
Un 52enne aveva seguito la ex moglie dal parrucchiere, poi le aveva rotto il vetro dell'auto e infine inseguita fino in caserma, dove è stato arrestato.
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Un bimbo di 18 mesi è stato ricoverato in terapia intensiva dopo che un colpo di pistola partito dalla pistola del nonno l’ha raggiunto all’altezza dell’addome. La polizia sta indagando sui fatti, verificatisi nella serata di venerdì 14 luglio 2023 a Pomigliano D’Arco (Napoli).
Secondo una prima ricostruzione della squadra mobile, il colpo sarebbe partito da una Beretta calibro 6,35 legalmente detenuta dal nonno, che è un istruttore di tiro. Se in un primo momento non era ancora chiaro chi stesse maneggiando l’arma al momento dello sparo, l’uomo oppure il bambino, è emerso che la pistola è caduta dalle mani del familiare mentre la stava pulendo. Il piccolo, dopo aver riportato gravi ferite all’addome, è stato trasportato al pronto soccorso dell’ospedale pediatrico Santobono di Napoli dove è stato affidato alle cure dei medici. Qui è stato ricoverato in terapia intensiva e sottoposto a un delicato intervento chirurgico. Le sue condizioni sono ancora critiche ma stabili. Saranno decisive le prossime 48 ore.
Nel frattempo gli agenti hanno effettuato una perquisizione nell’abitazione in cui si è consumata la vicenda. Qui hanno trovato numerose armi, tra cui 11 pistole e 6 fucili. La posizione del nonno è al vaglio degli investigatori, anche se al momento non ci sarebbero dubbi sulla natura accidentale dell’episodio.












Arrivati a Portofino da Milano con il treno delle 6 e 10 e con tre ore di sonno alle spalle, ordino un caffè doppio al cameriere del bar Mariuccia in piazzetta senza togliermi gli occhiali da sole e con ancora indosso la felpa rossa con il cappuccio tirato su anche se si muore già di caldo. Mi guardo intorno, tormento la copertina carta da zucchero del piccolo libro di Julien Green pubblicato da Adelphi intitolato Parigi che mi sono portato dietro, accendo l’ennesima Gauloises rossa, la terza, anche se non sono ancora le nove del mattino. La piazzetta è ancora deserta, non ci sono a quest’ora le orde di turisti che tutto il giorno, incessantemente, si riversano nel borgo sputati fuori dalle love-boat, con le bottiglie di plastica di acqua minerale e i panini nello zaino. «Che poi questa cosa non l’ho mai capita. Che cosa ci vengono a fare i turisti qui a Portofino?», chiedo a Ofelia. «Non ci si abbronza, non si nuota, non si fanno tuffi. Non c’è una striscia di sabbia a pagarla oro, un pattino, un ombrellone. Nada». «Esatto», risponde lei caustica, «infatti vedo in giro solo qualche marinaio di qualche equipaggio e un paio di miliardari con l’artrosi scesi da qualche yacht». Tutt’intorno a perdita d’occhio solo una giungla di alberi e di scafi, che tra poco molleranno gli ormeggi diretti verso la Sardegna o altre mete, come accadrà tra poco a noi due, pronti a imbarcarci su una barca a vela presa a nolo e fare rotta verso la Francia. «Pensa che la prossima volta che toneremo qui a Portofino», le dico, «probabilmente avranno ribattezzato Piazza Martiri dell’Olivetta Piazza Silvio Berlusconi. Leggevo l’altro giorno sul Messaggero che sarà il primo Comune a intitolare una via al Cav. Probabilmente sarà una piccola strada che porta al cancello di una villa qui sopra dove stava quando veniva da queste parti. Villa dell’Olivetta, per la precisione. La inaugureranno a settembre, nel giorno del suo compleanno». «Non mancherò per nessun motivo al mondo», risponde lei, ancor più acida, alzandosi dal tavolo e, contemporaneamente, chiedendo il conto al cameriere. «Andiamocene».
«Pensa che la prossima volta che toneremo qui a Portofino probabilmente avranno ribattezzato Piazza Martiri dell’Olivetta Piazza Silvio Berlusconi. Leggevo che sarà il primo Comune a intitolare una via al Cav. La inaugureranno a settembre, nel giorno del suo compleanno»
Avevamo salpato l’ancora alle nove del mattino precise e l’equipaggio, oltre allo skipper e la sua fidanzata che ricopriva il ruolo di hostess, era così composto: io & Ofelia, la mia amica Stella e mia cugina Rebecca più i loro rispettivi fidanzati, Carlo e Leonardo. Per tutta la durata del giorno il mare si era mantenuto calmo e per vaste estensioni la superficie delle acque era trasparente e tiepida. Arrivati a destinazione, dopo quasi nove ore di navigazione filate, intorno alle sei di sera nella baia di Villefranche, erano state stappate diverse bottiglie di vino, soprattutto etichette francesi tipo Chablis e Muscadet, e l’aperitivo andò avanti finché tutte le bottiglie non furono vuote. Quasi tutti gli italiani che arrivano in barca qui in Costa Azzurra da Sanremo, Alassio o dalla stessa Portofino, preferiscono generalmente compiere la prima tappa nel porto di Monaco. Noi come il mese scorso abbiamo deciso invece di fermarci in rada davanti al bellissimo porticciolo di Saint Jean-Cap Ferrat, una piccola penisola rocciosa e immersa nel verde, a pochi chilometri da Montecarlo, in cui la vita scorre lenta, e dove è del tutto normale vedere la gente passeggiare con la baguette sottobraccio o sorseggiare rosè in spiaggia all’ora del tramonto. Leopoldo II del Belgio, che da queste parti possedeva 50 ettari di terreno, la definiva «la proiezione terrestre del Paradiso». Imponenti recinzioni, sistemi d’allarme e guardie del corpo difendono quello che succede all’interno delle ville delle due punte. «Quando venivamo qui da piccoli con i miei, prima che comprassimo la casa in Sardegna», dice mia cugina Rebecca, mentre ci beviamo una birra seduti uno di fronte all’altra al solito Le Cadillac, «ricordo che tutta la vita di giorno si svolgeva in mezzo al mare, sulle barche, perché in alto, nella zona delle ville, praticamente non c’è spiaggia. I condomini per i comuni mortali come noi, invece, stanno tutti qui intorno».

Mentre parla la osservo, ancora bellissima come è sempre stata, con le gambe nude e una felpa con il cappuccio blu, e mi rendo conto che da tempo non è più la bambina che tenevo sulle ginocchia ma una donna di 35 anni, con tre figli e le idee chiare. Mentre penso a tutte queste cose mi accorgo che due tavoli di fianco a noi è seduto un ragazzo di Milano che conosco: il Duca. È in compagnia di una ragazza, tra di loro, appoggiata in un secchiello del ghiaccio sul tavolo, troneggia una bottiglia di Tattinger. «Andrea Spider!», urla appena mi vede, «cosa ci fai da queste parti?», mi domanda incredulo, e quando mi alzo per andargli incontro e salutarlo sorridiamo entrambi, perché ci rendiamo conto quasi in contemporanea di essere vestiti esattamente nella stessa maniera: t-shirt bianca, bermuda beige, scarpe da barca. «Come diceva lo scrittore inglese William Somerset Maugham, che qui era di casa, cos’è la Costa Azzurra se non un luogo soleggiato per gente losca? Ciao Duca, come te la passi? Lei è mia cugina Rebecca», gli dico. «Ah scusatemi, che maleducato, lei è Valentine», mi risponde lui, alzandosi a sua volta dal tavolo e indicando la ragazza seduta di fronte. «Conosco il Duca dal 1998», dico a mia cugina, «siamo finiti insieme un anno al liceo in una di quelle scuole private per disadattati che facevano recupero anni e poi abbiamo lavorato assieme per parecchio tempo nei locali. Era il periodo delle discoteche minorili, delle one night, delle serate. È grazie a lui che ho cominciato a parlare al microfono dalle consolle di mezza Milano», aggiungo. «Eri già Andrea Spider, una star delle pubbliche relazioni dei pomeriggi milanesi», risponde lui e poi continua, «io ho fatto solo in modo che diventassi una street legend. All’epoca erano in pochi quelli che parlavano al microfono. Poi sei arrivato tu e la cosa di colpo è diventata cool. Da quel momento in poi tutti i ragazzini volevano farlo». Poi ci sediamo al tavolo tutti e quattro assieme, il Duca ordina un’altra bottiglia di Tattinger e il discorso scivola inevitabilmente su Apache e l’Apophis, la discoteca dove è iniziata la brutta storia che per tutta questa settimana ha occupato le prime pagine dei giornali. «Cosa ne pensi?» chiedo al Duca. «Dove vuoi arrivare? Dimmelo subito». «Mah, non voglio arrivare da nessuna parte e nemmeno entrare nei dettagli della vicenda. Però devo dirti che la storia mi ha parecchio incuriosito, a prescindere dal cognome dell’indagato, fondamentalmente per due motivi. Primo, perché il fatto sarebbe avvenuto praticamente davanti a casa mia. Secondo, perché l’Apophis è un locale che non ho mai sentito nominare e la cosa mi ha fatto sentire terribilmente fuori dal giro. Oltre che, ovviamente, tremendamente vecchio». «I tempi cambiano Spiderino, è normale».
L’Apophis è un locale che non ho mai sentito nominare e la cosa mi ha fatto sentire terribilmente fuori dal giro. Oltre che, ovviamente, tremendamente vecchio
Tra l’università e la biblioteca Sormani c’è una piccola stradina che si chiama via Merlo. In fondo, quasi all’angolo con via San Bernardino, sormontato da una verandina blu navy con sopra un serpente stilizzato c’è l’ingresso dell’Apophis, un piccolo club di 180 mq tra i più esclusivi in città. Disegnato da un noto studio di architettura il locale è una bomboniera da 200/300 persone. Solito giro milanese di pierre e deejay che organizzano feste e one night, all’Apophis ci vanno i figli dei politici, dei professionisti, degli industriali. I cognomi in vista della Milano che conta, insomma. Hanno più o meno tutti intorno ai 20 anni, hanno frequentato i migliori licei e le più esclusive scuole ambrosiane, il Parini, il Berchet, il San Carlo, il Leone XXIII e solitamente fanno avanti e indietro da Londra, dove studiano economia o design. Per entrare bisogna essere soci, la tessera annuale costa intorno ai 500 euro e si dice che tra i suoi divani di velluto raso, oltre a fiumi di vodka e caviale Beluga, giri anche parecchia cocaina. Così dicono i giornali, stupendosi quasi della cosa, come fosse strano che nelle discoteche del centro giri della droga e come fosse inconsueto che i rampolli delle famiglie bene milanesi frequentino certi locali. Succedeva anche ai miei tempi con il Madame Claude, con lo Yachting Club, con lo Stage di via Manzoni, con il Propaganda e compagnia bella, anche se a essere totalmente sincero io di droga ne ho vista sempre più a scuola che nei locali. Come all’Oppenheimer ad esempio, dove si basava cocaina nei bagni e dove al cambio dell’ora per 10 mila lire potevi farti una riga lunga quanto la diagonale del diario dell’istituto. E anche in quanto alla violenza, a parte qualche sparuto gruppo di pistoleri figli di avvocati e notai che giocavano a fare i cow-boy, sotto le luci strobo delle discoteche frequentate da certi giri, non ce n’è mai stata granché. Ci si sfogava più che altro sulle cose che sulle persone. Si vandalizzavano le feste, si depredavano gli appartamenti patrizi, si distruggevano salotti e camere da letto dei genitori di qualche malcapitato che aveva avuto l’ardore di festeggiare il compleanno a casa. Null’altro. Di stupri e robaccia simile in tanti anni non ne ho mai sentito parlare. Nemmeno una volta. Non era roba per noi. Mai si sarebbe messa della droga nel bicchiere di una ragazza per portarsela a letto. Se c’era della droga volevamo spararcela tutta noi, qualsiasi essa fosse.

Il giorno dopo in rada a Cap Ferrat il sole in cielo era una palla di fuoco e il caldo africano rendeva incandescente perfino il ponte in tek della barca. Anche l’acqua del mare era troppo bollente per offrire un vero sollievo: lavava via il sudore ma non riusciva a raffreddare il sangue che scorreva dentro i nostri corpi. Di tanto in tanto qualche piccola onda increspava di verde smeraldo l’orizzonte, riflettendo la luce del sole con malcelata eleganza e rallentando il turbine di pensieri che si avvicendavano per la malata scatola cranica. Le ragazze stavano a prua, stese su teli color turchese e io le osservavo seduto sono il tendalino al centro del pozzetto, mentre scrivevo con l’iPad sulle ginocchia con indosso una t-shirt con sopra la faccia di Notorious BIG e un cappellino da baseball degli Yankees portato con la visiera a rovescio. Hip-hop anche in barca a vela. Sottocoperta sventolava maraglia la bandiera verde smeraldo della Giraglia con al centro il simbolo giallo della Rolex e mancavano meno di quattro ore alla partenza del treno che da Nizza ci avrebbe riportato a Milano. Fu proprio in quel momento che l’iPhone iniziò a vibrare e aprendo whatsapp si materializzò un’immagine di me, 19enne, appena sveglio in pieno hanghover, in mutande e con indosso la t-shirt dello Stage di via Manzoni, davanti alla portafinestra dell’appartamento di mia zia in Piazza Adigrat. A corredo un messaggio del fido Baj, uno degli amici di una vita: «Guarda nei meandri di una vecchia scatola di scarpe cosa ho trovato? Estate 1999. Ciao!». «Andrea Spider», penso, «la street legend». Già, la street legend che non esiste più.
Continuano le indagini su Leonardo Apache La Russa, il figlio del presidente del Senato accusato di violenza sessuale nei confronti di una ragazza di 22 anni. La procura di Milano ha sequestrato il suo telefono cellulare perché, essendo in «uso personale ed esclusivo» a lui, potrebbe avere in memoria elementi utili agli investigatori come foto e messaggi. Il decreto di sequestro è stato notificato nel tardo pomeriggio di venerdì 14 luglio 2023 e Leonardo, accompagnato dalla madre e dall’avvocato Adriano Bazzoni, si è recato negli uffici della Squadra mobile per consegnare il dispositivo.
Il telefono è stato sequestrato senza sim poiché questa risulta intestata a una società che fa capo allo studio legale del padre, coperto da immunità parlamentare in quanto membro del Senato. La legge prevede infatti che, senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun esponente del Parlamento possa essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare. Allo stesso modo, senza via libera, non può essere sottoposto a intercettazioni di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza. Per questo la magistratura dovrà escludere dalle indagini tutte le conversazioni con persone coperte da garanzie costituzionali. Se avesse invece necessità di acquisire sim o tabulati telefonici, dovrà chiedere l’autorizzazione al Senato prevista dall’articolo 68 della Costituzione. La ricerca all’interno del telefono, da quanto si apprende da fonti investigative, verrà fatta dalla polizia giudiziaria con precise parole chiave per cercare di ricostruire le eventuali interazioni del giovane a partire dal 19 maggio. Per il momento sotto la lente di ingrandimento c’è una chiamata via Instagram che Leonardo avrebbe fatto alla presunta vittima il giorno dopo i fatti contestati (alla quale, come lei stessa ha dichiarato, non avrebbe risposto per paura).
Intanto venerdì sono stati ascoltati nuovi testimoni tra cui un’amica che la ragazza aveva incontrato nella discoteca Apophis la sera prima. Quest’ultima ha confermato che a inizio serata la 22 enne le era apparsa in condizioni normali, e che però non sa cosa sia le sia successo dopo.
Lo scrive benissimo Giorgio Gori rispondendo a chi gli chiede perché il Partito democratico non dice che gli sbarchi sono più che raddoppiati: «Il problema, più ancora degli sbarchi, è la totale incapacità dell’attuale governo di gestire i flussi migratori, di organizzare un’accoglienza dignitosa, di attivare politiche di formazione e di integrazione, di evitare la moltiplicazione delle situazioni di irregolarità e illegalità, di costruire relazioni internazionali che consentano di realizzare gli eventuali rimpatri. Non che i precedenti governi abbiano brillato per visione ed efficienza, ma qui siamo allo sbando: sbarchi fuori controllo e nessuna capacità di governare il fenomeno».
Nell’eterna discussione sull’immigrazione una parte grottesca dell’opposizione in questi giorni sta attaccando la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il suo governo perché «gli sbarchi sono raddoppiati e non ha mantenuto la promessa di chiudere i confini». La frase è scivolosa e pericolosa. Accusare la propria avversaria politica di non essere in grado di attuare l’empietà che aveva promesso è un’idiozia. A chi si parla svolgendo un’opposizione del genere? Ci si vuole rivendere come i prossimi guardiani dei porti?

Il punto che rende colpevole questo governo non è politico. Scivolare nella politicizzazione è il più grande favore che si possa fare a Matteo Piantedosi, Matteo Salvini, Giorgia Meloni e compagnia. Il cuore della questione è umanitario e gli aspetti umanitari, in qualsiasi democrazia sana, sono una questione pre-politica. I diritti umanitari non rientrano e non possono rientrare nelle legittime scelte politiche dei partiti e dei governi che si susseguono. L’elefante dentro la stanza non è come gestire i flussi migratori, ma come evitare le morti sulla rotta balcanica e sulla rotta mediterranea. Va detto e ripetuto con forza, ogni volta, in ogni dove.

Confondere la discussione umanitaria con il diritto di ingresso in Europa è il gioco meschino di chi lucra sull’immigrazione perché non ha le palle di dichiararsi apertamente razzista. Salvare le persone che affogano in mare non è questione di leggi e regolamenti. Non è plausibile sopire i soccorsi per usare l’arma della paura (di morire) come deterrente delle partenze. Molte associazioni di diritti umani contestano al decreto che fu di Piantedosi esattamente questo: non si può regolamentare il salvataggio delle persone, non si può normare il dovere di portare dei naufraghi il più velocemente possibile nel porto sicuro più vicino possibile. Non è politica, è vigliaccheria.

Per questo fa specie ascoltare da certa opposizione l’accusa di non essere stati all’altezza della disumanità promessa in campagna elettorale. Ed è per questo che gli accordi per la ridistribuzione dei migranti in Unione europea non possono essere confusi con le persone che abbiamo il dovere di salvare dalle onde o dal gelo o dalle sevizie nei boschi. Si intravede una maggioranza trasversale (che attraversa i partiti di governo e qualcuno dell’opposizione) che legalizzerebbe la disumanità come strumento di governo. La differenza è tra chi ritiene inalienabile il diritto alla vita e chi invece lo ritiene negoziabile con gli interessi interni di una nazione.
Sull’immigrazione si può discutere di tutto. Si potrebbe discutere degli hotspot “esterni” se la Libia non fosse un crogiolo di violenze e morte. Si potrebbe discutere del ruolo dei Paesi di frontiera se si risolvesse prima la loro inclinazione alla crudeltà. In Italia e in Europa ci si ostina a scavalcare il prerequisito essenziale di ogni proposta politica (il rispetto per la vita) come se la Convenzione europea sui diritti dell’uomo fosse semplicemente un decalogo di buoni propositi per la letterina di Babbo Natale. Gli sbarchi riguardano i già salvi. Per quelli in mare da che parte si decide di stare? Quella è la linea che divide le due parti.






Stasera 15 luglio 2023 andrà in onda il film intitolato Arrivano i prof sul canale televisivo Rai Movie alle ore 21.10. Si tratta di una pellicola che appartiene al genere commedia e ha debuttato nei cinema italiani nel 2018. Il regista è Ivan Silvestrini mentre la sceneggiatura è stata scritta da Michele Abatantuono e Giorgio Glaviano. All’interno del cast ci sono diversi attori e comici molto famosi in Italia come Claudio Bisio, Maria Di Biase, Lino Guanciale e Maurizio Nichetti.

La trama della pellicola si incentra sulle vicende che accadono all’interno del liceo Alessandro Manzoni. In questa scuola, mentre tutti gli studenti in Italia festeggiano la promozione e il diploma, i risultati sono davvero scarsi e appena il 12 per cento degli studenti è stato promosso. Il provveditore Montini (Francesco Procopio) del ministero dell’Istruzione decide quindi di imporre al preside della scuola (Andrea Pennacchi), un gruppo di professori da assumere per cercare di salvare il salvabile e ottenere almeno il 50 per cento di promozioni. In realtà i professori scelti sono definiti «i Sette Samurai» perché sono ritenuti tra i peggiori d’Italia: ognuno di loro ha un metodo di insegnamento molto particolare ma che si spera possa essere efficace. Tra loro ci sono il prof. di matematica Mario Locuratolo (Claudio Bisio), il prof. di storia Antonio Cioncoloni (Lino Guanciale), il prof. di chimica Gaetano Fanfulla (Maurizio Nichetti), la prof. di inglese Sandra Melis (Maria Di Biase), la prof. di italiano Amina Venturi (Shalana Santana), il prof. di educazione fisica Davide Golia (Alessio Sakara) e il prof. di filosofia Eliseo Maurizi (Pietro Ragusa).
Tra gli alunni, invece, ci sono Luca Pagliarulo (Rocco Hunt), dispettoso e sempre pronto a prendersi gioco dei professori, e Camilla Brandolini (Irene Vetere), ragazza di bell’aspetto sempre pronta per studiare e ottenere buoni voti. Il rapporto tra alunni e professori, dopo alcune difficoltà, migliorerà e i metodi poco ortodossi si riveleranno incredibilmente efficaci. Tuttavia, il liceo rischia di chiudere perché non è stato ancora raggiunto il risultato del 50 per cento di promozioni. Sembra che l’istituto sia vicino alla chiusura ma un gesto eroico e coraggioso di Luca Pagliarulo cambierà le carte in tavola e darà una nuova speranza alla scuola.
La commedia è il remake di un film francese del 2013 intitolato Les Profs. La pellicola transalpina non è mai stata distribuita in Italia e a sua volta era tratta da un fumetto che ha avuto un grande successo in Francia.
La pellicola ha avuto un buon risultato al botteghino. Secondo quanto riportato da Wikipedia, in totale al box office ha incassato circa 2 milioni di euro.
Il rapper Rocco Hunt, che nel film interpreta il personaggio di Luca Pagliarulo, si è occupato anche di scrivere la colonna sonora del progetto intitolata proprio Arrivano i prof, pubblicizzata anche da 01 Distribution sui canali social per promuovere la commedia.

L’attrice Shalana Santana, che nel film interpreta la professoressa di italiano Amina Venturi, in un’intervista riportata su Giornalettismo.com ha così spiegato il senso della commedia: «Spero davvero che Arrivano i Prof faccia riflettere sul futuro dei ragazzi una volta finita la scuola. Ma anche sul ruolo degli insegnanti che sempre di più hanno le mani legate e sempre di più trovano davanti studenti dispettosi e maleducati».
Stasera 15 luglio 2o23 andrà in onda, alle ore 21.20 su Italia 1, il film intitolato Ritorno al Futuro. Si tratta di un cult cinematografico che debuttò in tutto il mondo durante l’anno 1985 e che appartiene ai generi cinematografici fantascienza, avventura e commedia. Il regista di quest’opera è Robert Zemeckis mentre la sceneggiatura è stata scritta da Bob Gale in collaborazione con lo stesso regista. All’interno del cast sono presenti diversi attori molto famosi come Michael J. Fox, Christopher Lloyd, Lea Thompson e Crispin Glover.

La trama della pellicola ruota intorno alle avventure di Marty McFly (Michael J. Fox), uno studente californiano del 1985 che ama lo skateboard ed è molto amico dello strampalato «Doc» Emmett Brown (Christopher Lloyd). Un giorno lo scienziato lo invita in un parcheggio di un supermercato per mostrargli la sua ultima novità: una macchina del tempo costruita all’interno di una DeLorean modificata. L’esperimento che l’esperto vuole fare è quello di lanciare il suo cane indietro nel tempo e farlo apparire pochi minuti dopo. Se ciò dovesse avere successo, Emmett Brown scoprirà il viaggio nel tempo e passerà alla storia come uno dei più grandi scienziati di sempre. Tuttavia, Doc confessa a Marty che la macchina del tempo funziona a plutonio e che ha rubato il prezioso materiale a un gruppo di terroristi libici. Per provare ulteriormente il suo esperimento, Brown inserisce come data da raggiungere il 5 novembre 1955. Poco prima di partire, però, i terroristi trovano la sua posizione e lo aggrediscono per farsi consegnare il plutonio e Marty, per scappare, si rifugia nella macchina del tempo. Inavvertitamente raggiunge la velocità di 88 miglia orarie e inizia a viaggiare indietro nel tempo.
Una volta nel passato, si imbatte in George McFly (Crispin Glover), suo futuro padre, e conosce anche il bullo che lo tormenta, il bruto Biff Tannen (Thomas F. Wilson). Marty si ritrova intrappolato nel passato e rischia addirittura di essere cancellato dalla storia quando incontra la sua futura madre Lorraine (Lea Thompson), che si innamora di lui. Per evitare di essere cancellato, Marty si rivolgerà a un giovane Doc Brown e cercherà di riparare la macchina del tempo, ormai senza plutonio e senza alimentazione. Allo stesso tempo, dovrà far innamorare i suoi genitori e combattere contro il bullo Biff Tannen. Sembrerà un’impresa titanica ma tra mille peripezie il giovane ritornerà nel suo tempo e potrà salvare sia la sua famiglia che la sua stessa esistenza.
La produzione prese del tempo per decidere quale auto scegliere come macchina del tempo. In una delle prime bozze gli sceneggiatori avevano pensato ad un frigorifero che fungesse da macchina del tempo e solo in seguito venne scelta la DeLorean perché aveva un design particolare e rendeva credibile la gag della famiglia di contadini che nel 1955 la scambia con un disco volante.
La produzione aveva inizialmente ingaggiato l’attore Eric Stoltz per interpretare Marty McFly. Dopo sei settimane di riprese venne sostituito con Michael J.Fox. Tuttavia, quest’ultimo prendeva parte anche a un programma televisivo e a volte doveva registrare le scene di Ritorno al futuro durante le ore notturne. L’attore fu comunque soddisfatto del risultato e il suo ruolo divenne iconico nella storia del cinema.
C’è voluto molto tempo per produrre la sceneggiatura. Tantissimi studios rifiutarono la produzione perché la definirono un flop annunciato. Addirittura la Disney ritenne il film incestuoso per il rapporto che Marty sviluppa inizialmente nel passato con la madre. Tuttavia, Ritorno al futuro divenne un successo incredibile ed è oggi considerato uno dei migliori film di fantascienza di sempre.
L’aspetto di Emmett Brown, lo strampalato Doc, è ispirato parzialmente alla capigliatura di Albert Einstein e al direttore d’orchestra Leopold Stokowski. Inoltre, l’aspetto curvo è dovuto dal fatto che l’attore Christopher Lloyd, alto 1.85 metri, doveva rientrare nell’inquadratura insieme a Michael J. Fox, alto solo 1.67 metri.

La pellicola si conclude con la scritta To Be Continued…, ma in realtà questa venne aggiunta solo in un secondo momento. Quando il film uscì al cinema non doveva avere un seguito e, solo dopo il successo al box office, venne annunciata la produzione di due sequel. Per questa ragione, la scritta venne aggiunta nell’edizione home video della pellicola, diventata «ufficiale» oggi.



