
Figli di vip dietro i banchi di scuola, la voce narrante di Stefano De Martino e una nuova ambientazione in Lombardia. Sono tante le novità di questa ottava edizione de Il Collegio (Rai 2), ambientato stavolta nel 2001.
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Chi avesse visto Fiorella Mannoia ai Tim Music Awards, lì a duettare seduta su una sedia con Alessandra Amoroso e Annalisa sulle note di Combattente, si sarà posto delle domande. Certo, da una parte l’urgenza di sapere perché, a parte per la promozione del concerto benefico Una nessuna centomila, Fiorella Mannoia abbia deciso di incrociare la propria voce con quella di Alessandra Amoroso, per altro al suo ritorno davanti a un pubblico dopo la bagarre del cuscino non firmato a una fan e del video virale «mi sveglio ancora cacata». Che Annalisa sia artista di spessore prestata ai tormentoni è cosa nota a chiunque segua il pop, ma la vera domanda è come la cantante romana, da sempre indicata come portatrice assoluta della musica d’autore al femminile, 69 anni, abbia deciso di stare di fianco alle più giovani colleghe appoggiata a uno sgabello, come a sottolineare l’incedere del tempo.

In realtà, lo avremmo scoperto nella sua gravità solo qualche ora dopo la registrazione, era il principio di una ernia al disco che la sta assillando da un po’ di tempo, per altro causa di un blocco della sua attività live che ha comportato, questo sì inspiegabilmente, la soppressione dell’evento beneficio di cui sopra, rimandato a data da destinarsi, comunque al 2024. Ora, Fiorella Mannoia soffre di ernia al disco. La cosa non è ovviamente passata inosservata ai tanti che, muniti di elmetto di carta stagnola per riparare le menti dalle scie chimiche e dalle radiazioni di George Soros e Bill Gates, hanno deciso di aggiornare il post evergreen che sciorina uno dopo l’altro gli artisti che, «misteriosamente», sarebbero stati colpiti da strani malori, dovendo quindi rinunciare all’attività canora live.

Un file che di volta in volta parte da Celine Dion, che ha rinunciato proprio per sempre al fare concerti, e passa per Piero Pelù, Bruce Springsteen, Justin Bieber, Francesca Michielin, Loredana Bertè, Salmo: un elenco bislacco, che neanche Amadeus sarebbe in caso di tenere insieme pensando a un prossimo evento alla Sanremo, e non certo perché ci sono anche artisti stranieri, tutti accomunati dall’aver annullato tour, causa motivi di salute. Una lista cui, buona ultima, si è aggiunta appunto Fiorella Mannoia. Apriti cielo.

Chiunque sia pratico dei social, o anche solo li frequenti ogni tanto, non potrà non ricordare come, quando l’emergenza della pandemia da Covid19 stava cominciando a rientrare – lo so, lo so che al momento si parla di nuova emergenza, ma parlo di pandemia, non di epidemia – grazie all’arrivo dei vaccini, i tanti no vax di cui sopra, gente con l’elmetto di carta stagnola in testa, di quelli che in questi giorni avranno resettato i propri smartphone per non permettere all’ordine di dominio mondiale delle menti di controllarci attraverso quella diavoleria dell’ItAlert, hanno iniziato a far circolare post simili, dove invece si raccoglievano cinicamente notizie di giovani sportivi affetti da pericarditi.
Ne circolano ancora, di quei post, dove però alle pericarditi si sono sostituiti anche infortuni di gioco, tipo qualcuno che si rompe una caviglia per una entrata scomposta di un difensore – immagino un killer al soldo di Mark Zuckerberg -, ma ai tempi della campagna vaccinale era un continuo, una sorta di grido d’allarme lanciato da chi sapeva cose che noi, poveri beoti, ignoriamo. Del resto quanti hanno imputato la vittoria recente al Grande Slam di Novak Djokovic proprio al non essersi vaccinato – giuro – alla faccia di Roberto Burioni e di Selvaggia Lucarelli, che ne avevano sancito la fine quando gli era stato impedito di mettere piede in Australia?

La realtà, ovviamente, è un’altra. Più complessa forse dei meri problemi di salute, ma sicuramente distante da complotti orditi ai nostri danni dai rettiliani o dagli Illuminati di wilsoniana memoria. Che si tratti dell’ulcera del Boss o dell’acufene di Pelù, c’è stato un normalissimo iter di tour annullati, come ce ne sono sempre stati: mettere insieme i puntini, se non si è Steve Jobs, si rischia di tirare fuori mostri inesistenti e anche piuttosto irriconoscibili a occhio nudo. Indubbiamente la pandemia ha influito sul tutto, non perché abbia minato i fisici dei cantanti coi vaccini – figuriamoci -, ma in quanto dopo un tappo di circa due anni, con i concerti, specie quelli di massa, fermi al palo, si è scatenata una sorta di corsa al live pazzo, con conseguenti sovrapposizioni di eventi su eventi che ha portato, in alcuni casi, a nascondersi dietro certificati medici per non dover o poter dire che i tour erano saltati perché sarebbero altrimenti stati un bagno di sangue – ripeto, non entro nello specifico non per mancanza di informazioni, ma per quel senso di pietà che mi spinge a provare empatia con chi cade, più che con chi sta in piedi.

La corsa al live pazzo, del resto, ha colpito anche il pubblico, che spesso si è trovato a avere biglietti, pregressi, per più concerti nello stesso momento, e a volte a comprare smaniosamente biglietti per concerti che poi, al dunque, non gli interessavano più di tanto, col risultato che un buon 20 per cento dei biglietti venduti finisce per non essere usato: un dato allarmante che ovviamente nasconde anche l’annoso problema del Secondary Ticketing, denunciato a suo tempo da Claudio Trotta della Barley Arts e saltato notoriamente fuori per la questione legata ai concerti dei Coldplay.

Quindi da una parte acciacchi veri – Salmo si è quasi staccato un braccio in un incidente, le cicatrici parlano chiaro, Fiorella Mannoia è immobilizzata per un’ernia al disco, non per una qualche misteriosa malattia, Piero Pelù, e poi la smetto coi bollettini medici, soffre di acufene da anni, ce ne ha sempre messo a conoscenza, non a caso sta recuperando le date annullate, nei tempi e modi che questo impedimento gli consente – da un’altra quelli un po’ meno verificabili, cioè gente che annulla concerti per questione di salute ma poi lavora altrove: in fin dei conti quanti di noi hanno sorriso nel leggere, per dire, l’annuncio di un tour “più intimo” nei club da parte di una artista che tutti pensavano volesse provare l’arrembaggio agli stadi, figlio della presa di coscienza di numeri che si erodono, non certo di voglia di stare stretta stretta col suo fan club. Lo storytelling – nonostante non si possa più chiamare così per lo stesso motivo per cui nessuno parla più di resilienza, cioè per l’abuso che se ne è fatto in passato – è pur sempre centrale nella contemporaneità.
Niente di legato ai vaccini, quindi, con buona pace dei compilatori compulsivi di post complottistici che non aspettano altro che una nuova notizia di malattia per alzare la voce con un sorriso stampato in faccia. Se pensiamo che qualcuno ha infilato in questo elenco anche Jovanotti, che settimane fa si è rotto femore e clavicola a Santo Domingo cadendo dalla bicicletta, beh, direi che ce ne sarebbe abbastanza per l’interdizione dai pubblici uffici, o quantomeno per la messa al bando dai social. Tanto ci hanno pensato da soli, quando seguendo pedissequamente le indicazioni del post su come impedire che il proprio smartphone tuonasse a mezzogiorno per il test di ItAlert hanno resettato il proprio apparecchio, perdendo tutto quel che c’era dentro, account social compresi. Non cielo dicono, direbbero loro, anche se il problema è più che altro che cielo dicono e abbocchiamo a tutte le bufale che ci passano sotto il naso.
Questa è la storia di due ragazzi, due compagni di banco di un liceo di Pavia, che negli Anni 90 sono riusciti a realizzare il loro sogno e, partendo dalla provincia, sono diventate due autentiche rockstar. Hanno scalato le classifiche, venduto migliaia di dischi poi, a un certo punto, all’apice del successo, un giorno uno dei due, all’improvviso, ha guardato l’altro negli occhi e gli ha detto: «Vado a Miami e non so se torno».
Parliamo di Max Pezzali e Mauro Repetto, meglio conosciuti come gli 883, una delle band che ha fatto la storia della musica italiana e di cui presto Sky trasmetterà una serie tv intitolata Hanno ucciso l’uomo ragno, girata da Sydney Sibilia. Non è tutto. È appena uscito un libro, pubblicato da Mondadori, che racconta dall’interno questa storia: si intitola Non ho ucciso l’Uomo Ragno e ad averlo scritto, a quattro mani con il giornalista Massimo Cotto, è proprio Repetto, il biondino del duo, quello che inaspettatamente nel 1994 mollò il gruppo e scappò negli Stati Uniti a inseguire altri sogni. I suoi.
Era stato appena pubblicato Nord sud ovest est, il secondo album della band, che per intenderci aveva venduto un milione e 300 mila copie, e gli 883 erano in Italia il fenomeno pop del momento. Max Pezzali cantava. Repetto, di fianco a lui, a tre metri di distanza, ballava e si dimenava sul palco. «Cercavo un ruolo e, ingenuamente, ho pensato che quello potesse essere adatto a me», racconta oggi, spiegando che fu esattamente quello fu il motivo che lo spinse a lasciare il progetto 883 per cercare altro, in un momento in cui tutti guardandolo si ripetevano: «Questo è pazzo. Chi gliel’ha fatto fare di buttare tutto alle ortiche?». «Devo fuggire», scrive Repetto. «Via da tutto. Devo spegnere la televisione, non riesco più a sopportare quella persona che mi assomiglia e che balla tre metri dietro al mio amico. Non voglio fingere di essere felice, perché non lo sono e a nessuno serve un artista triste, soprattutto se sei parte di un duo che vende milioni di copie a disco. Me ne devo andare. In fretta».

Sul suo conto, dopo la sparizione, circolarono per molto tempo svariate leggende metropolitane: «Molti pensano che io non esista, che sia una leggenda metropolitana. Qualcuno mi ha avvistato come un ufo in luoghi improbabili. Qualcuno giura di avermi visto con Jim Morrison vagare la notte al cimitero di Parigi tra le tombe. Qualcuno mi ha visto vestito come Pippo all’entrata di Disneyland per dare il benvenuto a quelli che arrivano. Qualcuno ha detto che ero diventato povero in canna e non avevo più i soldi per mangiare. Qualcuno ha detto che ero impazzito perché avevo lasciato gli 883, e che avevo buttato tutti i vestiti per strada, dal decimo piano», scrive all’inizio del libro. In realtà la molla scattò per una ragazza, una modella di nome Brandi, conosciuta a una sfilata di Christian Dior, di cui si innamorò follemente e che decise di seguire in capo al mondo. «Avevo tre obiettivi: trasferirmi a Los Angeles, fidanzarmi con Brandi e girare un film con lei. Prima, però, dovevo trovarla e farla innamorare di me». Non ho ucciso l’Uomo Ragno è la sua storia, la sua versione dei fatti, un’autobiografia che si legge come un romanzo d’avventura che da Pavia passa per Milano e arriva a Miami, Los Angeles, New York, per chiudersi a Parigi. Una storia che parla di amicizia, passioni e sfide impossibili. «Io sono, molto semplicemente, uno che ha sognato e non vuole smettere di farlo. Uno che ha cantato e ballato sui suoi sogni. Uno che ha vissuto, sbagliato, riso, pianto, amato. Un visionario. Uno che è cresciuto in fretta e non è cresciuto mai».





















