
Il Daily Mail rivela che Kevin Costner e Christine Baumgartner, in un divorzio da 400 milioni di dollari, stanno litigando persino per gli utensili da cucina, un lettino per cani e un ombrellone da spiaggia.
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Quando nel 1994 uscì Parklife dei Blur avevo 14 anni ed ero in fissa con Lorenzo 1994 di Jovanotti. I vinili iniziavano ad andare lentamente in disuso a favore dei cd ma ricordo che di quell’album avevo voluto assolutamente il disco che, insieme a una serie di remix di Fargetta e Molella di Nord Sud Ovest Est degli 883, era in riproduzione costante sul piatto dello stereo nel salotto di casa di mia zia in Via dei Transiti. «Andrea! Abbassa il volume!», mi urlava la zia dall’altra stanza mentre io, indiavolato, spingevo Penso positivo con il volume al massimo e ballavo con in testa il mio cappellino degli Yankees portato alla rovescia e con addosso la mia t-shirt dei Bulls con sopra il numero 23.
Era il periodo delle Nike Agassi, delle camicie di flanella alla Kurt Cobain, dei jeans strappati sulle ginocchia e del Deejay Time di Albertino. I dischi all’epoca si andava a comprarli da Wimpy, in viale Monza, e la roba che si sceglieva, anche come estetica, era lontana anni luce da quella rappresentata da un gruppo di fighetti londinesi che vestivano Polo o magliette a righe da indie kids e occhialoni da nerd. Poi gli anni passarono e dopo una sbornia di grunge, mischiato a dosi massicce di hip-hop, arrivò con la svolta mod anche il momento di prendere in considerazione la band di Damon Albarn & co. Band che tra l’altro, oltre a essere presente nella abusatissima colonna sonora di Trainspotting era con Song 2, che andava costantemente in loop con il suo ipnotico “Woo-hoo!”, apriva Fifa 98, il videogioco al quale ci misuravamo ossessivamente alla PlayStation tutti i pomeriggi, rollando spini a raffica. Associo la scoperta dei Blur a un cambio di paradigma che, oltre alle band, comprese anche il look. Nel mio armadio le Fred Perry iniziarono a sostituirsi alle Ralph Lauren, le converse alle Stan Smith, i parka di Woolrich alle giacche da vela di North Sails. La scintilla fu il film Quadrophenia, che un pomeriggio DFA mi portò da vedere in VHS dicendomi: «Fratello, da oggi dobbiamo diventare mods», e mi iniziò a parlare di gruppi di cui conoscevo magari solo il nome o di altre band che non avevo mai sentito nominare, tipo gli Who, gli antesignani Kinks o altri, tipo i Jam di Paul Weller o i Pulp o gli stessi Oasis, due ragazzi di Manchester che, quando non erano troppo occupati a spaccarsi le chitarre in testa a vicenda, suonavano musica della Madonna. I Blur, che degli Oasis all’epoca furono considerati gli acerrimi rivali, si inserirono esattamente in questo contesto. Iniziai ad ascoltarli partendo proprio da Parklife, manifesto mod per eccellenza, in cui nella stessa title track venne assoldato nella parte vocale, una specie di rap, Phil Daniels (l’attore protagonista di Quadrophenia) e proseguii consumando Blur, il primo album senza titolo della loro discografia, uscito nel 1997.
Associo la scoperta dei Blur a un cambio di paradigma che, oltre alle band, comprese anche il look. Nel mio armadio le Fred Perry iniziarono a sostituirsi alle Ralph Lauren, le converse alle Stan Smith, i parka di Woolrich alle giacche da vela di North Sails. La scintilla fu il film Quadrophenia, che un pomeriggio DFA mi portò da vedere in VHS dicendomi: «Fratello, da oggi dobbiamo diventare mods»
Nel 1999 mi ero riempito di piercing, indossavo polo Fred Perry di tutti i colori e, quando avevo l’ardore di presentarmi a scuola, sedevo all’ultimo banco con le cuffiette del walkman nelle orecchie, non mi toglievo mai i miei occhiali da sole da donna ultra-glamour e non rivolgevo quasi mai la parola a nessuno. Oltre all’assunzione continua di droghe, la delinquenza e il vandalismo, ero totalmente in fissa con lo stile mod. Le origini del fenomeno risalgono in realtà alla fine degli Anni 40 quando Miles Davis, iniziando a registrare una serie di singoli pionieristici e sperimentali, diede al jazz una nuova direzione. Quelle nuove sonorità provenienti da Oltreoceano folgorarono letteralmente i teenager inglesi al punto che cominciò un vero e proprio processo di studio e imitazione dello stile Ivy League, sfoggiato dai loro idoli immortalati sulle copertine dei dischi. Da quella passione per il modern jazz nacque così l’etichetta modernist, poi abbreviata più semplicemente in mod. Guardavo Quadrophenia in continuazione e più mettevo su la videocassetta più mi sentivo come Jimmy, il protagonista della storia, che nonostante per tutta la durata del film fosse sempre circondato da amici e ragazze, si trovava in un perpetuo stato di solitudine e di tormento.
Mi illudevo che la soluzione a tutti i miei problemi potesse essere Lucilla, una ragazza con cui avevo preso a uscire da qualche mese e che avevo conosciuto l’estate precedente in Grecia, una mattina all’alba davanti al campeggio dove stavamo. Ma con Lucilla c’era sempre qualche problema, lei era sempre distante e anche quando mi impegnavo a scoparla con veemenza, provando in qualsiasi modo a farla venire, finivamo a guardarci, paonazzi ed esausti, senza nulla da dire. La odiavo ma non potevo farne a meno. Un atteggiamento suicida che con le donne si sarebbe protratto per molto tempo e che nel futuro mi avrebbe procurato solo guai. Lucilla aveva le unghie lunghe sempre laccate di bianco, due occhi verde naviglio assolutamente ipnotici e odiava i ragazzi con i berretti da baseball ma se li metteva quando aveva i capelli in disordine o era troppo sconvolta per lavarseli. Io le parlavo di letture audaci, di anfetamine, di party selvaggi ai quali mi sarebbe piaciuto portarla. Oppure mi vantavo dei soldi della mia famiglia e gonfiavo le cifre perché a volte era l’unico modo per avere la sua attenzione, anche se Lucilla sapeva chi era mio padre perché l’aveva visto al telegiornale. Ricordo però che impazziva per Clint Eastwood dei Gorillaz, un pezzo della nuova band di Damon Albarn, che mi aveva passato da qualche giorno il drugo Fede.

L’altra sera un ragazzo al bar mi ha detto: «Dovresti pensare di fare qualcosa con questi TaleS, tipo raccoglierli in un libro, però magari provando a dargli un taglio diverso: abbandonando l’alter ego di te giovane e concentrandoti sul te di adesso». Ci penso da qualche giorno a questa cosa e contemporaneamente penso che non sia casuale che proprio in questi giorni stia leggendo la Vedova incinta di Martin Amis e ascoltando in vinile il nuovo disco dei Blur. Disco tra l’altro che esce domani ma che mi sono precipitato a comperare questa mattina da Serendeepity per poterlo sentire immediatamente e, soprattutto, prima di tutti gli altri. «Aver lavorato a questo disco oggi è stato nettamente meno faticoso rispetto agli Anni 90», ha detto di recente Damon Albarn in un’intervista, «più che altro perché consumiamo meno alcol e meno sostanze». The ballad of Darren, uscito a otto anni di distanza dal precedente The Magic Whip, è un disco grandioso, malinconico, riflessivo, sul tempo che passa e sulla perdita di qualcosa. Un disco da ascoltare nella stessa maniera in cui si legge un libro di Amis, magari stesi sul divano, in mutande, con il volume al massimo e i testi sotto mano. Albarn canta i suoi 50 anni guardando al passato nella stessa maniera nella quale Amis nella Vedova incinta raccontava i suoi, rimembrando un’estate (che sembra un film di Guadagnino prima di Guadagnino) di una compagnia di giovanissimi, trascorsa ai bordi di una piscina di una villa in Toscana, tra droghe, sesso e alcol. «È così che succede. Verso i 45 hai la prima crisi di mortalità (la morte non m’ignorerà); e 10 anni dopo, la prima crisi d’età (il mio corpo mormora che già la morte s’interessa a me)», scrive infatti Amis, in apertura. Protagonista della vicenda è Keith Nearing, 20enne inglese, upper class, fighetto, circondato da una cricca di soggettoni aristofreak e da un gruppo di bellissime ragazze. L’estate come metafora della giovinezza che se ne va senza preavviso, lascia Keith solo con il più temuto dei nemici: se stesso.
«Sono fuori di testa per questi autori, fratello», dico a DFA. «Martin Amis, Ian Mc Ewan, Julian Barnes. Li chiamavano Oxford Gang, una sorta di Brat Pack Letterario, però inglese. Roba da uscire pazzi». Siamo seduti uno di fronte all’altro in un ristorante taiwanese in zona Melchiorre Gioia, una birra cinese davanti a noi e lui è appena atterrato da Barcellona, pronto per partire per la Toscana, o la Sardegna, forse. I discorsi per tutta la durata della cena vertono sul tempo che passa, sui sogni infranti, sui progetti futuri, sulle presunte crisi di mezza età. «Ma smettila con questa crisi di mezza età», risponde lui perentorio, «basta farsi pisciare in bocca da un trans e passa tutto». E poi prosegue: «Io tutta questa crisi sinceramente fratello non la vedo. Okay i turni al bar massacranti, la trasmissione radio chiusa e tutto quello che vuoi. Però, fermati a ragionare un attimo. Stamattina eri in prima pagina sul Messaggero con uno dei tuoi articoli. Sei inseguito da mezza Milano per fare progetti creativi. Un week end si e l’altro pure sei in barca a vela a Portofino o in Costa Azzurra. Tra poco parti e ti fai un mese di Grecia come tutte le estati. Io, e te lo dico sinceramente, non conosco nessuno che fa la vita che fai tu. Nemmeno quelli con i soldi. Per non parlare del tuo armadio. A proposito, rispondi a questa domanda: quante paia di Nike hai?». «Mah, non saprei», rispondo, abbassando lo sguardo sulle mie limited edition da 800 euro. «Hai visto? Se ti avessi detto a 19 anni tutte le cose che hai fatto: radio, giornali, vacanze, casa, storia d’amore paura? Cosa avresti fatto, giovane-vecchio Frateff?», mi domanda, alzando gli occhi al cielo. «Probabilmente detta così avrei firmato col sangue», rispondo, stanco, se non stravolto, e poi aggiungo: «Ma erano altri tempi».

«Ho appena guardato nella mia vita/E tutto quello che ho visto è che non tornerai», canta Albarn nella canzone di apertura The Ballad, in un misto tra dolore e rimpianto. Poi è quasi mezzanotte e a casa fissando il vinile che gira sul piatto mi rendo conto che ancora mi riecheggiano nella testa le parole di DFA: «Pensa da dove sei partito». «Abbandona l’alter ego di te giovane e concentrati sul te di adesso», mi ha detto l’altro giorno un ragazzo al bar. Continuo a pensarci, e mi domando: «Ma sarebbe realmente interessante?».
A Troina, in provincia di Enna, in via Sollima nel rione San Basilio, c’è una donna che urla per chiedere aiuto e prova a ripararsi in un portone vicino a un supermercato. Si chiama Mariella Mariano, ha 56 anni e da lì a poco verrà raggiunta da almeno tre colpi di una pistola calibro 7,65. Il suo aggressore, Maurizio Impellizzeri, che di anni ne ha 59, ha diviso con lei molti anni della sua vita. È stato suo marito. Mariella l’aveva lasciato da circa un anno, ma Maurizio aveva deciso comunque di non lasciare la casa coniugale. Avrà pensato – come pensano in troppi – che occupare fisicamente spazi che non sono più abitabili come coppia fosse un modo per logorare la decisione della moglie. Avrà pensato che starle addosso avrebbe potuto sfibrarla, fare tornare indietro.
Così alla fine a Mariella non è rimasto che trasferirsi dalla sua anziana madre. Ma Maurizio non si è arreso, tutt’altro. Così ha cominciato a perseguitarla. A ottobre del 2022 Mariella Mariano ha chiesto ai carabinieri di fare qualcosa, di farlo smettere. Ha raccontato anche alle forze dell’ordine che quel marito mai arreso le aveva promesso la morte. Lui viene condannato a 8 mesi – dopo un patteggiamento – per atti persecutori, ma quella frase («ti ammazzo») rimane appesa ai gangli della legge. Maurizio non ha precedenti penali e, soprattutto, non si riesce a ritrovare a casa sua nessuna arma durante le perquisizioni. Niente da fare, anche se nelle parole dell’ex marito – raccontata Mariella – c’era anche la modalità dell’omicidio promesso: «Ti sparo», diceva lui. E infatti le ha sparato.
L’arma che non si trovava è spuntata poche ore dopo l’omicidio, ovviamente con la matricola abrasa. Troppo tardi. Lui ora si trova in carcere. Il suo avvocato di sempre si è rifiutato di difenderlo di nuovo, anche questa volta. La sua avvocata, Elvira Gravagna, ha rinunciato all’incarico. «Non me la sento», ha spiegato ai giornalisti. Racconta di avere raccomandato a Maurizio di stare alla larga di sua moglie, spiega che lui stava anche seguendo un corso di riabilitazione che evidentemente non ha funzionato. La notizia che leggete qui sopra ha tratti comuni con decine di notizie che imperversano quasi tutti i giorni. Cambiano le modalità, cambiano i nomi e i luoghi, come in un videogioco in cui si modificano le situazioni, ma il motore è sempre lo stesso, così ripetitivo che dopo qualche ora irrompe la noia.

Anche questo femminicidio, come accade per quasi tutti i femminicidi, quando questo articolo sarà pubblicato sarà scomparso dai giornali nazionali. Rimarrà a brandelli sulle cronache locali, lue uniche che riprenderanno poi il processo e scriveranno due righe sulla sentenza. Non so se possa essere considerata una colpa questa straordinaria capacità dei lettori italiani di ingoiare e digerire i femminicidi che si ripetono. Potrebbe essere una modalità di sopravvivenza a un’emergenza sempre così uguale da sembrare naturale. Tra gli ingredienti comuni troviamo la donna che chiede aiuto ma non ottiene protezione, c’è il marito che finge di volersi riabilitare e invece sta semplicemente covando e perfezionando il delitto, gli amici che si dicono stupiti anche se il copione è sempre lo stesso, la città introno che finge di non sapere che i potenziali omicidi sono in quelle case apparentemente tranquille che ogni sera chiudono ordinatamente le imposte.
Il dipartimento della Pubblica sicurezza del ministero dell’Interno ha diffuso un documento che analizza il numero di femminicidi commessi nel periodo primo gennaio-16 luglio 2023: 173 omicidi totali, commessi da inizio anno, di questi 62 riguardano donne (49 precisamente in ambito familiare/affettivo). Sono 29 quelle morte per opera di partner o ex. Ogni articolo scritto su un femminicidio dura come l’acqua su una superficie liscia. Rimane nella pancia di Google, a disposizione dei pochi che fra qualche anno cercheranno «Mariella Mariano» per ricordarsi la fine che ha fatto. Ogni femminicidio viene accompagnato dai comunicati stampa delle istituzioni che sono ferocemente sempre uguali a sé stessi. Ogni volta si fa il conto delle vite che avrebbero potuto essere salvate. Raramente si capisce come avremmo potuto salvarle. Qualche settimana fa le prime pagine dei giornali erano invase dalle morbose curiosità intorno al femminicidio di Senago, dove Alessandro Impagnatiello ha ucciso la compagna incinta di sette mesi Giulia Tramontano. C’erano commenti sulla vita sessuale di lui, sulla casa di lei, sul sangue gocciolato sulle scale e sul cappuccio dietro al quale l’assassino si era nascosto. Dite la verità, ce ne eravamo già dimenticati. Chissà se è un crimine abituarsi al terrore.







Stasera 22 luglio 2023 alle ore 21.25 su Rete 4 andrà in onda il film del 1995 Viaggi di nozze. La commedia è diretta da Carlo Verdone che ha scritto anche la sceneggiatura collaborando con gli autori Leo Benvenuti e Piero De Bernardi. Nel cast del lungometraggio ci sono diversi attori famosi come lo stesso Carlo Verdone, Claudia Gerini, Veronica Pivetti e Manuela Arcuri.

La trama si articola in 3 storie differenti. La prima è quella dell’ingenuo Giovannino De Berardi (Carlo Verdone) che riesce finalmente a sposarsi con Valeriana (Cinzia Mascoli). Le cose tra i due non iniziano subito bene, visto che la messa del prete è incredibilmente lunga e dura tantissimo. Dopo il rito religioso, marito e moglie possono finalmente imbarcarsi per il loro viaggio di nozze e godersi una meravigliosa crociera. Tuttavia, accadono ben due imprevisti: il padre di Giovannino, Renato (Nanni Tamma) rimane senza badante e non può rimanere solo, mentre la sorella di Valeriana, Gloria (Gloria Sirabella), vuole suicidarsi perché abbandonata dal marito. Dopo tante peripezie, la coppia dovrà risolvere i problemi e cercare di godersi il loro viaggio di nozze.
La seconda storia è quella del dottor Raniero Cotti Borroni (Carlo Verdone) che ha sposato la sua seconda moglie Fosca (Veronica Pivetti). Il dottore è costantemente impegnato con il suo lavoro e ha organizzato un viaggio di nozze uguale a quello che fece con la sua prima consorte. Fosca si rende ben presto conto di aver fatto un errore a sposare Raniero e cercherà in ogni modo di fuggire da quella situazione. La terza storia è quella di Ivano (Carlo Verdone) e Jessica (Claudia Gerini), una coppia che si ama e con tante passioni in comune. Dopo una cerimonia di matrimonio a suon di canzoni rock, la coppia coatta partirà per la luna di miele, tra serate in discoteca e rapporti sessuali consumati nei luoghi più disparati. Tuttavia, improvvisamente la magia tra i due svanirà e penseranno a una soluzione per riprendere il loro amore che potrebbe creare solo danni alla loro relazione.
Al suo debutto, Viaggi di nozze fu un successo al cinema. Infatti, secondo i dati riportati dal sito hitparadeitalia.it, la pellicola incassò 24 miliardi di lire e fu campione d’incassi della stagione 1995/1996, sorpassando film come Pocahontas e Vacanze di Natale ’95.
Una citazione dei personaggi Jessica e Ivano, interpretati da Claudia Gerini e Carlo Verdone, è diventata un simbolo per il film. La frase «O famo strano?» viene indicata ancora oggi dai fan di Verdone per riferirsi a questa commedia.
Nonostante sia una commedia italiana, Viaggi di nozze utilizza una colonna sonora rock. Infatti, nel corso del film è possibile ascoltare canzoni di artisti come Iggy Pop e i Black Sabbath. Si tratta di una scelta decisamente inusuale, ma che si sposa alla perfezione con lo stile di alcuni personaggi, in particolare di Jessica e Ivano.
Carlo Verdone è regista, sceneggiatore e attore protagonista, impegnato in più ruoli, per questa commedia. In effetti, nel 1995 Verdone poteva permettersi questi molteplici impegni sul set visto che aveva accumulato una grossa esperienza nel mondo del cinema. Infatti, Viaggi di nozze è il 14esimo lungometraggio che l’attore scrive, dirige e interpreta. Prima di questo film Verdone aveva dato vita ad altre opere famose come Borotalco, Un sacco bello, Bianco, rosso e Verdone, Troppo forte e Stasera a casa di Alice.

La commedia è stata girata in diverse località come Roma, Firenze, Venezia, Bologna, Genova e Forte dei Marmi. Alcune scene sono state girate anche a Guidonia Montecelio, Viterbo, Fiumicino e Padova.


Stasera 22 luglio 2023 andrà in onda il film Il ladro di giorni sul canale Rai Movie alle ore 21.10. La pellicola drammatica è stata diretta da Guido Lombardi, regista che ha collaborato anche alla sceneggiatura insieme a Lucia De Benedittis e Marco Gianfreda. Nel cast ci sono Riccardo Scamarcio, Massimo Popolizio, Augusto Zazzaro e Giorgio Careccia. Il film sarà disponibile anche on demand e in streaming sulla piattaforma Rai Play.

La trama del film racconta la storia di Salvo (Augusto Zazzaro), un ragazzo di 11 anni che vive insieme agli zii in Trentino. Salvo non vede suo padre Vincenzo (Riccardo Scamarcio) ormai da sette anni, quando venne arrestato davanti ai suoi occhi mentre vivevano in Puglia. Dopo tutto questo tempo, Vincenzo ha scontato la pena e non desidera fare altro che rivedere suo figlio e trascorrere qualche giorno con lui. Va quindi a trovarlo il giorno prima della sua prima comunione e decide di fare un viaggio verso Sud con lui. Salvo ha qualche difficoltà a riconoscere il padre e a considerarlo tale, visto che non ha mai stretto un rapporto con l’uomo. Tuttavia, accetta di fare il viaggio.
Durante quest’esperienza on the road, i due avranno modo di stringere un rapporto come non avevano mai fatto prima. Non sarà però un viaggio semplice, ma ricco di tante situazioni che porteranno padre e figlio a parlare di ricordi, problematiche ed emozioni provate. Anche se alcune verità che verranno rivelate a Salvo faranno male, il tempo trascorso con il padre gli servirà per conoscerlo meglio e stringere un legame indissolubile.
La pellicola è tratta da un romanzo omonimo. Curiosamente, a scrivere il romanzo è stato il regista del film, Guido Lombardi. Il libro Il ladro di giorni è stato pubblicato nel 2019 da Feltrinelli ed è stato poco dopo trasposto al cinema.
Guido Lombardi ha così commentato il suo film: «La prima idea de Il ladro di giorni risaliva a dieci anni prima della sua realizzazione e sono contento che sia diventato un film. È una storia complessa, che usa il genere per raccontare uno dei rapporti più cruciali nella crescita di un bambino, quello con il proprio padre».
Per la sua interpretazione, Riccardo Scamarcio ha ricevuto una nomination ai Ciak d’oro del 2020 nella categoria Miglior attore protagonista. Tuttavia, l’attore ha perso contro la coppia composta da Edoardo Leo e Stefano Accorsi, attori protagonisti del film La dea fortuna di Ferzan Ozpetek.

Il ladro di giorni è stato presentato al cinema in occasione della Festa del Cinema di Roma del 2019. Nelle sale italiane ha invece debuttato il 6 febbraio 2020. Per quanto riguarda la messa in onda in televisione, il film è stato proposto in prima tv il 18 novembre 2022, nell’imminenza della Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.








Ad annunciarlo è lo stesso Patrick Zaki su Twitter: «C’è un leggero cambiamento nei piani» in quanto «i documenti ufficiali per revocare il divieto di viaggio saranno finalizzati domenica a mezzogiorno». Dopo la grazia presidenziale in Egitto, arrivata con la mediazione italiana, lo studente, inizialmente atteso in Italia venerdì, poi sabato, ha infine reso noto lui stesso che lo porteranno a Bologna solo domenica, via Milano e con un volo di linea. Il giovane ricercatore egiziano ha infatti rifiutato un volo speciale dal Cairo a Ciampino messo a disposizione da Palazzo Chigi, per evitare di dover incontrare o farsi assistere dalle autorità italiane.
C'è un leggero cambiamento nei piani poiché è venuto alla nostra attenzione che i documenti ufficiali per revocare il divieto di viaggio saranno finalizzati domenica a mezzogiorno. Quindi, dopo dovremo viaggiare per assicurarci che la mia situazione legale sia chiara al 100%.… pic.twitter.com/RUDmezVMaT
— Patrickzaki (@patrickzaki1) July 21, 2023
Sulla scelta di viaggiare su un volo di linea si è espresso Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia: «Decidere di viaggiare su un volo di linea non è un gesto di opposizione politica, ma un gesto di indipendenza. La reputazione dei difensori dei diritti umani si basa sulla loro indipendenza dai governi. Ringraziano e apprezzano quando si fanno delle cose per loro, e infatti Patrick ha ripetutamente ringraziato governo e ambasciata».
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato: «Gli è stata offerta questa possibilità ma non è un obbligo. A noi interessava liberarlo, poi come torna è una sua scelta».
Preso atto delle dimissioni dagli incarichi di ceo e direttore generale presentate da Gabriele Benedetto, il cda di Telepass si è riunito venerdì 21 luglio e ha attribuito ad interim al presidente Andrea Mangoni tutte le deleghe gestionali della società. Questo, come spiegato da Telepass, al fine di «individuare il miglior profilo professionale che guiderà l’azienda».

Nato a Terni nel 1963, laureato in scienze economiche, Andrea Mangoni ha iniziato la propria carriera collaborando con Inter-American Development Bank. Nel 2003 viene nominato amministratore delegato di Acea. Entra a far parte di Telecom Italia nel ruolo di CFO Group e di presidente operativo di Telecom Italia Sparkle, nel 2009. Da giugno 2013 a marzo 2015 ricopre il ruolo di presidente e CEO di Sorgenia. Nel 2015 ricopre la carica di direttore generale di Fincantieri. Dal 2016 è amministratore delegato di doValue S.p.A., già doBank S.p.A.. Da luglio 2019 ad aprile 2021 è stato presidente del consiglio di amministrazione di Altamira Asset Management.



La corte d’Assise di Busto Arsizio ha condannato, nel pomeriggio di venerdì 21 luglio, Alessandro Maja, 57 anni, all’ergastolo con 18 mesi di isolamento diurno, per il duplice omicidio della figlia Giulia, 16 anni, e della moglie Stefania Pivetta, 56 anni, e per il tentato omicidio del figlio maggiore Nicolò, colpiti a martellate nella notte tra il 3 e il 4 maggio 2022, nella loro villetta a Samarate, in provincia di Varese. La sentenza è arrivata dopo cinque ore di camera di consiglio.

Il figlio Nicolò, 21 anni, unico sopravvissuto, era presente in aula. Il primo commento del giovane sulla condanna è stato: «Giusto così». Dopo il miglioramento delle condizioni fisiche, il ragazzo ha partecipato a tutte le udienze. L’accusa aveva chiesto l’ergastolo e 18 mesi di isolamento mentre la difesa le attenuanti generiche e il riconoscimento del vizio parziale di mente.