty Images).

Dopo Mao Zedong, quanto a purghe nessuno come Xi Jinping 

Figlio di un veterano comunista esiliato nella contea di Yanchuan durante la Rivoluzione culturale lanciata da Mao Zedong, Xi è celebre per le sue campagne di repressione contro la corruzione. Che, sostengono i suoi detrattori, possono anche essere il pretesto per mettere in atto purghe prettamente politiche volte a eliminare rivali e dissidenti. Nessuno leader cinese, dai tempi del già citato Mao, è riuscito a eguagliare la portata della repressione di Xi.
«Colpire insieme tigri e mosche»: con questo slogan nel 2014 lanciò una campagna anti-corruzione volta a combattere sia gli ufficiali di alto grado (le tigri) che i funzionari di partito di più basso livello (le mosche). Migliaia le persone allontanate dagli incarichi da allora, a fronte di almeno 70 mila indagate. E la stima, ovviamente, è al ribasso.

Le purghe di Xi Jinping e cosa significano per la sua leadership: sono un segnale di instabilità o sono una conferma del suo potere?
Mao Zedong e Xi Jinping, leader della Cina di ieri e oggi (Getty Images).

La corruzione è da decenni una piaga del settore militare

A luglio, Xi ha lanciato un insolito appello invitando i cittadini a denunciare episodi di corruzione risalenti agli ultimi cinque anni. E ad aprile aveva avviato un ciclo di ispezioni, visitando di persona almeno cinque basi militari della Repubblica Popolare. L’esercito è in allerta. E fa bene: la corruzione è da decenni una piaga del settore militare, in particolare da quando negli Anni 70 il Dragone ha iniziato a liberalizzare la propria economia. Come ha evidenziato raggiunto dalla Bbc James Char, ricercatore presso la Nanyang Technological University di Singapore, ogni anno la Cina spende oltre 200 miliardi di euro in ambito militare e una parte del budget è destinata a transazioni di appalto, che per ragioni di sicurezza nazionale non possono essere completamente rivelate. E questa mancanza di trasparenza è ulteriormente aggravata dal sistema centralizzato monopartitico cinese. Insomma, girano tantissimi soldi e non sempre è chiaro dove finiscano.

Le epurazioni sono (anche) frutto della paranoia del presidente

Le varie rimozioni dagli incarichi potrebbero anche essere attribuite a una crescente paranoia da parte di Xi, in un momento in cui la Cina è di nuovo entrata in contrasto con gli Stati Uniti. A luglio è entrata in vigore una legge ampliata sul controspionaggio, che conferisce alle autorità maggiori poteri e portata nello svolgimento delle indagini. E, subito dopo, il ministero cinese per la Sicurezza dello Stato ha pubblicamente incoraggiato i cittadini a dare una mano nel combattere le attività di spionaggio. A metà settembre, dopo un attacco informatico al Politecnico Nordoccidentale di Xi’an, Pechino ha puntato il dito contro l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale degli Usa. Che si tratti di corruzione, spionaggio o altro, il modus operandi di Xi prevede un’azione rapida, pazienza se sbrigativa. E così, Li e Liu sono stati sostituiti con Wang Houbin, ex vicecomandante della marina, e il commissario politico Xu Xisheng, entrambi senza un’esperienza pregressa nel campo. E pensare che le forze missilistiche sono uno dei rami più importanti dell’esercito cinese non solo nell’ottica di una possibile invasione di Taiwan, ma più in generale perché le capacità di deterrenza nucleare della Repubblica popolare sono affidate proprio a questo corpo.

Le purghe di Xi Jinping e cosa significano per la sua leadership: sono un segnale di instabilità o sono una conferma del suo potere?
Qin Gang (Getty Images).

La relazione extraconiugale costata il ministero a Qin Gang

La rimozione del generale Li è arrivata a stretto giro da un altro allontanamento, con sfumature decisamente diverse: quello del ministro degli Esteri Qin Gang, che avrebbe pagato la relazione extraconiugale con la giornalista la famosa giornalista Fu Xiaotian dell’emittente Phoenix Tv, dalla quale sarebbe nato un bambino. Venuto al mondo negli Stati Uniti. «Avere una relazione extraconiugale non è disqualificante nelle alte sfere del Partito comunista, ma averne una con qualcuno che potrebbe essere sospettato di avere legami con l’intelligence straniera e generare un figlio con il passaporto del tuo principale rivale geopolitico, se non nemico, potrebbe esserlo», ha detto alla Bbc l’analista Bill Bishop.

Le purghe di Xi Jinping e cosa significano per la sua leadership: sono un segnale di instabilità o sono una conferma del suo potere?
Un discorso di Xi al Museo del Partito Comunista di Pechino (Getty Images).

Segnale di debolezza oppure della forza del presidente?

Che significato hanno le purghe di Xi? Sulla questione gli esperti sono divisi. Da una parte c’è chi sostiene che, in un momento di rallentamento dell’economia post-Covid, con annessa impennata della disoccupazione giovanile, siano un segnale dell’instabilità nella leadership di Xi. Il quale, nel sistema politico del Dragone, non solo è il presidente della Cina, ma anche capo dell’esercito. Le persone rimosse dai propri incarichi erano molto vicine a Xi: che si tratti di allontanamenti nati da indagini per corruzione o di epurazioni politiche, in ogni caso potrebbero essere visti come una mancanza di giudizio da parte del presidente cinese, che nel 2022 aveva consolidato il potere al congresso del Pcc. Dall’altro lato, c’è invece chi vede in queste operazioni l’ennesima dimostrazione di forza da parte di Xi, il quale potrebbe presto ritrovarsi circondato da yes man, impauriti dalla possibilità di perdere la poltrona. Se non di più. Altri ancora ritengono che difficilmente le sparizioni avranno un impatto a lungo termine sulla stabilità della sua leadership, in quanto nessuno dei quadri presi di mira finora faceva parte della sua vera cerchia ristretta. Ciò su cui la maggior parte degli osservatori concorda, però, è che questa serie di epurazioni evidenzia ancora una volta l’opacità del sistema cinese.

Il Papa sui migranti: «Li tengono nei lager libici e poi li buttano a mare»

È «una crudeltà, una terribile mancanza di umanità». Sono queste le parole con le quali il Papa ha commentato con i giornalisti, in volo verso Marsiglia, la situazione che sta portando ai numerosi sbarchi di migranti a Lampedusa e nelle altre zone di approdo. «Li tengono nei lager libici e poi li buttano a mare», ha aggiunto il Pontefice guardando la foto di una mamma migrante con il figlio.

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«Spero di avere il coraggio di dire tutto»

Il Pontefice ha raggiunto Marsiglia per partecipare agli Incontri del Mediterraneo. «Spero di avere il coraggio di dire tutto quello che voglio dire» ha poi aggiunto. Accolto dalla premier francese Élisabeth Borne, come prima tappa del viaggio prevista in agenda, si è recato presso la basilica di Notre Dame de la Garde per la preghiera mariana con il clero diocesano alle 17 di venerdì 22 settembre. Un’ora dopo, parteciperà al memoriale dei marinai e migranti morti in mare dove ci sarà un momento di preghiera. Alla fine della giornata il Papa si trasferirà nell’Arcivescovado.

Santanchè e non solo: il rimpasto per Meloni non è più un tabù

È passato un anno dalla vittoria elettorale e Giorgia Meloni se da un lato può vantarsi di essere riuscita nell’impresa di mantenere un alto gradimento nei sondaggi, barcamenandosi tra lotta e governo, lo stesso non può dire del rendimento della sua squadra. Per una perfezionista e «secchiona» come lei, usando un appellativo che in tanti tra le fila del suo partito le hanno cucito addosso, cominciano a diventare troppe le beghe nei ministeri. La parola rimpasto, insomma, anche se sono passati solo 11 mesi dall’insediamento a Palazzo Chigi, non è affatto un tabù. «Se si potesse evitare sarebbe meglio», ragiona una fonte di FdI con Lettera43, «ma il nostro non è un governo tecnico o del presidente. Proprio perché è un esecutivo politico, e a maggior ragione perché Fratelli d’Italia è il partito di maggioranza, dobbiamo fare il possibile perché le cose funzionino».

Il caso Santanchè continua ad agitare Meloni (e il Quirinale)

Non che questo significhi un tagliando a stretto giro, nessuno in Fdi e più in generale in maggioranza ci scommette. Il discorso cambia, però, guardando al post Europee. E poi «se il caso Santanché dovesse precipitare…», si sussurra. Già, perché la vicenda della ministra del Turismo continua a impensierire i piani alti di Chigi, soprattutto dopo gli ultimi sviluppi che riguardano la Ki Group per cui la Procura di Milano ha chiesto il fallimento. Una vicenda che sarebbe attenzionata dal Quirinale: pare, infatti, che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella voglia incontrare Meloni al riguardo. Se le cose si mettessero male «si opterebbe per un’operazione chirurgica» e cioè «quella di non riassegnare la delega al turismo. Con un interim si potrebbe tranquillamente tirare avanti. Almeno fino alle elezioni», è il ragionamento.

Santanchè e non solo: il rimpasto per Meloni non è più un tabù
Daniela Santanchè (Imagoeconomica).

Urso sulla graticola mentre Musumeci potrebbe essere candidato in Europa

Santanchè però non è l’unica a essere sulla graticola. Altri nomi traballano, persino tra le fila di FdI. È il caso del ministro delle Imprese e del made in Italy. Adolfo Urso, a rischio per diversi dossier. Il buongiorno, d’altronde, si era visto già sul capitolo del caro carburante. Allora ci fu un errore di comunicazione per cui il titolare del Mimit si vantò di un accordo con le sigle dei benzinai che ancora non aveva in tasca. Ma soprattutto perché la pubblicazione del costo medio alla pompa non ha ottenuto l’effetto sperato. Pure l’accordo sul carrello della spesa anti-inflazione sta suscitando diverse perplessità e in maggioranza qualcuno teme che «la montagna alla fine possa partorire un topolino». Va però registrato che tra gli italofratelli c’è chi spezza una lancia a favore del ministro e cita, ad esempio, il dossier sul caro voli: «Il fatto che l’Antitrust abbia acceso un faro su Ryanair è senza dubbio un punto a favore dell’ex presidente del Copasir». Senza contare che, tra l’altro, sarebbe difficile per Meloni gettare lo scompiglio proprio dentro il suo partito. Un discorso che vale anche per il ministro delle Politiche del mare Nello Musumeci che finora non ha brillato. Ma a maggior ragione diventa complicato rimuoverlo: è un po’ come ammettere di aver sbagliato. Altro discorso, invece, sarebbe riuscire nell’intento di mascherare le vere intenzioni dietro una “promozione”, ossia una candidatura alle Europee dell’ex governatore siciliano. «In questo caso però», dicono sempre da FdI, «non sarebbe il classico esempio di promoveatur ut amoveatur. Con il suo seguito di voti in Sicilia, infatti, Musumeci sarebbe una risorsa se Fratelli d’Italia punta davvero a sfondare il 30 per cento alle elezioni».

Santanchè e non solo: il rimpasto per Meloni non è più un tabù
Nello Musumeci (Imagoeconomica).

Schillaci al sicuro, Zangrillo può contare su Tajani

Se c’è una poltrona che non è considerata a rischio, invece, è quella del ministro della Salute Orazio Schillaci. Nonostante la bufera sollevata da un’inchiesta del Manifesto su immagini non idonee associate a diverse sue pubblicazioni scientifiche, diverse fonti di maggioranza lo escludono dalla black list. «Perché», è l’analisi, con il Covid che sta rialzando la testa, «c’è bisogno di un profilo più tecnico sulla sanità nell’esecutivo». Sotto osservazione è invece l’operato del ministro per la Pa, l’azzurro Paolo Zangrillo. La spada di Damocle che pende su Palazzo Vidoni è legata alla difficoltà di rigenerare la macchina dello Stato, anche in ottica Pnrr: il reclutamento, infatti, zoppica, i concorsi non danno gli effetti sperati e il ringiovanimento degli uffici pubblici rimane una chimera. Anche se alla fine «dovrebbe riuscire a sfuggire al restyling di governo. Non foss’altro perché è un fedelissimo di Tajani». Anche dopo le Europee, se i risultati azzurri non dovessero essere soddisfacenti, la premier avrà tutto l’interesse ad aiutare il suo ministro degli Esteri ad arginare le fibrillazioni interne.  Insomma, «nell’ottica meloniana è sempre meglio un fido Tajani che un infido Renzi», viste le intenzioni di Italia viva che punta a fagocitare gli azzurri.

Santanchè e non solo: il rimpasto per Meloni non è più un tabù
Paolo Zangrillo (Imagoeconomica).

Il capitolo Piantedosi e le mire di Salvini sul Viminale

Sempre sul filo del tatticismo, potrebbe salvarsi, infine, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, in quota Lega. Non perché di gaffe, dal decreto Cutro in poi, ne abbia inanellate poche. Da ultimo, lo scontro in corso con le Regioni sulla riforma dei Cpr, i Centri di permanenza e rimpatrio, è sintomatico delle difficoltà del Viminale. Paradossalmente, però, le recenti prese di distanza del Carroccio dall’operato dell’ex prefetto si stanno rivelando un’ancora di salvezza. Meloni e il suo cerchio ristretto conoscono bene le mire di Matteo Salvini su quel ministero, ma soprattutto ricordano perfettamente la difficile quadratura del cerchio all’epoca della formazione dell’esecutivo proprio per sottrarre l’Interno al leader leghista. Una valida ragione, insomma, per lasciare in sella il suo ex capo di gabinetto.

Caro affitti, a Milano tende in piazza: Sala incontra gli studenti e i rettori

Non solo all’università. Le tende ormai simbolo della protesta degli studenti contro il caro affitti sono tornate in piazza della Scala, davanti alla sede del Comune di Milano. La manifestazione è stata portata avanti da diversi universitari che hanno esposto alcuni striscioni e cartelli mentre l’amministrazione, guidata dal sindaco Giuseppe Sala, ha incontrato i rettori e alcuni rappresentanti degli studenti per parlare del tema.

Caro affitti, a Milano tende in piazza Sala incontra gli studenti e i rettori
Il sindaco di Milano Giuseppe Sala durante un evento (Imagoeconomica).

La protesta: «Favorito chi specula»

Giovanni di Tende in piazza, uno dei manifestanti, ha dichiarato: «Attualmente il mercato immobiliare favorisce chi fa speculazione e quindi chi costruisce deve pagare di più gli oneri di urbanizzazione in modo da restituire qualcosa alla città». Diversi i cartelli esposti. Gli studenti scrivono: «Basta case senza persone» e «Residenza per tutti», ma anche «Siamo le tende e ci prendiamo un tetto». Dal prossimo 25 settembre la protesta dovrebbe ripartire anche a La Sapienza a Roma. Seguiranno le università di Bologna, Modena e Lecce. Infine gli altri atenei della penisola.

Caro affitti, a Milano tende in piazza Sala incontra gli studenti e i rettori
Tende in piazza è la protesta degli universitari in tutta Italia (ANSA).

Nel dossier dei sindacati anche studenti truffati e annunci falsi

Cgil, Udu e Sunia hanno riscontrato in un’indagine nazionale che «uno studente su tre non può pagare la stanza. Ma è stato evidenziato come ci siano anche altri problemi. Ad esempio il 46 per cento degli studenti ha segnalato di essere incappato in truffe o annunci falsi. Il 14 per cento, invece, di aver trovato appartamenti solo per ragazze. Problemi anche per gli stranieri e nelle condizioni di chi riesce ad accaparrarsi una stanza. Si parla di case spesso troppo piccole o definite «invivibili». In totale sono circa 820 mila gli universitari fuori sede in tutta Italia.

Migranti, fondi dalla Germania a ong in Italia: l’irritazione di Palazzo Chigi

Cresce la tensione tra Germania e Italia sulla questione migranti. «È imminente» da parte del governo tedesco un finanziamento da centinaia di migliaia di euro per un progetto di assistenza a terra di migranti in Italia e un altro per una ong che opera salvataggi in mare. Lo ha detto all’Ansa, senza precisare di quali organizzazioni si tratti, un portavoce del ministero degli Esteri tedesco: «Abbiamo ricevuto diverse richieste. In due casi l’esame delle domande è già stato completato». La notizia non è stata accolta con favore da Palazzo Chigi, che ha espresso «grande stupore» in quanto «il finanziamento da parte della Germania di attività di ong sul territorio italiano sarebbe una grave anomalia».

Migranti, fondi dalla Germania a ong in Italia. Palazzo Chigi esprime «stupore» e chiede chiarimenti a Berlino.

Sant’Egidio ha confermato l’accordo con la Germania

Il 19 settembre l’ambasciatore tedesco a Roma, Hans-Dieter Lucas, aveva scritto su X che «Sant’Egidio svolge un lavoro eccellente qui in Italia e nel mondo», aggiungendo che la Germania continuerà a sostenerlo: «Sono lieto di aver firmato oggi un nuovo progetto sulla migrazione con Cesare Zucconi (il segretario generale della comunità, ndr). Perché l’Europa può risolvere il tema dei rifugiati solo insieme». E in effetti uno dei finanziamenti annunciati è proprio Sant’Egidio, che ha confermato l’accordo: «Nell’ambito di un rapporto che esiste da tanti anni con lo Stato tedesco è stato firmato un nuovo accordo che servirà a sostenere i nostri progetti di accoglienza e integrazione dei migranti già arrivati sul territorio italiano, non per il salvataggio in mare». La portata del finanziamento del progetto in ciascun caso, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri tedesco, è compresa tra 400 mila e 800 mila euro.

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Migranti, fondi dalla Germania a ong in Italia. Palazzo Chigi esprime «stupore» e chiede chiarimenti a Berlino.
Migranti in attesa di imbarcarsi a Lampedusa (Getty Images).

La nota di Palazzo Chigi: «Gravissima anomalia»

Il sostegno della Germania al trasferimento di immigrati irregolari in Italia, evidenzia una nota di Palazzo Chigi, «rappresenterebbe una gravissima anomalia nelle dinamiche che regolano i rapporti tra Stati a livello europeo e internazionali». Tale notizia è in ogni caso «l’occasione per ribadire la necessità di fare chiarezza sulle attività delle ong nel Mediterraneo e l’esigenza di stabilire che i migranti trasportati da organizzazioni finanziate da Stati esteri debbano essere accolti da questi ultimi». Così il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi: «Noi non ne sappiamo nulla, non abbiamo progetti in corso, non ci risulta che ci siano discorsi di questo genere».

Berlino annuncia il congelamento del meccanismo di solidarietà

Contestualmente all’annuncio dei finanziamenti, il ministero degli Esteri tedesco ha aggiunto di voler bloccare la ricezione di immigrati se l’Italia non rispetterà il trattato di Dublino: «Finché non lo farà, nemmeno noi accoglieremo altri rifugiati» ha dichiarato la ministra tedesca dell’Interno, Nancy Faeser, annunciando così un congelamento del meccanismo di solidarietà.

Chi è Delia Duran, modella e moglie di Alex Belli dopo Katarina Raniakova


Delia Duran, attrice e modella venezuelana, è la moglie di Alex Belli, attore noto per il suo ruolo nella fiction "Centovetrine" ed ex concorrente del Grande Fratello Vip. I due si sono sposati il 26 giugno del 2021, a poco più di due anni di distanza dal loro primo incontro. Ma il loro non fu un matrimonio ufficiale, "Ci siamo scambiati delle promesse sulla parola".
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Sardegna, i pastori scarseggiano: in arrivo un centinaio dal Kirghizistan

A rischio gli allevamenti della Sardegna e con essi la tradizione agroalimentare. La causa? Una carenza di pastori, professione chiave per garantire la stabilità del tessuto produttivo. Ecco perché, rende noto la Coldiretti, al fine di «salvare gli allevamenti, ma anche per ripopolare città e campagne a rischio desertificazione, sono in arrivo nell’Isola giovani pastori kirghisi competenti nei lavori agricoli insieme alle loro famiglie». Si tratta del risultato dell’accordo raggiunto dalla Coldiretti in Kirghizistan, la repubblica ex sovietica più a est che si trova a seimila chilometri dall’Isola.

L’accordo e il progetto pilota

L’accordo alla firma del Ministero del lavoro del Kirghizistan, riporta la nota della Coldiretti, prevede di avviare un progetto pilota, professionale e sociale, con l’arrivo di «un primo gruppo di un centinaio di kirghisi in Sardegna (di età tra i 18 e i 45 anni) con capacità professionali specifiche nel settore primario che seguiranno un percorso di formazione e integrazione nel tessuto economico e sociale della Regione con opportunità anche per le mogli nell’attività dell’assistenza familiare».

I distretti rurali interessati

L’iniziativa, prosegue la federazione, serve anche a «contrastare l’abbandono delle campagne e dei piccoli centri dove a pesare è anche il calo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione». Un progetto di medio – lungo periodo  dunque, che porterà all’inserimento di migliaia stranieri, a seconda della domanda, con interventi in tre distretti rurali: Sassari, Barbagie e Sarrabus, con l’aiuto di mediatori culturali. Lo sviluppo del progetto di integrazione sociale dei lavoratori del Kirghizistan in Sardegna è stato possibile grazie alla collaborazione con l’ambasciatore del Kirghizistan in Italia, Taalay Bazarbaev. «L’immigrazione legale è un valore per un Paese come l’Italia dove» – ha sottolineato la Coldiretti – un prodotto agricolo su quattro viene raccolto da mani straniere con 358mila lavoratori regolari provenienti da ben 164 Paesi diversi che sono impegnati regolarmente nei campi e nelle stalle».

La reazione dei pastori sardi

«Perdonateci se non siamo mossi da entusiasmo» scrive il Movimento dei pastori sardi su Facebook «perdonateci se a tratti ci mancano le parole, anche solo per commentare, perdonateci se non urliamo al miracolo. Ci viene davvero difficile considerare la cosa come la panacea di tutti i mali legati all’allevamento ovino in Sardegna, ci pare, piuttosto, un accordo grottesco tra la Sardegna ed un posto del mondo dove il costo del lavoro oscilla tra i 100 e i 200 dollari al mese. Ci sembra anche un po’ rètro come idea: stiamo portando manodopera a basso costo? Commercializziamo il lavoro di uomini? Ci ispiriamo a patti antichi tra Stati padroni? E in che modo tutto questo salverà le nostre campagne? Dando il lavoro a poveri Cristi che si accontentano di trasferirsi qui, lontano dalla propria casa, inseriti in nuovi contesti “perché loro sono bravi in campagna”?». E ancora: «Magari, un giorno qualcuno ci dimostrerà che abbiamo torto, che questa è davvero la soluzione, ma per ora e per i prossimi tempi, rimaniamo scettici e – a dirla tutta – un po’ sconcertati».