Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto

A Paolo Maldini e Leonardo va riconosciuta l’ambizione. L’ex segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica Nikita Krusciov, che pure non era uomo da mezze misure – per farsi capire all’Onu batteva la scarpa sul banco -, quando volle strafare si spinse fino al piano settennale, la semiletka del 1959. Sette anni. Oltre, nemmeno il Gosplan – l’agenzia di pianificazione economica dell’Urss – osava: troppo lontano, troppo comodo, troppo inverificabile. Ci voleva la nuova direzione tecnica della Figc per superare il Cremlino: otto-10 anni, annunciati il 23 luglio in Lega Serie A, con Giovanni Malagò costretto a correggere al ribasso in diretta – «io penso a sei anni, Paolo ha parlato addirittura di otto-10». Quando persino lo sponsor della tua nomina ti dimezza l’orizzonte davanti ai club, forse un problema c’è. Aspettiamo solo di capire se, al prossimo Consiglio federale, Maldini batterà il mocassino sul banco. Coerenza estetica vorrebbe di sì.

Una dichiarazione d’intenti con scadenza oltre ogni rendicontazione

Il punto comunque non è l’orizzonte lungo. Le rifondazioni serie – quella tedesca dopo il 2000, o quella belga – erano decennali. Ma erano piani: fasi, tappe, obiettivi misurabili, gente che rispondeva se i numeri non tornavano. Qui invece abbiamo «linee guida» e una data d’arrivo collocata in un futuro nel quale, statisticamente, nessuno dei presentatori sarà più in carica. Siamo di fronte a una dichiarazione d’intenti con scadenza oltre ogni rendicontazione. Il quinquennale sovietico, almeno, prevedeva punizioni severe per chi mancava l’obiettivo. Qui non è previsto nemmeno il tagliando. E poi c’è il capolavoro: il pasticcio sulla scelta del commissario tecnico.

Siamo partiti dai migliori al mondo per arrivare a Pirlo

Ricapitoliamo la sequenza, perché merita. Primo atto: «Siamo partiti dai migliori al mondo». Pep Guardiola contattato, Carlo Ancelotti sentito. Applausi: finalmente si ragiona in grande! Secondo atto: i migliori del mondo, com’era prevedibile, hanno detto di aver meglio da fare. Terzo atto: si scende dunque al gradino successivo: Roberto Mancini, il preferito del presidente? Antonio Conte, il preferito della Lega? No. Si precipita su Andrea Pirlo, vincitore della First Division degli Emirati con lo United FC di Dubai, campionato che conta 28 club professionistici in tutto, contro i 100 italiani.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Roberto Mancini, Andrea Pirlo e Pep Guardiola (foto Ansa).

Nessun appeal a livello commerciale

Dall’allenatore che definisce un’epoca al vincitore della cadeteria emiratina, senza fermate intermedie. Non esiste modo più crudele di far apparire inadeguato un candidato che presentarlo come esito della stessa ricerca iniziata da Guardiola. E l’hanno fatto i suoi sponsor. L’errore Pirlo, del resto, non era solo tecnico: era contabile, e su questo sito i conti sono già stati fatti. Un ct con quel profilo produce zero riprezzamento commerciale il giorno dell’annuncio: nessun partner ritocca una voce di listino per chi ha vinto la cadetteria emiratina. E parliamo di una Federazione che ha già iscritto a bilancio 9,5 milioni di riduzione dei corrispettivi commerciali per il 2026, un malus Adidas da 9,6 milioni per la mancata qualificazione mondiale, un rosso previsto di 6,6 milioni, dentro un danno complessivo che Unimpresa stima oltre i 50 milioni.

Il pasticcio su Fonbet, il principale bookmaker di Mosca

In questo quadro, la direzione tecnica ha proposto l’unico candidato che non spostava un euro. Un risparmio senza investimento: il peggio di entrambi i mondi. Poi, certo, c’è stata la Russia. E qui il sarcasmo si scrive da solo: i signori del piano decennale in salsa Gosplan si presentano con un candidato ct che dall’ottobre 2025 fa il global ambassador di Fonbet, il principale bookmaker di Mosca, e che a maggio 2026, mentre su Kyiv cadeva di tutto, posava per i selfie al “Football Day” moscovita.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Il messaggio di Pirlo su Instagram e la pubblicità di Fonbet.

«Nessun significato politico, è solo commercio», si è difeso Pirlo. Gli crediamo. È esattamente questo il problema: per fermarsi davanti a certe fotografie non serve un’opinione politica, basta un ufficio di due diligence. La Figc ne ha uno. La direzione tecnica non l’ha consultato, o peggio, l’ha consultato e ha proceduto lo stesso. Ci ha pensato l’ex attaccante ucraino Andriy Shevchenko nonché ex compagno di Maldini e Pirlo al Milan, con la sobrietà di chi ha la madre a Kyiv, a dire quello che a via Allegri non avevano notato: «Condanno ciò che hanno fatto».

Un caso reputazionale che era pubblico da nove mesi

Dunque 35 giorni dopo l’elezione di Malagò, il bilancio della gestione è questo: un candidato bruciato da un caso reputazionale che era pubblico da nove mesi; un presidente federale scavalcato e poi affrontato a muso duro in nome dell’«autonomia»; un potenziale conflitto d’interessi in casa (i figli di Maldini e Pirlo avviati alla professione di procuratori, con una norma federale sull’incompatibilità che pende come un lampadario); e zero commissari tecnici a 60 giorni dalla prima partita che ci attende, Italia-Belgio.

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Paolo Maldini, Andrea Pirlo, Gigi Buffon e Andriy Shevchenko nel 2014 (foto Ansa).

Il tutto condito dalla terza rottura professionale in tre anni – Cardinale nel 2023, il Fenerbahçe di Safi a giugno, Malagò oggi – per un dirigente il cui mandato dichiarato sarebbe «unire mondi che fanno fatica a interagire». Finora l’unico mondo che è riuscito a unire è quello, trasversale e affollato, di chi ha litigato con lui.

La fiducia si è consumata in nome dell’amichettismo

Per questo le dimissioni dovrebbero arrivare oggi, non domani. Nessuna punizione – Maldini resta una leggenda di questo sport, e nessuno glielo toglie -, ma una presa d’atto: la fiducia si è consumata prima di produrre alcunché, e l’amichettismo, come ha scritto Fabrizio Roncone sul Corriere della sera, qui è andato “oltre” se stesso. Prima si invoca il merito (Guardiola! Ancelotti!) per nobilitare l’amico, e quando l’amico affonda si grida all’autonomia violata. L’Italia che ha saltato tre Mondiali non si merita questo teatrino.

Chiellini ha dimostrato di tenere insieme uno spogliatoio

Serve un progetto serio. Che esiste, ed è persino a portata di mano. Al vertice tecnico un uomo che con la maglia azzurra ha vinto davvero: Giorgio Chiellini, capitano dell’Europeo 2021, oggi dirigente con ruolo istituzionale e (dettaglio non irrilevante) capacità dimostrata di tenere insieme uno spogliatoio, che è poi la versione ridotta del tenere insieme un sistema.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Antonio Conte e Giorgio Chiellini insieme ai tempi della Nazionale 2016 (foto Ansa).

In panchina Antonio Conte, il miglior valorizzatore di rose del calcio italiano, con un contratto costruito per una volta con intelligenza: quadriennale, bonus legati al Mondiale 2030 e al ciclo completo, malus pesanti in caso di fuga anticipata. Perché la sua nomea di uomo da bienni la conosciamo tutti, e proprio per questo va messa sotto contratto, non sotto silenzio.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Antonio Conte ct della Nazionale a Euro 2016 (foto Ansa).

Attorno, il progetto vero: la scadenza dell’Europeo 2032 in casa come orizzonte misurabile e una fondazione di partecipazione che vincoli le risorse di club e sponsor ai vivai, con conferimenti irrevocabili e conferenti fuori dagli organi di governo. Sei anni, tappe annuali, responsabili con nome e cognome. Si chiama piano. È quella cosa che, tra una scarpa e l’altra, nemmeno a Mosca riuscivano a fare durare 10 anni.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato

Voleva rovesciare la clessidra. E invece l’ha sfasciata. Servirebbe un Master in Ingegneria del caos per cacciarsi in un pateracchio come quello che Giovanni Malagò, al suo primo cimento da presidente della Federazione italiana giuoco calcio (Figc), ha costruito con le sue stesse manine. E invece trattasi di sciatteria casereccia, seppur allevata tra le maniere felpate e i rigidi dress code del Circolo Aniene.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato
Giovanni Malagò, Leonardo e Paolo Maldini (foto Ansa).

La scelta del commissario tecnico della Nazionale doveva essere il primo test di affidabilità. E, vedendo come sta andando a finire, si scopre che era stato un crash test. Perché era dai tempi del fallito esperimento della Superlega europea per club, aprile 2021, che non si vedeva un progetto capace di andare così rapidamente a schiantarsi sul muro, senza nemmeno avere approssimato la prima curva. Willy il Coyote non avrebbe saputo fare meglio. Ma se proprio si vuole trovare un’immagine che dia la summa della figura in corso d’opera, bisogna tornare proprio alla clessidra rovesciata.

Una decisione del direttore tecnico appositamente nominato

È la formula che Malagò ha usato, con evidente compiacimento, durante le interviste felpate che ha rilasciato al sussiegoso vicedirettore di Dazn e poi al morbidissimo duo di Cronache di spogliatoio. In entrambi i casi l’ex presidente del Coni ha piazzato il mantra: «Ho voluto rovesciare la clessidra». Formula con la quale ha inteso etichettare il metodo individuato per la selezione del ct: non una scelta del presidente federale, bensì del direttore tecnico appositamente nominato.

«È una brutta figura? Bisogna vedere chi l’ha fatta»

Roba forte, frutto di cogitazioni che lèvati. Dall’autunno diventerà un case study nei migliori MBA, ma forse anche materia da thriller filologico: dopo Il pendolo di Foucault toccherà a La clessidra di Malagò. Che in effetti gli elementi di mistero ci sarebbero tutti. Uno fra tutti: chi diamine ha telefonato ad Andrea Pirlo nella sera di domenica 26 luglio, per annunciargli che non sarà più il commissario tecnico della Nazionale? Time will tell. Con una certezza, tuttavia: che il primo a storcere il naso davanti alla scelta del global ambassador di Fonbet è stato proprio il presidente federale, protagonista di un dissenso nemmeno nascosto. Per la serie: la scelta del ct è competenza del dt, ma a patto che sia gradita al rc (rovesciatore di clessidre). «È una brutta figura? Bisogna vedere chi l’ha fatta», ha detto sibillino Malagò, rispondendo ai giornalisti.

Silvio Baldini escluso perché troppo “pane e salame”

Mai come stavolta la situazione è grave, ma non seria. E intanto ci si confronta con un dato di fatto: da aprile gli Azzurri sono privi di un commissario tecnico ufficialmente nominato. Dopo il disastro di Zenica e le dimissioni di Rino Gattuso il posto è vacante. Lo ha tenuto in caldo per due partite l’ottimo Silvio Baldini, mai preso seriamente in considerazione per il ruolo perché troppo “pane e salame”. Uno che, per dire, al Circolo Aniene non ci metterebbe mai piede, con grande sollievo dei soci: rischierebbero di trovarsi a tavola un soggetto simile a quell’onorevole del film interpretato da Michele Placido, che per una strana sindrome, prendeva a dire in faccia agli interlocutori ciò che davvero pensava di loro.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato
Rin Gattuso e Gabriele Gravina (Ansa).

Ovvio che non tutti i quattro mesi di non decisione possano essere imputati a Malagò, che è stato eletto presidente Figc il 22 giugno: fin lì la scelta della guida tecnica era stata tenuta in sospeso perché non poteva essere il presidente in uscita (Gabriele Gravina) ad assumersi una responsabilità così pesante. E tuttavia, resta il dato di fatto: da inizio aprile a (ormai) tutto luglio la panchina azzurra è scoperta.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato
Paolo Maldini e Andrea Pirlo (Imagoeconomica).

Il culmine della tristezza in quel viaggio da Guardiola

Nel mezzo, durante questo ultimo mese di frenesie che hanno portato allo zero tagliato di oggi, c’è stato il balletto di nomi e personaggi di più diversa taglia. Con Stanlio Maldini e Ollio Leonardo (a proposito: qualcuno ha capito la necessità del suo ruolo di advisor?) impegnati a fare un casting da Isola dei Famosi per poi ridursi al più scarso del mazzo. Una Baraccone Strategy che ha toccato il culmine della tristezza col viaggio speso per tentare di convincere Pep Guardiola.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato
Pep Guardiola e, dietro di lui, Simone Inzaghi (foto Ansa).

Peccato non ci fosse una telecamera nascosta, per registrare le facce da Muppet Show che il tecnico catalano avrà esibito mentre si sentiva illustrare il «progetto tecnico». Il cui respiro avrebbe dovuto essere decennale e invece rischia di non approdare al mese di agosto. Manco l’etichetta di governo balneare: che era roba da sabbia ruvida da arenile, mica quella glitterata da clessidra.

Torna d’imperio la candidatura di Mancini?

E adesso non rimane che mettersi in attesa e vedere come va a finire. Nella consapevolezza che questo articolo nasce vecchio, perché qui le cose cambiano da un quarto d’ora all’altro. Per la panchina azzurra tornerebbe d’imperio la candidatura di Roberto Mancini, che giusto tre anni fa di questi tempi mollava la Nazionale perché si sentiva logorato. Salvo, poche settimane dopo, andare a firmare un ricco contratto coi sauditi. Mancini e Malagò erano in campo nella Coppa Canottieri, torneo di calcio a cinque che celebra l’eternità del generone romano. Hanno spezzato le reni al Circolo Canottieri Lazio, sicché abbiate fede.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato
Giovanni Malagò con Roberto Mancini (foto Ansa).

Ma adesso la prima cosa da conoscere è non già il nome del nuovo ct, quanto l’ora esatta delle dimissioni di Paolo Maldini e Leonardo. E a quel punto rimarranno nella mente le immagini della conferenza stampa in Lega Serie A: vecchie di nemmeno una settimana eppur già seppiate. Con alcune pose di Malagò che già qualcosa dovevano pur lasciarla intendere. È stato quando, dopo aver parlato per primo ai presidenti di club, ha lasciato spazio ai Gemelli dell’autogol per starsene di lato ad ascoltare le loro parole. Probabilmente non aveva messo in preventivo che i due si prendessero così tanto tempo: fatto sta che, a partire da un dato momento, l’uomo che rovescia le clessidre e inventa nuovi schemi di governance ha assunto pose da svacco totale. Poggiato col gomito sul bordo a reggersi il mento con la mano. Pareva Silvio Berlusconi durante quella famosa conferenza stampa assieme a Matteo Salvini e Giorgia Meloni, mancava solo che facesse la conta con le dita. L’unica scena godibile di questa tristissima vicenda federale.

Milei offende Lula: alta tensione tra Brasile e Argentina

Scontro diplomatico tra Brasile e Argentina. Motivo del contendere alcune avventate dichiarazioni di Javier Milei sull’omologo Luiz Inácio Lula da Silva, arrivate a poco più di due mesi dalle elezioni presidenziali nel Paese più grande del Sudamerica. Il vulcanico Milei, in Brasile per partecipare all’evento che ha ufficializzato la candidatura di Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair condannato a 27 anni per il tentativo di colpo di Stato del 2023 e come lui facente parte dell’universo Maga, si è reso protagonista di gravi insulti nei confronti di Lula, definendolo un «ladro», un «carcerato» e «spazzatura socialista» nel suo intervento alla convention del Partito liberale.

Milei ha anche accusato l’omologo brasiliano di aver cercato di influenzare le elezioni argentine del 2024. In seguito alle calunnie pronunciate contro di lui dal presidente turbo-capitalista Milei, Lula ha richiamato l’ambasciatore da Buenos Aires. «È inammissibile che un capo di Stato straniero venga nel nostro Paese e si rivolga in termini irrispettosi alle sue istituzioni», ha dichiarato il Partito dei lavoratori guidato da Lula.

Milei offende Lula: alta tensione tra Brasile e Argentina
Lula (Ansa).

Nuovi attacchi degli Houthi contro gli impianti petroliferi sauditi

Gli Houthi hanno rivendicato attacchi che hanno messo nel mirino «diversi punti cruciali lungo il percorso di approvvigionamento e trasporto del petrolio greggio dall’Arabia Saudita orientale verso Yanbu», città situata sul mar Rosso ritenuta per la sua grande raffineria, simbolo della potenza dell’industria petrolchimica del regno saudita. Un portavoce dei ribelli yemeniti, citato dai media iraniani, ha spiegato che l’operazione, condotta con velivoli a pilotaggio remoto, «è stata effettuata in risposta alla violazione dello spazio aereo dello Yemen con droni sauditi».

Tra i siti colpiti ci sarebbe l’impianto petrolifero di Abqayq

Dopo che gli Houthi hanno annunciato di avere colpito siti strategici in Arabia Saudita, l’agenzia iraniana Fars ha diffuso immagini che testimonierebbero di un incendio nell’impianto petrolifero di Abqayq. Gestito da Saudi Aramco, «è un nodo fondamentale della rete petrolifera del regno e consente di convogliare il petrolio verso il terminale di Yanbu e ridurre la dipendenza dal passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz», ha spiegato Fars. Con una quota pari a circa il 5 per cento della produzione petrolifera mondiale (pari a circa 7 milioni di barili al giorno), quello di Abqayq è considerato il più grande impianto di stabilizzazione e trattamento del petrolio greggio al mondo.

Tre feriti in un accoltellamento a Parigi, l’aggressore: «Mi ha mandato Allah»

Tre donne, di cui una incinta, sono state ferite in un attacco con coltello a Parigi. Due di loro sono state colpite piuttosto gravemente una alla schiena e l’altra all’addome. La terza sarebbe stata raggiunta in modo più leggero. Hanno 19, 24 e 36 anni. I fatti si sono verificati intorno alle 11.30 di lunedì 27 luglio 2026 in un quartiere a Nord-Ovest della città. Ad attaccare le donne è stato un uomo, fermato sul posto da un poliziotto fuori servizio. Si tratta di un 31enne con disturbi psichici, secondo i primi elementi. Davanti alla polizia, si è limitato a dichiarare delle generalità aggiungendo «frasi senza nesso», affermando anche che «Allah mi ha mandato per uccidere delle donne». Parole che avevano fatto ipotizzare la pista del terrorismo, che però ora non è quella privilegiata dagli inquirenti. «Riteniamo si tratti di un folle», hanno spiegato.

Ex Ilva, Corte d’Appello di Milano: «Area a caldo da chiudere entro 90 giorni»

La corte d’Appello di Milano ha stabilito che l’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, cioè il cuore produttivo dell’acciaio dello stabilimento, deve essere chiusa entro 90 giorni, condizionando la ripartenza alla completa bonifica dell’asbesto e alla riduzione delle emissioni sottili. I giudici hanno quindi accolto il reclamo presentato da un gruppo di cittadini e genitori tarantini contro Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia, sostenendo che gli impianti mettono a rischio la salute dei cittadini e compromettono l’ambiente. «Non va sottaciuto che gli impianti Ilva e il sistema produttivo sono rimasti immutati da decenni, e ciò concorre a confermare la permanenza del rischio nell’attualità, in ragione del progressivo ammaloramento dello stabilimento», hanno scritto i magistrati, ritenendo che tutti gli accorgimenti e le misure messe in atto dall’azienda per scongiurare il rischio di malattie legate all’inquinamento e i ritardi nella realizzazione dei vari interventi non hanno contrastato adeguatamente il pericolo dei danni alla salute collettiva generato da «svariate e individuate sostanze nocive».

Fedez si ferma: «Il mio corpo ha alzato la mano»

«Quando sei in ospedale aspettando l’ultima trasfusione di sangue ti senti vacillare, pensi che il tuo tempo stia per finire o giù di lì. In questi giorni, la paura di non poter riabbracciare le persone a me più care, i miei figli, mi ha fatto vedere il cielo in un altro modo». Lo ha scritto Fedez su Instagram a corredo di una foto che lo ritrae in terrazzo al tramonto, annunciando uno stop temporaneo alle esibizioni live: «Il mio corpo ha alzato la mano per l’ennesima volta e mi ha detto “fermati”. Ora a dirmelo ci sono anche i medici, ed è quello che farò».

Fedez è stato da poco dimesso dopo una serie di accertamenti dall’ospedale Fatebenefratelli, dove tre anni fa era stato operato per un’emorragia interna provocata dal sanguinamento di alcune ulcere. Il ricovero è avvenuto a pochi giorni dopo la nascita del terzo figlio del rapper, Edoardo Lupo, avuto dalla compagna Giulia Honegger.

Stop dell’attività live per due mesi

«A seguito delle condizioni di salute dell’artista, che richiedono un periodo di cure e recupero, si rende necessaria la sospensione dell’attività live di Fedez prevista nei mesi di agosto e settembre, per consentire all’artista di dedicarsi pienamente al percorso di recupero e alla tutela della salute», ha spiegato la società Vivo Concerti. Annullati i dj set in programma nel mese di agosto e il concerto Casa 360, che si sarebbe dovuto tenere il 25 settembre 2026 all’Unipol Forum di Assago. Oltre a questi due eventi, il tour estivo di Fedez prevedeva una serie live in piazze fra Sud e Centro Italia, tutte annullate.

Il cambio alla direzione del Secolo XIX tra le polemiche

Blue Media, la società editrice controllata dal Gruppo Msc, ha confermato in una nota che «in conseguenza delle proprie decisioni nella prospettiva della riorganizzazione aziendale, il dottor Michele Brambilla lascia da oggi la direzione de Il Secolo XIX, che viene assunta temporaneamente dal vicedirettore Andrea Castanini». «Blue Media ringrazia sentitamente il dottor Brambilla per la preziosa opera prestata nella prima fase di consolidamento e rilancio del giornale, che ha fatto seguito alla sua acquisizione da parte di Blue Media», conclude il comunicato.

Il cambio alla direzione del Secolo XIX tra le polemiche
Andrea Castanini (Facebook).

Brambilla: «Sono stato licenziato»

Un cambio di direzione tutt’altro che sereno, con Brambilla che ha precisato che l’addio non è stato una sua decisione ma la conseguenza di un licenziamento. «Leggo con sorpresa sull’agenzia Ansa che Blue Media, l’editore de Il Secolo XIX, ha comunicato, con un giorno di anticipo rispetto agli accordi, la fine del mio rapporto di lavoro», ha scritto in una nota. «Leggo con ancor più grande stupore la frase “il dottor Michele Brambilla lascia da oggi la direzione de Il Secolo XIX”, formula che lascia intendere che si è trattato di una mia decisione. La verità è che si tratta di un licenziamento: del tutto legittimo ovviamente, perché l’editore ha diritto di cambiare direttore quando vuole, ma pur sempre un licenziamento». «La lettera di “comunicazione scioglimento rapporto di lavoro», conclude Brambilla, «mi è stata consegnata questa mattina».

Il Cdr chiede un incontro urgente all’azienda

Sulla vicenda è intervenuto anche il Comitato di redazione, che ha informato i giornalisti della questione: «Care colleghe e cari colleghi, l’azienda ci ha informato che, in data odierna, è stata formalizzata la cessazione del rapporto di lavoro del direttore Michele Brambilla. La direzione del giornale è affidata ad interim all’attuale vicedirettore Andrea Castanini, che assumerà la responsabilità della firma a partire dall’edizione del 28 luglio 2026 sull’edizione digitale e dall’edizione del 29 luglio sulla versione cartacea. Abbiamo già chiesto un incontro urgente all’Azienda».

I discussi servizi della moglie di Sangiuliano al Tg2 e le altre pillole del giorno

Nel Tg2 di sabato 25 luglio è andato in onda un servizio da Capri, per elogiare l’isola guidata dall’entusiasta sindaco Paolo Falco e con tanto di coro finale dedicato al telegiornale della seconda rete, come quando i bimbi capresi, vestiti a festa, devono salutare i vacanzieri vip. Il “pezzo” ha fatto arricciare il naso a qualche parlamentare del centrosinistra perché era firmato da Federica Corsini, ossia la moglie di Gennaro Sangiuliano, ex direttore del Tg2, ex ministro della Cultura e ora capogruppo di Fratelli d’Italia al Consiglio regionale della Campania. Corsini è rimasta al fianco di Sangiuliano dopo il caso Boccia. E, professionalmente parlando, è stata anche eletta nel comitato di redazione del Tg2, risultando la più votata. Ora qualcuno in zona Nazareno dice: «Non sarebbe meglio occupare la consorte con qualcosa che è fuori dal collegio elettorale del marito, tenendosi ben lontana dal territorio campano? Ne va della trasparenza del telegiornale, visto che si tratta del servizio pubblico pagato da tutti i contribuenti e non di una rete privata». Sì, perché se a Mediaset intorno alla figura di Andrea Giambruno, già compagno di Giorgia Meloni, si può agire in totale libertà, senza problemi di conflitti d’interessi, alla Rai qualche “comitato etico” pare esistere, come dimostra il caso di Report…

I discussi servizi della moglie di Sangiuliano al Tg2 e le altre pillole del giorno
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Ma mi faccia il paciere

NH, quella che nelle lettere di una volta era l’abbreviazione di Nobilis Homo, il nobiluomo italiano, ora è la sigla di una catena di alberghi: così a Roma nell’NH Hotel di piazza dei Cinquecento, giovedì 30 luglio, in un caldissimo pomeriggio è in programma la riunione dei centristi del “Gruppo momentaneo” del grande centro, o il “centro largo”, con l’assistenza spirituale di monsignor Vincenzo Paglia. Tutti pronti a partecipare: il sindaco di Benevento Clemente Mastella, il presidente di +Europa Matteo Hallissey, l’assessore al Comune di Napoli Carlo Puca in rappresentanza di Progetto civico Italia di Alessandro Onorato (sì, è lo stesso Puca che faceva l’autore televisivo per Francesca Fagnani, la compagna di Enrico Mentana), e molti altri ancora. «Paglia sembra chiamato con il ruolo di paciere, viste le diverse anime centriste che sono state chiamate a partecipare», dicono alcuni ex democristiani. Seguirà tutto, a distanza, il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi…

I discussi servizi della moglie di Sangiuliano al Tg2 e le altre pillole del giorno
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Portavoce in scadenza

Tutti a cercare un posto di lavoro. Un posto fisso, non legato alle follie della politica che dura una legislatura e poi ti lascia a casa. Tra i portavoce e i collaboratori dei ministri del governo di Giorgia Meloni è partita la caccia alla poltrona in una società pubblica, una partecipata, o alla Rai: i mesi passano, la scadenza elettorale si avvicina, l’incarico “di fiducia” è a tempo. «Metti che vincono gli altri» è la frase che si sente di più tra chi lavora nei dicasteri. E allora via alla ricerca delle caselle vuote, comprese quelle “da moltiplicare” (della serie, «lì non ci sono vicedirettori, almeno uno va creato»): l’attività è frenetica, ogni passaggio da una casella all’altra in questi giorni viene visto con terrore e, nello stesso tempo, gioia («hai visto che Marco Ludovico è andato all’agenzia per la cybersicurezza nazionale e lascia libero il posto di capo della comunicazione in Anas?»), i telefoni cellulari risultano operativi a ogni ora della notte. Sì, è l’ultima estate prima delle elezioni…

Perché la doppia sfida lanciata da FdI al Quirinale è piena di rischi

Doppia sfida al Quirinale. Il centrodestra ha da tempo avviato una campagna di accerchiamento al Colle più alto della Repubblica con l’obiettivo dichiarato di conquistarlo nel 2029. Due le tattiche: assalto all’attuale inquilino, Sergio Mattarella, e scalata diretta al ruolo di presidente della Repubblica fra tre anni. Entrambe più che legittime, ma con rischi politici abbastanza evidenti, perché a volte in politica la forma è sostanza.

L’obiettivo Colle è a portata di mano

Dunque, ecco la storia. Dalla fine della Prima Repubblica, quando si è trattato di eleggere un capo dello Stato il centrodestra non ha toccato palla. Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, pur se eletti a volte anche con i loro voti, non possono certo definirsi di quella parte politica. Eppure la voglia c’era, e tanta. Silvio Berlusconi, per esempio, ci aveva sperato non poco. Ma la contingenza politica (si è quasi sempre votato quando la maggioranza era di centrosinistra) o l’imperizia strategica (come nel 2022) non hanno mai portato Forza Italia, Lega e FdI al successo. Ora invece, in caso di vittoria alle elezioni, il trofeo è a portata di mano, perlomeno stando ai numeri.

Perché la doppia sfida lanciata da FdI al Quirinale è piena di rischi
Sergio Mattarella (Ansa).

La Russa tira la volata a Meloni

Dopo un timido tentativo, fallito in poche settimane, di varare una riforma presidenziale, e un altro tentativo più robusto ma altrettanto fallito di varare la riforma del premierato, alla fine Giorgia Meloni ha deciso di giocare con le regole che ci sono già. E allora Fratelli d’Italia è uscita allo scoperto e ha dichiarato il gioco. La premier ha detto di voler superare il tabù di un presidente non di centrosinistra. Ignazio La Russa ha concordato e fatto nomi e cognomi, indicando proprio Meloni (anche se rimanendo vago sulle tempistiche): «Secondo me lo diventerà non questa volta ma la prossima, il mio è un augurio e un riconoscimento delle sue capacità. Sarebbe una grande fortuna per l’Italia, dopo Mattarella. Per me sarebbe un bene, un grande bene». Un messaggio all’opinione pubblica per testarla, uno agli alleati per unirli nella pugna ma anche per chiarire che se tocca a qualcuno, tocca a FdI. Qui sta il primo rischio, che chiunque sia entrato anche per sbaglio una sola volta in Transatlantico conosce bene: la maggioranza non basta, si vota a scrutinio segreto, ci sono i franchi tiratori, e per essere certi del risultato bisogna garantirsi decine di voti in più, cioè consolidare e tranquillizzare la propria base e tessere alleanze. Ci sono meno di tre anni di tempo e le elezioni politiche in mezzo. Forse è proprio per non innervosire gli alleati che il presidente del Senato ha chiesto più tempo. Come andrà a finire lo sapremo a gennaio 2029.

Perché la doppia sfida lanciata da FdI al Quirinale è piena di rischi
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

Mattarella nel mirino della destra

Intanto prosegue l’altra sfida al Quirinale. Il centrodestra, e in particolare sempre FdI, da tempo ha messo Mattarella nel mirino. Agli addetti ai lavori sono noti i malumori del partito di Meloni per molte mosse del Presidente. Più volte si è sfiorato lo scontro, lo scorso dicembre l’attacco del capogruppo FdI Giovanni Donzelli al consigliere del Quirinale Francesco Saverio Garofani è stato il segnale che le micce sono accese. Qualche scaramuccia sotto traccia nei mesi a seguire e la dichiarazione ufficiale della premier che i rapporti sono ottimi con un “ma”: «Io e il Presidente della Repubblica non siamo sempre d’accordo». Poi a metà luglio lo scontro sulla grazia al gioielliere Mario Roggero, per cui il capo dello Stato ha richiamato il ministro Carlo Nordio per una fuga in avanti che invece Giorgia Meloni ha coperto politicamente.

Perché la doppia sfida lanciata da FdI al Quirinale è piena di rischi
Sergio Mattarella con Carlo Nordio in una foto del 2023 (Imagoeconomica).

La regola di Einaudi

Al netto dei singoli casi e della diffidenza reciproca, il disegno è chiaro e non è la prima volta che viene messo in atto: delegittimare l’inquilino del Quirinale. È successo già in passato in modo anche più virulento. Due le controindicazioni: una politica e una istituzionale. Quella politica è che l’attuale inquilino del Colle ha livelli di gradimento popolare altissimi e attaccarlo potrebbe non pagare in termini di consenso. Quella istituzionale l’ha ricordata proprio Mattarella ricevendo Nordio e riguarda la regola di Luigi Einaudi, primo Presidente repubblicano: «È dovere del Presidente della Repubblica di evitare si pongano precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore, immuni da qualsiasi incrinatura, le facoltà che la Costituzione gli attribuisce». Chi vuole salire al Quirinale dovrebbe essere il primo a volersi ritrovare intatte prerogative e poteri, se non vuole avere una presidenza azzoppata. La partita è cominciata da qualche mese, il traguardo è nel 2029, attendiamo nuove mosse.

Perché la doppia sfida lanciata da FdI al Quirinale è piena di rischi
Sergio Mattarella con Ignazio La Russa e Renato Brunetta (Imagoeconomica).

No Tav: Meloni parla di «violenza organizzata», per Schlein il governo «strumentalizza»

«Centoventi operatori delle forze dell’ordine sono rimasti feriti negli scontri di sabato scorso contro l’infrastruttura dell’Alta Velocità Torino-Lione. Uno scenario che si vede molto bene qui dietro, non è la scena di una guerra, è la scena di una presunta contestazione. Ma questo non è dissenso, questa è violenza organizzata, premeditata e come tale deve essere trattata». Lo ha affermato la premier Giorgia Meloni in un video registrato durante la visita al cantiere della Tav in Val di Susa, effettuata assieme al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. «Faremo tutto quello che possiamo per assicurare queste persone alla giustizia e chiediamo anche a chi ne è responsabile, alla magistratura, a tutti gli inquirenti, di fare il massimo del lavoro perché uno Stato normale non può tollerare una cosa del genere».

Schlein punta il dito contro il governo

Sulla questione si è espressa nelle stesse ore anche Elly Schlein. «Ci troviamo davanti a un governo i cui esponenti strumentalizzano fatti violenti per buttarli addosso alle opposizioni, nonostante sappiano che non abbiamo nulla a che fare con quelle frange vittime, di cui siamo bersagli», ha detto la segretaria del Pd a a L’Aria che tira, su La 7: «Perché strumentalizzano per accusarci di connivenze? Ci facciamo le domande giuste, invece di strumentalizzare ogni fatto per fini politici? Istituzioni e politica dovrebbero lavorare insieme per isolare la violenza. In quattro anni di governo hanno fallito miseramente sulla sicurezza». Schlein ha poi aggiunto: «Abbiamo visto violenze inaccettabili, gravi, che non si giustificano mai, noi condanniamo la violenza senza, senza se e senza ma. Violenze che hanno colpito molti agenti, a cui il Pd ha dato solidarietà e vicinanza. Abbiamo sempre condannato ogni forma di violenza, senza esitazioni e tentennamenti».

Stop dei treni a Firenze, Italia nuovamente divisa in due

Italia nuovamente divisa in due a causa del blocco alla circolazione ferroviaria nel nodo di Firenze, tra le stazioni di Campo di Marte e Rifredi e Campo di Marte-Santa Maria Novella, per i lavori di sostituzione del cavalcaferrovia di Ponte al Pino. Alla presenza del ministro dei Trasporti e delle infrastrutture Matteo Salvini è stata conclusa, nella notte tra domenica 26 e lunedì 27 luglio 2026, l’operazione di varo dell’infrastruttura. Il nuovo impalcato, del peso di circa 550 tonnellate, è stato posizionato in un’unica soluzione mediante una gru da 2 mila tonnellate, uno dei più grandi mezzi di sollevamento impiegati a livello internazionale per interventi infrastrutturali di questa tipologia. Il completamento del varo rappresenta una tappa fondamentale dell’intervento di sostituzione del ponte, opera strategica per il miglioramento della mobilità cittadina e per l’efficientamento della circolazione ferroviaria regionale e nazionale che attraversa il nodo di Firenze.

Navette e bus gratuiti per raggiungere Santa Maria Novella

Al momento i disagi per i passeggeri sono abbastanza contenuti. Appena arrivato a Campo di Marte, da Sud, chi viaggia sull’Alta velocità viene dirottato dal personale di Trenitalia sulle navette per la stazione di Santa Maria Novella, con un servizio potenziato rispetto a due settimane prima. Rafforzato anche il servizio informazioni destinato ai pendolari dei treni regionali che, insieme ai passeggeri di Italo, vengono indirizzati verso la vicina via Masaccio dove ad attenderli c’è un bus gratuito per trasportarli fino alla fermata della tramvia, da cui poi proseguire verso Santa Maria Novella.

Ponte sullo Stretto, esposto della Cgil alla Corte dei Conti per danno erariale

La Cgil ha presentato un esposto alla Corte dei Conti per chiedere di accertare se nella gestione del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina siano stati impiegati correttamente i soldi pubblici oppure se ci siano i presupposti di un danno erariale. «Non si tratta di una battaglia ideologica, né di una contrapposizione pregiudiziale all’opera, ma di difendere il denaro pubblico. Ogni euro sprecato per il Ponte è un euro tolto agli ospedali, alle scuole e alle vere infrastrutture di cui il Sud ha bisogno», si legge in una nota della Cgil. L’esposto è stato firmato dal segretario generale Maurizio Landini.

Le criticità ricordate dalla Cgil nell’esposto

«La stessa Corte dei conti, nel corso dell’esame della delibera del Cipess, ha evidenziato numerose criticità: il costo definitivo dell’opera non è ancora determinato, permangono dubbi sul rispetto della normativa europea in materia di appalti e tutela ambientale e molte delle infrastrutture indispensabili al funzionamento del Ponte non risultano ancora finanziate o completate», spiega la Cgil. E poi: «Parliamo di un’opera il cui costo supera ormai i 13 miliardi di euro e che continua ad aumentare. Nel frattempo, la Società Stretto di Messina ha già assorbito ingenti risorse pubbliche senza che sia stato realizzato il Ponte e senza che i cittadini abbiano visto alcun beneficio concreto. Il Mezzogiorno continua ad avere bisogno di ferrovie moderne, strade sicure, trasporti efficienti, porti, scuole, ospedali e servizi pubblici di qualità. Sono questi gli investimenti che possono migliorare davvero la vita delle persone, creare lavoro e ridurre i divari territoriali».

Caro carburanti, oggi il Cdm per nuove misure

Il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha reso noto che, in base agli ultimi dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Mimit, il prezzo medio dei carburanti in modalità “self service” lungo la rete stradale nazionale oggi 27 luglio è pari a 1,982 euro al litro per la benzina e 2,185 euro al litro per il gasolio. Per trovare un valore più alto della benzina self bisogna tornare al 5 ottobre 2023. Il diesel è invece arrivato molto vicino al record storico di 2,229 euro toccato il 17 marzo 2022, che portò il governo Draghi a tagliare le accise.

Atteso un decreto legge che interverrà sul costo del gasolio

Il Consiglio dei Ministri si riunirà oggi, alle 17:30 per varare l’intervento ponte contro il caro carburanti allo studio del governo da giorni. Atteso un decreto legge che dovrebbe intervenire in particolare sul costo del gasolio. Successivamente, come ha spiegato il ministro Adolfo Urso, quando saranno noti i numeri dell’extragettito Iva di luglio, l’esecutivo procederà con un secondo intervento con il meccanismo dell’accisa mobile.

L’impennata dei prezzi dalla fine degli interventi sulle accise

Da metà marzo a inizio luglio sono stati in vigore alcuni decreti che, con varie modulazioni, hanno ridotto il costo delle accise su benzina e gasolio visti i rincari dovuti al conflitto tra Stati Uniti e Iran che coinvolge tutto il Medio Oriente. Dal 3 luglio, data in cui è scaduto l’ultimo taglio delle accise, il prezzo medio del gasolio è salito di 30,3 centesimi di euro sula rete ordinaria, con una impennata del +16 per cento, e di 28,7 centesimi in autostrada. Un pieno di gasolio costa oggi 15 euro in più rispetto a inizio luglio, denuncia il Codacons. La benzina è invece rincarata di 17,9 centesimi: in questo caso un pieno costa 8,95 euro in più.

Fermati antagonisti stranieri per gli assalti ai cantieri della Tav

Quattro antagonisti di nazionalità straniera, probabilmente appartenenti al cosiddetto Blocco Nero, sono stati fermati dalle forze dell’ordine nell’ambito delle violenze avvenute sabato 25 luglio 2026 ai cantieri della Tav in Val di Susa. Le loro posizioni sono al vaglio degli inquirenti e al momento non si conoscono le accuse. Le indagini sull’accaduto, coordinate dalla procura di Torino guidata da Giovanni Bombardieri, ipotizzano al momento il reato di devastazione, ma non si esclude che ai singoli possano essere contestati successivamente anche altri reati. Il capo della polizia, Vittorio Pisani, è arrivato lunedì mattina in Val di Susa insieme al questore di Torino, Massimo Gambino, e al prefetto, Donato Cafagna. Faranno insieme un sopralluogo sul posto con anche la premier Giorgia Meloni e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

Caos Italia: Pirlo non sarà il ct della Nazionale, Maldini può lasciare

Dopo il rifiuto di Pep Guardiola, il direttore tecnico Paolo Maldini e il suo consulente Leonardo avevano puntato su Andrea Pirlo come ct dell’Italia. Un’investitura che non aveva entusiasmato gli appassionati di pallone, visto il curriculum da allenatore dell’ex centrocampista di Milan e Juventus. Poi sono arrivate le “ombre russe”, con relative polemiche: stamattina Pirlo ha annunciato con una storia su Instagram «di aver appreso di non essere più il candidato alla panchina della Nazionale italiana».

Caos Italia: Pirlo non sarà il ct della Nazionale, Maldini può lasciare
La storia pubblicata da Andrea Pirlo su Instagram.

Le parole di Pirlo dopo le critiche per i legami con la Russia

Dopo giorni di polemiche riguardanti il ruolo di global brand ambassador della principale piattaforma russa di scommesse sportive Fonbet, ricoperto da ottobre del 2025 e che di recente lo ha portato anche a partecipare a un evento a Mosca, Pirlo nella serata del 26 luglio aveva rotto il silenzio sui social. «Nel corso della mia carriera, prima da calciatore e oggi da allenatore, ho sempre svolto la mia attività nel pieno rispetto delle leggi dei Paesi in cui ho lavorato e dei contratti che ho sottoscritto», ha dichiarato, aggiungendo poi che la sua collaborazione con Fonbet «è esclusivamente di natura commerciale e sportiva».

Prima di ringraziare Maldini e Leonardo per la stima e fiducia dimostrata (facendo dunque intendere che non sarà lui il ct), Pirlo ha inoltre scritto: «Attribuire a tale collaborazione un significato politico significa attribuirmi convinzioni che non ho mai espresso e che non mi appartengono». E poi: «Attribuire a tale collaborazione un significato politico significa attribuirmi convinzioni che non ho mai espresso e che non mi appartengono. L’amore per l’Italia non dipende da un incarico. Fa parte della mia storia, della mia identità e continuerà ad accompagnarmi, sempre».

Caos Italia: Pirlo non sarà il ct della Nazionale, Maldini può lasciare
Andrea Pirlo (Imagoeconomica).

Saltato l’accordo con Pirlo, Maldini potrebbe decidere di dimettersi

Il presidente della Figc Giovanni Malagò aveva delegato a Maldini la scelta del nuovo commissario tecnico della Nazionale, riuscendo così a convincere l’ex calciatore e dirigente del Milan – inizialmente reticente – ad assumere l’incarico di direttore tecnico azzurro. Venuto meno l’accordo con Pirlo, Maldini (che ha intrecciato il suo destino a quello dell’ex compagno di squadra) potrebbe addirittura annunciare le dimissioni. Martedì 28 luglio è in programma un Consiglio federale, a cui si contava di arrivare con il nome del nuovo commissario tecnico dell’Italia: l’annuncio a questo punto sarà rimandato. Saltato Pirlo, restano in corsa i due grandi ex Roberto Mancini e Antonio Conte, con il primo favorito sul secondo.

LEGGI ANCHE: I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa

Andrea Castanini direttore ad interim del Secolo XIX

Resta aperta la partita per la direzione del Secolo XIX. Dopo la separazione tra MSC, la società che controlla l’editore Blu Media, e il direttore Michele Brambilla, la direzione è stata affidata ad interim ad Andrea Castanini, come riporta Primo Canale. La scelta del nuovo vertice del giornale è osservata con attenzione non solo dal mondo dell’informazione, ma anche dalla politica e dagli ambienti economici liguri – anche perché arriva dopo mesi di tensioni tra il Secolo XIX e il presidente della Regione Marco Bucci. Nelle ultime settimane sono circolati i nomi di Mario Sechi, di Luca Ubaldeschi, ma anche quelli del giornalista del Corriere della Sera Marco Imarisio. Per ora, però, da Ginevra non è arrivata alcuna decisione.

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita

Nella semiotica del potere i pranzi hanno una duplice funzione. Una secondaria: mangiare perché, parafrasando Battiato, bisogna pur che lo stomaco esulti. E una primaria: farsi vedere. Quello della scorsa settimana alla romana trattoria Stendhal, in Galleria Sordi, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Da una parte della tavola, Enrico Mentana, dall’altra Mirja Cartia d’Asero, amministratrice delegata di Gedi, la casa editrice di Repubblica. Siamo a pochi passi da Palazzo Chigi e dal Transatlantico. Il ristorante, che ha una convenzione con la Rai, è molto frequentato dai suoi giornalisti. Se l’obiettivo fosse stato quello della discrezione, la scelta del luogo sarebbe stata quantomeno opinabile. Naturalmente nessuno dei due commensali si è soffermato più di tanto sul menù, essendo ben altro l’argomento in agenda. 

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita
Mirja Carta d’Asero (Imagoeconomica).

Il tira e molla con La7 e la tentazione Kyriakou

Mentana infatti ha il contratto con La7 in scadenza a fine anno. È vero: ogni rinnovo del direttore del TgLa7 assomiglia a una partita di poker. Lui fa ammuina, rilancia, Urbano Cairo aspetta, gli osservatori scommettono dividendosi tra divorzio e continuazione del matrimonio. Finora, dopo plateali tira e molla, è sempre arrivata la fumata bianca. Mentana resta al timone della sua creatura, il patron di La7 tira un sospiro di sollievo. Va avanti così da sempre, un copione che gli addetti ai lavori conoscono a memoria. Ma in questo caso, a differenza del passato, una differenza c’è. Per la prima volta dopo 15 anni Mentana ha un’alternativa credibile. E, soprattutto, un editore deciso a convincerlo. Theo Kyriakou, il nuovo proprietario di Gedi, non ha mai nascosto di voler costruire un gruppo multimediale molto più aggressivo di quello ereditato dagli Agnelli. E il tassello fondamentale del progetto sarebbe una televisione all news sul modello della Cnn, un’ambizione che il magnate greco racconta come se gli studi fossero già in piedi, e mancasse solo il taglio del nastro. Per costruire una televisione, però, servono i mattoni, ovvero i soldi. E quelli, pare, ci sono già. Ci vuole anche tempo, ma non troppo, vista la determinazione con cui il greco si muove. Quello che serve è soprattutto un volto. E in Italia, piaccia o no, il volto dell’informazione televisiva continua a essere quello di Mentana, l’unico one man show in grado di costruire il giocattolo e portarlo al successo. Lo ha fatto col Tg5, poi con Tg La7, non si vede perché non possa ancora replicare.  

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita
Enrico Mentana e Urbano Cairo (Imagoeconomica).

Sul piatto ci sarebbe anche la direzione di Repubblica

L’idea che circola con sempre maggiore insistenza è quella di affidargli non soltanto la nuova all news, ma anche la direzione di Repubblica, almeno nella fase di transizione in cui il quotidiano resterà dentro il perimetro Gedi perché si sa che Kyriakou la passione per la carta non l’ha mai avuta. Un doppio incarico che trasformerebbe Mentana nel vero architrave editoriale del nuovo corso. È anche alla luce di questo scenario che acquista un significato diverso la scelta di affidare la direzione del quotidiano a Stefano Cappellini soltanto ad interim. Non necessariamente un ripiego. Piuttosto una soluzione che consente all’editore di aspettare senza scoprire troppo le carte. Se Mentana accettasse la sfida, Cappellini potrebbe diventare il suo uomo di fiducia, magari con un ruolo da condirettore operativo, lasciando al nuovo arrivato il compito di imprimere la linea e il peso politico del giornale. Anche alcuni dettagli, che presi singolarmente sembravano semplici coincidenze, finiscono così per assumere un’altra luce. Le recenti critiche di Mentana alla sua rete, descritta come troppo schierata contro Giorgia Meloni. L’assenza alla presentazione dei nuovi palinsesti lo scorso 8 luglio. E un rinnovo di contratto che, nonostante qualche abboccamento, continua a non arrivare. 

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita
Enrico Mentana (Imagoeconomica).

Nel dubbio Cairo ha pre-allertato Floris

Naturalmente Cairo non è tipo da arrendersi senza combattere. Sa perfettamente quanto Mentana rappresenti il marchio identitario della sua televisione. Il suo addio significherebbe perdere, insieme ad ascolti e riconoscibilità, quel patrimonio di credibilità che anche gli avversari gli riconoscono. Non un dettaglio. Nel dubbio, però, Urbano ha pre-allertato Giovanni Floris, conduttore di punta considerato all’interno l’unico in grado di succedere al direttorissimo. Non una riserva qualunque: è il nome che Cairo tiene pronto per il giorno in cui Mentana varcasse davvero la soglia di Gedi. Dopo aver reinventato il telegiornale di La7 e averlo reso uno dei protagonisti dell’informazione generalista, a 71 anni potrebbe essere tentato dall’ultima grande avventura professionale. Costruire qualcosa di nuovo, invece di limitarsi a presidiare ciò che già esiste. Se l’incontro alla trattoria Stendhal ha sortito qualcosa, lo capiremo dopo l’estate. Se invece era soltanto un pranzo, resta la curiosità di sapere che cosa c’era nel piatto. 

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita
Giovanni Floris (Imagoeconomica).

Cinema: Tutta la saga di Spaceballs fino al 2148

Tutta la saga di Spaceballs fino al 2148

Alla ComicCon di San Diego Marvel, DC, Star Wars annunciano i loro piani per il futuro. Ma ora c'è un nuovo concorrente sulla piazza, che non è da meno: SpaceBalls!

Chi non ha visto, e magari si è emozionato, con quei bei cartelloni che soprattutto la Disney prepara per gli eventi come la ComicCon per annunciare i propri piani per il futuro. Piani che spesso vanno in là anche di molti anni. Come quelli della Marvel, con loghi dei prossimi film che appaiono su fondo nero, le varie "fasi" che si concludono e ne cominciano di nuove. E così Star Wars, DC, Avatar. Ma ora c'è un nuovo concorrente a cui fare spazio: SpaceBalls! Dopo l'annuncio del nuovo film, dal titolo SpaceBalls: The New One, che uscirà nell'aprile del... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Cinema - 27 luglio 2026 - articolo di S*

Televisione: Ecco il primo trailer di Neuromancer, la serie tv tratta dal romanzo di William Gibson

Ecco il primo trailer di Neuromancer, la serie tv tratta dal romanzo di William Gibson

“Basata sul romanzo che ha definito un genere”, il 22 gennaio 2027 arriverà su Apple TV la serie tratta da Neuromante. C'è il trailer.

Neuromante è considerato il romanzo germinale del genere cyberpunk, dal quale poi sono arrivati altri fenomeni che hanno avuto enorme influenza come Matrix che ha praticamente dato il via a un nuovo modo di fare cinema, a Snow Crash che ha creato i mondi virtuali poi imitati a più riprese nel mondo reale. C'è molta attesa quindi per la serie tv di cui si parla già da una ventina d'anni e che nel 2024 ha cominciato a concretizzarsi sotto la guida di Graham Roland. Nel cast Callum Turner nella parte di Case, Briana Middleton in quella di Molly, e poi Mark... - Leggi l'articolo

 

SERIE TV - Televisione - 27 luglio 2026 - articolo di S*

Televisione: Prime Video presenta il trailer di Blade Runner 2099

Prime Video presenta il trailer di Blade Runner 2099

Uscirà a novembre la serie ispirata al film tratto da Philip Dick, prodotta da Ridley Scott.

Sarà un inverno decisamente cyberpunk, il prossimo: a gennaio del 2027 arriverà la serie tratta da Neuromante, ma già a novembre avremo, su Prime Video, la serie Blade Runner 2099, sequel – ma a distanza di mezzo secolo – di Blade Runner 2049, a sua volta sequito del capolavoro Blade Runner. Nel 2099 la guerra tra umani e replicanti c'è già stata, e abbiamo perso: ora sono i replicanti la specie dominante. Creata da Silka Luisa, prodotta da Ridley Scott, la serie vede nel cast Michelle Yeoh nella parte di un Blade Runner replicante e Hunter... - Leggi l'articolo

 

SERIE TV - Televisione - 27 luglio 2026 - articolo di S*

Fantascienza.com: Delos Science Fiction 278: alla scoperta del Solarpunk

Delos Science Fiction 278: alla scoperta del Solarpunk

Che cos'è il solarpunk? E quali sono le sue caratteristiche? Ne parliamo nello speciale della rivista, dove troverete anche servizi su Spider-Man: Brand New Day, Supergirl, Star Trek: Godshock e la musica degli Iron Maiden. 

Il solarpunk si è affermato negli ultimi anni, sia a livello internazionale sia in Italia, come una delle “voci” più interessanti della speculative fiction. Si tratta di una fantascienza che guarda a un futuro positivo, sostenibile dal punto di vista energetico, sicuramente ecologico, ma che guarda a inclusione sociale e un’economia basata sul riciclo di cose, piuttosto che sul consumismo sfrenato, come a valori essenziali. A questo filone della science fiction è dedicato il numero 278 di Delos Science Fiction. Lo speciale è formato da un... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Fantascienza.com - 27 luglio 2026 - articolo di Carmine Treanni

Perché la rivincita di Pietro Tatarella può essere utile al centrodestra milanese

Al centrodestra non basta un buon candidato per riaprire la partita di Milano. Servirebbe qualcosa di simile a una svolta storica. Nella raffica di nomi avanzati e poi bruciati in questi anni spicca quello di Pietro Tatarella, protagonista di una vicenda umana toccante e possibile chiave di volta per una politica sterile, che da 15 anni non riesce a toccare palla nella “capitale economica” del Paese.

Una carriera politica travolta dalla giustizia

Tatarella dice a Lettera43: «La politica deve tornare a giocare il suo ruolo, senza delegarlo ai civici». La sua è una passionaccia autentica, che lo ha spinto a ritornare in campo contro il parere della moglie Miriam, che peraltro aveva le sue buone ragioni. La loro famiglia è stata travolta da una vicenda giudiziaria nel 2019, quando Pietro, allora consigliere comunale di Forza Italia, era in piena campagna elettorale per entrare al parlamento europeo.

Perché la rivincita di Pietro Tatarella può essere utile al centrodestra milanese
Pietro Tatarella a processo (foto Imagoeconomica).

Sei mesi di carcere, i domiciliari e poi l’assoluzione

Nell’inchiesta “Mensa dei poveri” è stato accusato di corruzione e per lui sono scattate le manette: sei mesi di carcere, più i domiciliari e persino l’umiliazione di essere fotografato coi ferri ai polsi all’uscita dell’aula di tribunale, contro le norme di legge. Solo dopo sette anni di calvario, oggi suo figlio maggiore Enea può finalmente dire che papà è risultato innocente. Intanto, però, l’ex enfant prodige dei berlusconiani si è ritrovato con una carriera politica bruciata, 20 centesimi sul conto corrente e la necessità di ricominciare dalla falegnameria del padre.

Perché la rivincita di Pietro Tatarella può essere utile al centrodestra milanese
Pietro Tatarella nel 2012 (foto Imagoeconomica).

La motivazione dell’assoluzione ha spazzato via ogni dubbio sulla sua condotta nei rapporti con gli imprenditori finiti nel mirino dei magistrati. Un’esperienza che lo ha profondamente segnato, al punto da chiamare il secondo figlio Zeno, come il suo compagno di cella.

Solidarietà a sinistra, sciacallaggio dagli “amici”

Tatarella è ripartito proprio dal tema della giustizia, schierandosi per il Sì al referendum attraverso la forza della sua esperienza personale. Nonostante la sconfitta, la campagna ha riacceso quella fiammella che fin da ragazzo brucia nel cuore del «ragazzaccio di Baggio», come amichevolmente lo chiamavano in Forza Italia.

Perché la rivincita di Pietro Tatarella può essere utile al centrodestra milanese
Pietro Tatarella vicino a Letizia Moratti durante la prima seduta del Consiglio comunale con la nuova giunta Pisapia a Palazzo Marino nel 2011 (foto Ansa).

Oggi non ha più tessere di partito. Per affrontare al meglio le accuse, si era infatti dimesso da tutto e poi non ha più sentito il bisogno di tornare organico. Comprensibile che non scalpitasse dalla voglia di rientrare in un ambiente nel quale non tutti si sono comportati in modo corretto con lui. Molto più signorile l’atteggiamento garantista di avversari politici come Mirko Mazzali (ex Sinistra ecologia libertà), Elisabetta Strada (civici), Alessandro Giungi e Pietro Bussolati (Partito democratico), nel segno di una stima trasversale sia personale sia politica maturata da tempo. Da destra gli è arrivata la solidarietà di Marco Osnato (Fratelli d’Italia), che più volte lo è andato a trovare in carcere, mentre qualcuno ha persino brindato alla caduta in disgrazia del competitor interno, radicatissimo sul territorio.

Perché la rivincita di Pietro Tatarella può essere utile al centrodestra milanese
Pietro Bussolati (foto Imagoeconomica).

Il suo slogan che ricorda quello grillino…

Pur essendo fuori da Forza Italia, nel ritorno in campo Tatarella fa riferimento alle sue radici politiche. Lo slogan che ha adottato è “Non lasceremo indietro nessuno”, ispirato al suo mentore Silvio Berlusconi (ma non ricordategli che fu anche il mantra di Beppe Grillo per le campagne elettorali del Movimento 5 stelle): un modo per sottolineare l’ampliamento della forbice tra ceti agiati e deboli, un tema che la sinistra in tre mandati ha faticato a gestire. «Il carcere mi ha insegnato che ci si può trovare improvvisamente in uno stato di grave fragilità: bisogna quindi riconoscere ai cittadini il diritto di essere fragili. E aiutarli».

Perché la rivincita di Pietro Tatarella può essere utile al centrodestra milanese
L’ex esponente di Forza Italia, Pietro Tatarella, al suo arrivo alla conferenza stampa durante la quale ha annunciato la sua candidatura a sindaco di Milano con lo slogan: “Non lasceremo indietro nessuno” (foto Ansa).

Sul tema di San Vittore, che qualcuno vorrebbe trasferire fuori città, non ha dubbi: «Capisco che l’area faccia gola sul piano urbanistico, ma il carcere deve rimanere lì, come monito. Certo, la situazione al suo interno è quella che tutti conosciamo, drammatica, e quindi dobbiamo spingere sul ministero perché intervenga».

Niente muro contro muro con l’attuale maggioranza

Abilmente, Tatarella vuole evitare il muro contro muro con l’attuale maggioranza. Su San Siro, praticamente sotto casa sua, dice: «Pur essendo un romantico come molti altri tifosi, credo che sia stata fatta l’unica cosa possibile e che il Comune, al netto dell’inchiesta in corso, abbia cercato di ottenere il massimo vantaggio per la città. Semmai non è stata presa in considerazione la mancanza di un’area idonea per i concerti all’aperto e quello che è successo all’ippodromo La Maura in occasione del concerto di Bad Bunny evidenzia nettamente il problema. Bisognava pensarci».

Perché la rivincita di Pietro Tatarella può essere utile al centrodestra milanese
Lo stadio “Giuseppe Meazza” (Imagoeconomica).

Anche sulle ciclabili, contestatissime da molti esponenti della sua area, Tatarella sceglie un profilo molto equilibrato: «Un centrodestra moderno non può ignorare che la città sta cambiando. Tanti milanesi usano queste piste, come per esempio quella di via Monte Rosa, che funziona bene. Opponiamoci a quelle fatte male, ma senza atteggiamenti ideologici e radicalità».

La profezia su Sala, quando era solo “Mister Expo”

E la questione sicurezza? «Punto molto sulla tecnologia: mettere in Rete le telecamere può essere di grande aiuto. Non dobbiamo limitarci agli slogan, ma dare una chiara percezione della voglia di combattere il degrado e l’impunità». A suo avviso, Beppe Sala è andato meglio nel primo mandato, mentre nel secondo ha pagato dazio a un Consiglio comunale «ingovernabile». Che “Mister Expo” potesse fare bene lui lo aveva capito prima di molti altri. Nel 2015, quando si ventilava la sua candidatura, lo propose per l’Ambrogino d’oro descrivendolo come «un grande manager di centrodestra».

Perché la rivincita di Pietro Tatarella può essere utile al centrodestra milanese
Beppe Sala, sindaco di Milano (Ansa).

Lo scopo era ovviamente quello di bruciarlo, perché, confidava agli amici, «questo è davvero bravo: se a sinistra puntano su di lui, ce lo teniamo per 10 anni». Infatti. A suo avviso, però, il sindaco dovrebbe fare migliore uso dei consiglieri delegati: «Oltre ai 12 assessori, se ci sono consiglieri competenti e radicati sul territorio bisogna sfruttarne le capacità al meglio. Sarei persino disponibile a concedere una delega a un consigliere di opposizione, per lavorare insieme sulla città. Perché no?».

La strizzata d’occhio ai riformisti

Profondo conoscitore delle dinamiche di Palazzo Marino, Tatarella sceglierebbe il direttore generale all’interno della pianta organica: «Per ora non faccio nomi, ma dico che la macchina comunale è molto complessa e che per gestirla al meglio ci vuole qualcuno che già la conosca». L’attuale Consiglio incide molto poco e la sua soluzione sta nell’alzare il livello, attraverso la formulazione di «liste competitive, per stimolare una vera corsa interna ai partiti e portare avanti i più meritevoli. Ci vuole un programma serio e accoglierei con piacere la proposta di Carlo Cottarelli di indicare le coperture economiche». L’apertura ai centristi non si ferma qui: «In questi anni ho apprezzato molto la capacità di Carlo Calenda di coinvolgere i giovani. Un accordo con Azione? Credo che siano decisamente più vicini alle mie idee che a quelle di Pierfrancesco Majorino!».

Perché la rivincita di Pietro Tatarella può essere utile al centrodestra milanese
Pietro Tatarella nel 2018 (foto Imagoeconomica).

Difficile vincere, ma la destra riuscirà almeno a giocare la partita?

La strada verso le elezioni è ancora lunga. Se nel centrosinistra c’è un’agguerrita concorrenza interna, nel centrodestra regna la più totale incertezza. Non si tratta “solo” di scegliere il candidato, ma anche la postura che si vuole assumere nei confronti della città che un tempo era un proprio feudo mentre oggi sembra off limits. Può darsi che Tatarella non sia la scelta finale della coalizione. Se anche lo fosse, vincere sarebbe molto complicato. Ma un conto è perdere e un altro è dare la sensazione di non essere nemmeno in partita. Il 43enne Tatarella potrebbe rappresentare un’occasione per dire alla città che il centrodestra è ancora vivo – cosa che farebbe bene al dibattito generale – e che può guardare al futuro con la concreta possibilità di riemergere. Lui, d’altronde, lo ha già fatto nella vita personale. La politica ha la possibilità di seguirne le orme.

Film e serie: crollano le produzioni ad alto budget, resistono solo Rai e Netflix

Ormai è un mantra che tutti i produttori di serialità e di film in Italia ripetono da un paio di anni: c’è incertezza sulle nuove regole del tax credit e dei finanziamenti pubblici all’audiovisivo, e le produzioni tagliano i budget, bloccano o rinviano le riprese, in attesa di tempi migliori. Lo spiegano i vertici di Rai, quando sottolineano che «su 100 ore di prodotti scripted in Italia, 74 sono Rai, con un peso crescente (erano 71 ore un anno fa, ndr) che dimostra la scarsa salute del settore, incapace di allargarsi ad altri committenti, siano essi broadcaster o piattaforme streaming». Lo ribadiscono gli amministratori di Medusa film, casa di produzione e distribuzione di Mfe-Mediaset, quando affermano che «permangono incertezze del quadro normativo in tema incentivi fiscali, ed è una situazione che spinge i produttori a rinviare l’inizio delle riprese di film. Questo potrebbe comportare una carenza generalizzata di prodotto italiano nell’ultimo trimestre del 2026 e nel primo semestre 2027».

Film e serie: crollano le produzioni ad alto budget, resistono solo Rai e Netflix
(foto di Erik McLean via Unsplash).

Calano le produzioni con budget importanti

Basta dare un’occhiata alla tabella pubblicata dalla Direzione generale cinema audiovisivo del ministero della Cultura, quella aggiornata quotidianamente e che riporta tutte le serie e i film che chiedono sostegno pubblico e che quindi devono esplicitare i costi produttivi, per comprendere come la crisi, in realtà, sia già iniziata. Con poche produzioni da budget importanti (abbiamo considerato quelle dai sei milioni di euro in su), e dove gli unici soggetti che continuano a investire in maniera solida sono Rai e Netflix.

Nel 2026 la Rai ha una decina di serie oltre i 6 milioni

Nel 2026 Rai ha una decina di serie oltre i sei milioni di euro: la settima stagione di Rocco Schiavone (9,5 milioni per un totale di sei ore e 40 minuti di prodotto); L’ombra (dei Manetti Bros., otto ore e 20 minuti di prodotto per 9,6 milioni di euro); Mamma, non mamma (con Gabriella Pession, sei ore e 40 minuti di prodotto per 9,2 milioni di euro); One of us (con Raoul Bova, sei ore e 40 minuti per 7,7 milioni di euro); la seconda stagione di Stucky (con Giuseppe Battiston, sei ore e 30 minuti di prodotto per 7,5 milioni di euro); la quinta stagione di Makari (sei ore e 40 minuti per 9,4 milioni di euro); Ogni santo martedì, sei ore e 40 minuti con costi di produzione pari a 8,2 milioni di euro; la miniserie L’invisibile, per 8,3 milioni di euro; la seconda stagione di Libera (cinque ore per 6,1 milioni di euro); Una piccola formalità (cinque ore per 6,7 milioni di euro).

Film e serie: crollano le produzioni ad alto budget, resistono solo Rai e Netflix
Marco Giallini durante il photocall della serie Rocco Schiavone (Ansa).

Netflix si ferma a cinque, tra serie e film

La piattaforma di streaming per il 2026 ha al momento solo cinque produzioni seriali originali o film importanti in Italia: Troppo invidiosa (con Diana Del Bufalo, tre ore e 20 minuti per 8,1 milioni di euro); The Label (con Christina De Sica, cinque ore per 12,6 milioni); Suburramaxima (cinque ore per 14,4 milioni di euro).

E poi due film: La valanga, sulla tragedia di Rigopiano, con un budget di rilievo, 17,2 milioni di costi produttivi; e Campioni (con Alessandro Gassmann, 8,2 milioni). Poca roba per gli altri broadcaster: Sky, nel 2026, ha in programma la serie Gucci-Fine dei giochi (di Gabriele Muccino, sei ore per 18 milioni di euro); e la seconda stagione di Piedone, tre film per un totale di quattro ore e 30 minuti con costi produttivi di 9,9 milioni di euro. Mediaset è ferma alla terza stagione di Viola come il mare (dieci ore per 12,74 milioni di euro). Prime Video al film Masterplan da 19,3 milioni. Hbo Max alla miniserie Melania. Il caso Rea-Parolisi (tre ore e 33 minuti per nove milioni di euro).

Anche il cinema non se la passa bene

Ma che il vento sia cambiato emerge anche dai film italiani per il cinema incasellati nell’anno 2026: addio alle produzioni oltre i 20 milioni di euro (c’è solo Cambiare l’acqua ai fiori, ma si tratta di una co-produzione internazionale), e pochissime quelle che superano i 10 milioni: Un tranquillo funerale di famiglia (regia di Massimiliano Bruno) ha costi produttivi di 7,3 milioni di euro; Petrichor, con Valeria Golino, 15,3 mln; Gaza- Linea di difesa (con Stefano Accorsi) 7,4 mln; Nessun dolore (regia di Gianni Amelio) sei milioni; Regina (di Margaret Mazzantini) 6,5 milioni di euro; Me, You, sette milioni; La casa in fiamme 7,3 milioni; Cuore nero (di Emanuele Crialese) otto milioni; Il rumore delle cose nuove 9,7 milioni; il già citato Cambiare l’acqua ai fiori 21,3 mln; e, infine, Succederà questa notte (di Nanni Moretti) con costi produttivi di 13,4 milioni di euro.

Film e serie: crollano le produzioni ad alto budget, resistono solo Rai e Netflix
Nanni Moretti (Ansa).

Perché nell’era Meloni la maternità è scomparsa dal dibattito pubblico?

Negli anni di governo della mujer y madre Giorgia Meloni, un battibecco molto spiacevole tra Gigi Marzullo e Francesca Fagnani ci riporta a terra. E fa riaffiorare una domanda che forse non è così scontata: perché la maternità è improvvisamente sparita dal dibattito pubblico?

La battaglia contro la Gpa di cui non si parlapiù

Eppure della difesa delle donne, e in particolare modo delle madri, questo governo ha fatto una bandiera. In primo luogo, a livello ideologico, con il muro eretto attorno a una idea di figura ben precisa. La maggioranza di centrodestra ha iniziato la legislatura con la tutela della madre biologica, attraverso la legge che ha reso la gestazione per altri un reato universale. Una normativa pienamente in vigore dal 2024 che prevede la reclusione da tre mesi a due anni, oltre a una multa fino a un milione di euro. Ma la cui applicabilità è sostanzialmente ‘sospesa’ per le difficoltà che comporterebbe punire penalmente condotte perfettamente lecite e regolamentate in altri ordinamenti, oltre a sollevare dubbi sulla illegittimità di incriminare un genitore per aver formato una famiglia. Ma la legge Varchi (dal nome dell’esponente di FdI, Carolina Varchi) è sospesa anche dalla discussione pubblica, se ne parla raramente come se non fosse mai stata approvata. Una sorta di rimozione collettiva dell’argomento che riguarda invece molte famiglie che hanno fatto ricorso a queste pratiche affrontando viaggi, costosi e impegnativi a livello psicologico, in altri Stati o continenti.

Perché nell’era Meloni la maternità è scomparsa dal dibattito pubblico?
Carolina Varchi (Imagoeconomica).

Gli hater contro Chiara Tagliaferri e Nicola Lagioia

Ha riaperto il dibattito un libro autobiografico di Chiara Tagliaferri, Arkansas, che racconta l’esperienza nello Stato Usa, dove è nata, grazie a un’«alleanza tra tre donne» (Chiara, la donatrice e la gestante), la figlioletta avuta con il marito Nicola Lagioia.

Ma basta leggere i commenti agli articoli di riviste e quotidiani al libro di Tagliaferri per capire che l’assenza di un dibattito, serio e alto, sul tema non è un problema da trascurare. La maggior parte dei critici della scelta della Gpa accusa la coppia di aver agito con egoismo, accusandola di non aver scelto di aiutare un bambino bisognoso con l’adozione.

Perché nell’era Meloni la maternità è scomparsa dal dibattito pubblico?
Nicola Lagioia e Chiara Tagliaferri (da youtube).

Anche Benedetta Rossi finisce nel tritacarne

Ma altrettanto commentata è stata la scelta di adottare, annunciata dalla più nota Benedetta Rossi e dal marito. La celebre influencer dei fornelli ha diffuso una sua foto all’aeroporto in partenza per il «viaggio più bello della vita»: ovvero verso le due sorelline che entreranno a far parte della loro famiglia. E anche lì, sono arrivate migliaia di critiche. Chi ha apprezzato la scelta, ha lodato il buon cuore di Benedetta, come se l’adozione fosse un gesto caritatevole nei confronti di una umanità bisognosa e non l’atto di costruzione di una famiglia. I critici e gli hater, invece, hanno insinuato che avessero “pagato” le bambine, ignorando il percorso di controllo articolato cui bisogna sottoporsi per l’adozione internazionale in Italia. Insomma, il tema interessa molto e ci sarebbe tanto da dire. Per esempio, per quanto riguarda le adozioni internazionali questo governo ha cercato di tamponare la discesa drammatica delle richieste, approvando rimborsi cospicui per chi ha adottato nel 2024 e nel 2025.

Meloni in missione con Ginevra, ma tutti zitti

Ma anche l’essere madre in una società in cui le donne sono sempre più impegnate a livello professionale è un tema che non sembra più conquistare un posto degno nel dibattito pubblico. Meloni porta molto spesso con sé la figlia quando è costretta a essere assente per più giorni in missioni intercontinentali. Ma la premier intende mantenere questa sua dimensione molto privata, non ama che se ne parli. E i giornali evitano proprio di riportare là notizia, che comunque ha un suo senso sociale, sociologico e politico, anche solo di esempio. Non si parla neanche di questo.

Perché nell’era Meloni la maternità è scomparsa dal dibattito pubblico?
Giorgia Meloni (Ansa).

Manca una riflessione politica sul tema della maternità

E così ci troviamo impreparati davanti alla domanda indelicata di Marzullo, il “signore della notte”, a Francesca, la “belva della tv”. «Non hai avuto un figlio per scelta o per motivi medici?». Una domanda che non andrebbe posta neanche Sottovoce, caro Marzullo. Ma non perché siamo nel 2026, come lamenta Fagnani. Non va fatta e basta perché non sai mai il vissuto che risveglia in una donna che non ha avuto figli una richiesta del genere. E quindi tanta solidarietà alla belva che si è sentita ferita e ha giustamente replicato. Poi però uno si riascolta bene la risposta di Fagnani, e torna a pensare che è sempre più urgente una riflessione sul significato ‘politico’ (nel senso faucaultiano del termine) dell’esperienza della maternità. «Mi manca un figlio? Non ho la prova del contrario, non avendo figli non ho vissuto quell’esperienza. Mi manca qualcosa che non conosco? Non lo so. È una gioia immensa che non ho vissuto? Sicuramente», dice Fagnani prima di aggiungere: «Penso che la maternità si esplichi in mille modi diversi: con gli amici, con la famiglia, con i cani…». Per il Donald Winnicott, la maternità non è solo cura fisica, ma la capacità di farsi ambiente accogliente e protettivo. Questo permette al bambino, che sperimenta una dipendenza assoluta, di strutturare il proprio sé attraverso l’esperienza di essere compreso e contenuto dall’altro. È esperienza e accoglienza dell’altro. Un rapporto complesso tra essere umani. Ecco, non pensiamo che per “altro”, Winnicot avesse in mente un, seppur delizioso, cavalier king.

Perché nell’era Meloni la maternità è scomparsa dal dibattito pubblico?
Francesca Fagnani (Imageconomica).

Kimi K3 e la via cinese all’IA: la nuova sfida al primato americano

C’è stato il momento DeepSeek. Ora è giunto il momento Kimi K3, altro potenziale momento spartiacque nella competizione sull’intelligenza artificiale tra Stati Uniti e Cina. Si tratta del nuovo modello sviluppato dalla startup cinese Moonshot AI che, nel giro di pochi giorni, ha rimesso in discussione la convinzione di Silicon Valley che il vantaggio americano sull’IA fosse ormai destinato ad ampliarsi. I benchmark raccontano una storia diversa. Nei test di programmazione, ragionamento e utilizzo come agente autonomo, Kimi K3 compete e in alcuni casi supera modelli statunitensi come Claude Fable di Anthropic, mantenendo costi inferiori e soprattutto una caratteristica destinata a pesare ben oltre la dimensione tecnologica: è un modello open-weight, cioè distribuito con i propri pesi e quindi scaricabile, modificabile e riutilizzabile da ricercatori e aziende di tutto il mondo. Un elemento che ne amplifica enormemente la diffusione e che rappresenta l’ennesimo segnale di due modelli opposti di sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Kimi K3 e la via cinese all’IA: la nuova sfida al primato americano
Il logo di Kimi K3.

Perché Kimi K3 riesce a competere con i modelli occidentali più avanzati

Moonshot AI incarna bene la nuova generazione dell’ecosistema cinese. Fondata nel 2023 da Yang Zhilin, ricercatore formatosi alla Carnegie Mellon University, ha raccolto oltre 5,5 miliardi di dollari da investitori come Alibaba, Meituan e China Mobile, raggiungendo valutazioni vicine ai 30 miliardi e preparando una possibile quotazione a Hong Kong. La crescita è stata così rapida che, pochi giorni dopo il lancio di Kimi K3, la società ha dovuto sospendere temporaneamente le nuove sottoscrizioni a pagamento: la domanda aveva saturato la capacità di calcolo disponibile, segno che il vero collo di bottiglia dell’IA contemporanea è soprattutto la disponibilità di infrastrutture per farli funzionare. Dal punto di vista tecnico Kimi K3 è un sistema imponente con 2.800 miliardi di parametri, con un’architettura nella quale soltanto una parte della Rete viene attivata per ciascuna richiesta. È una soluzione che permette di aumentare enormemente la capacità del modello mantenendo relativamente contenuti i costi di inferenza. Il sistema è stato progettato soprattutto per compiti di programmazione, ragionamento complesso e utilizzo “agentico”, cioè per orchestrare autonomamente sequenze di operazioni, richiamare strumenti esterni e svolgere attività articolate. Proprio questa specializzazione rende Kimi particolarmente competitivo rispetto ai modelli occidentali più avanzati, ma anche molto più costosi da servire su larga scala, tanto da richiedere enormi risorse computazionali.

Kimi K3 e la via cinese all’IA: la nuova sfida al primato americano
Yang Zhilin, fondatore di Moonshot (da Youtube).

Xi usa l’IA come leva geopolitica

Il successo di Kimi K3 arriva in un momento altamente simbolico. Il modello è stato presentato negli stessi giorni della World Artificial Intelligence Conference (WAIC) di Shanghai, dove Xi Jinping è intervenuto personalmente per la prima volta, trasformando quello che fino a poco tempo fa era soprattutto un appuntamento industriale in un palcoscenico politico. Il presidente cinese ha presentato l’intelligenza artificiale come un bene pubblico globale, proponendo una governance internazionale alternativa a quella dominata dagli Stati Uniti e annunciando la nascita della World Artificial Intelligence Cooperation Organization (WAICO), una nuova organizzazione internazionale con sede a Shanghai cui hanno aderito 29 Paesi, tra cui Russia, Pakistan, Indonesia, Brasile ed Etiopia. Parallelamente, Pechino ha promesso migliaia di programmi di formazione sull’IA per i Paesi in via di sviluppo e nuovi centri di cooperazione con ASEAN, BRICS, Unione Africana e altri organismi multilaterali.

Kimi K3 e la via cinese all’IA: la nuova sfida al primato americano
Xi Jinping all’apertura della World AI Conference di Shanghai (Ansa).

Condivisione vs chiusura: il modello cinese sfida quello Usa

La coincidenza temporale tra il lancio di Kimi e il discorso di Xi non sembra casuale. Da tempo la leadership cinese sostiene una strategia fondata sull’idea di «apertura e condivisione» delle tecnologie di intelligenza artificiale. Non significa necessariamente open source in senso stretto, ma una più ampia disponibilità di modelli, strumenti e standard tecnologici rispetto all’approccio prevalentemente chiuso adottato dai grandi laboratori americani. La scommessa è che rendere accessibile l’IA favorisca la diffusione industriale della tecnologia, rafforzi l’influenza internazionale della Cina e consolidi un ecosistema globale alternativo a quello statunitense. È una strategia coerente con il vantaggio competitivo cinese, che si poggia sulla possibilità di produrre su scala e sull’enorme capacità di integrare rapidamente l’intelligenza artificiale a manifattura, robotica, servizi pubblici e piattaforme digitali, generando una quantità di dati difficilmente replicabile altrove.

Le accuse della Casa Bianca e di Nvidia a Moonshot

Proprio questo cambio di paradigma spiega la crescente preoccupazione americana. La Casa Bianca ha accusato Moonshot di avere addestrato Kimi K3 attraverso pratiche di distillazione dei modelli più avanzati di Anthropic e di aver aggirato i controlli all’esportazione utilizzando server Nvidia Blackwell collocati in Thailandia. Finora, le accuse non sono state accompagnate da prove pubbliche definitive. Anche OpenAI ha riconosciuto che Kimi è «un ottimo modello», pur dichiarando che è ancora troppo presto per stabilire se vi sia stato un utilizzo improprio delle proprie tecnologie. Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, ha addirittura difeso i modelli aperti, sostenendo che la loro trasparenza ne aumenta la sicurezza perché consente alla comunità scientifica di analizzarli e migliorarli.

Kimi K3 e la via cinese all’IA: la nuova sfida al primato americano
Il ceo di Nvidia Jensen Huang (foto Ansa).

Pechino e la trincea della sicurezza nazionale

Non è però detto che l’apertura regga per sempre. Finché i modelli restano relativamente gestibili, Pechino ha tutto l’interesse a promuovere apertura e diffusione globale. Ma cosa accadrà quando un laboratorio cinese svilupperà un sistema ritenuto davvero strategico, capace di automatizzare attacchi informatici, accelerare la ricerca militare o modificare gli equilibri geopolitici? Secondo alcune indiscrezioni, le autorità starebbero pensando a una stretta che preveda una fase di valutazione preventiva e rilascio selettivo o addirittura un controllo diretto dello Stato. Di fatto, sacrificando parte dell’apertura in nome della sicurezza nazionale. «L’uomo saggio si adatta ai cambiamenti», ha d’altronde detto Xi in chiusura del suo intervento al WAIC.

Kimi K3 e la via cinese all’IA: la nuova sfida al primato americano
Xi Jinping (Ansa).

Gli Stati Uniti mantengono il vantaggio, ma il gap si riduce

È però prematuro concludere che la Cina abbia ormai superato gli Stati Uniti. Washington mantiene ancora un vantaggio enorme negli investimenti privati, nei data center, nella disponibilità di chip avanzati e nella capacità di distribuire servizi IA su scala globale. Lo stesso fondatore di DeepSeek ha recentemente riconosciuto che il principale divario tra i due Paesi resta la disponibilità di potenza di calcolo. In ogni caso, Kimi K3 dimostra che i controlli americani sulle esportazioni di semiconduttori non hanno impedito ai laboratori cinesi di avvicinarsi rapidamente alla frontiera tecnologica. Se fino a poco tempo fa si riteneva che il gap fosse destinato ad allargarsi, oggi la sensazione è opposta: la distanza continua a ridursi.

Editoria: Il Solarpunk italiano approda su Urania: intervista a Franco Ricciardiello

Il Solarpunk italiano approda su Urania: intervista a Franco Ricciardiello

Lo scrittore piemontese ci racconta la genesi dell'antologia che ha curato per la collana mondadoriana.

di Carmine Treanni

Franco Ricciardiello non è solo uno dei più apprezzati scrittori italiani di speculative fiction, ma è anche quel che si dice un instancabile animatore culturale. Nato a Vercelli nel 1961, scrive e pubblica fantascienza dal 1981. Ha pubblicato due romanzi su Urania, Ai margini del caos, vincitore del premio Urania nel 1998 uscito anche in Francia da Flammarion, e Radio aliena Hasselblad, nel 2002. Suoi racconti sono in tutte le principali riviste italiane e in molte antologie. Recentemente si è dedicato anche a scrivere gialli, vincendo premi come Orme Gialle, il Gran Giallo Città di Cattolica per i racconti e il premio Delitto d'Autore. Ma è conosciuto per essere anche uno dei fondatori del gruppo Solarpunk Italia, insieme... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Editoria - 26 luglio 2026 - articolo di Carmine Treanni

Contaminazioni: Da qualche parte nel tempo: la fantascienza degli Iron Maiden

Da qualche parte nel tempo: la fantascienza degli Iron Maiden

L’heavy metal fantascientifico della band britannica.

di Andrea Pelliccia

Somewhere In Time  Settembre 1986: nei negozi di dischi di tutto il mondo esce Somewhere in Time, sesto album in studio degli Iron Maiden. La copertina, disegnata come di consueto da Derek Riggs, è una delle più iconiche della storia del rock: Eddie, la storica mascotte degli Iron Maiden, è diventato un cyborg. Se ne sta in piedi in una città notturna senza nome, pistola laser in pugno, occhio artificiale che scruta l'orizzonte, componenti meccaniche integrate nella carne come se la tecnologia avesse colonizzato il corpo dall'interno. Alle sue spalle si apre una metropoli al neon: grattacieli, insegne luminose, smog digitale, un UFO che passa indisturbato tra i palazzi. Un'atmosfera che odora inequivocabilmente di Blade Runner, il... - Leggi l'articolo

 

MUSICA - Contaminazioni - 26 luglio 2026 - articolo di Andrea Pelliccia

Editoria: Dall’Ecofiction al Solarpunk, quando la fantascienza incontra l’ecologia

Dall’Ecofiction al Solarpunk, quando la fantascienza incontra l’ecologia

Dune, Il giorno dei trifidi, Vento dal nulla: sono solo alcuni dei romanzi che hanno fatto la storia del filone narrativo che mescola l'ambientalismo e la speculative fiction.

di Luca Ortino e Carmine Treanni

Il diffondersi presso l’opinione pubblica di una sensibilità per i temi ecologici risale agli anni Sessanta del Novecento, ovvero agli albori dell’ecologismo (o del suo sinonimo ambientalismo), quando i rapporti tra l’uomo e la natura furono avvertiti come rilevanti, in un momento in cui molte delle principali nazioni del mondo vivevano un boom di crescita economica e sociale, con conseguente sfruttamento delle risorse naturali. Il libro della ricercatrice americana Rachel Carson Primavera silenziosa (Silent Spring, 1962), in cui venivano denunciati gli effetti nocivi dell’uso dei pesticidi in agricoltura, è spesso considerato una sorta di manifesto dell’ambientalismo proprio di quegli anni, ma molti furono gli studiosi e gli scienziati... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Editoria - 26 luglio 2026 - articolo di Luca Ortino e Carmine Treanni

Storia della fantascienza: Conan il texano – Parte prima

Conan il texano – Parte prima

Immaginario e realtà della frontiera nella creazione di un eroe cimmero.

di Paolo Bertetti

In questa nuova puntata (e nella prossima) del nostro viaggio non lineare nella Storia della Fantascienza ci permettiamo una temporanea divagazione dal nostro genere, affrontando un autore e un personaggio fantastico che sono comunque assai cari a molti lettori di science fiction. Parliamo di Robert Howard e del suo personaggio più famoso, Conan il Barbaro, che cercheremo di indagare da un punto di vista inusuale. Robert Howard (1906-1936), è uno dei massimi scrittori di narrativa pulp tra le due guerre, iniziatore dell’heroic fantasy e creatore di personaggi  fantastici molto amati come Solomon Kane, Kull di Valusia e soprattutto Conan il Barbaro. Sebbene debba la sua fama soprattutto alla sua produzione fantastica fu in realtà un poligrafo che... - Leggi l'articolo

 

Notizie - Storia della fantascienza - 26 luglio 2026 - articolo di Paolo Bertetti