Lorenzo Pacini, il volto della sinistra che spacca il Pd di Milano (e non solo)

«Il caso-Pacini? In questo momento è come la criptonite: parliamone pure, ma off the record». Le parole di un’esponente di punta dei Giovani Democratici milanesi la dicono lunga sulla tensione scatenata dalla candidatura alle primarie di Lorenzo Pacini, aspirante sindaco a soli 30 anni, sulla scia del suo modello Zohran Mamdani. Benché sia ormai diventato un personaggio di caratura nazionale, grazie alle sue frequenti apparizioni in trasmissioni di punta come Piazzapulita e La Zanzara, il controverso esponente dem per il momento è un semplice assessore del Municipio 1 (centro storico) e quindi per capire il trambusto che lo accompagna serve un breve riassunto delle puntate precedenti.

Fratelli coltelli: la rivalità con Paolo Romano

Politicamente attivo fin dai tempi del liceo Manzoni, Pacini diventa segretario regionale dei Gd e a 20 anni viene eletto consigliere di circoscrizione, dove nel secondo mandato assume anche le deleghe a Verde, Case Popolari e Lavori Pubblici. Il suo percorso è parallelo a quello del “gemello rivale” Paolo Romano, di soli 20 giorni più grande, che invece si sviluppa nel Municipio 8. Nel 2023 si candidano tutti e due alle Regionali: Romano entra in consiglio con oltre 9 mila preferenze, mentre Pacini è il primo dei non eletti. Entrambi ottengono una popolarità che va ben oltre i rispettivi incarichi istituzionali. Paolo si imbarca per Gaza con la Global Sumud Flotilla, viene sequestrato dall’esercito israeliano e, dopo giorni da incubo, torna in Italia accolto nientemeno che da Elly Schlein, che da tempi non sospetti lo stima molto. Lorenzo fa viaggi decisamente più sicuri, ma anche più frequenti, rispondendo a numerosi inviti dai circoli di tutta Italia e, appunto, dei media nazionali. Le reciproche influenze si manifestano in una vera e propria spaccatura nei Gd milanesi e lombardi, un astio noto ormai da anni a chi bazzica la politica locale. L’escalation è invece più recente.

Lorenzo Pacini, il volto della sinistra che spacca il Pd di Milano (e non solo)
Paolo Romano (Imagoeconomica).

La battaglia per le primarie

Pacini prima lancia Primarie o barbarie, un ciclo di incontri sul territorio finalizzati a invocare i gazebo per la scelta del candidato sindaco: in pratica, si intesta una battaglia che anche i Gd (e non solo) condividono in pieno. Successivamente ufficializza lui stesso la propria intenzione di presentarsi per il dopo Sala, che, in privato, gli confida di non condividere praticamente nulla delle sue esternazioni, ma di ammirarne la capacità comunicativa. Il posizionamento politico è nettamente alla sinistra del variegato fronte dem, in ambiziosa competizione col ben più noto Pierfrancesco Majorino e con la possibilità di attirare anche chi solitamente non vota Pd. Certamente ha appeal sui giovani, che partecipano a centinaia ai suoi eventi e lo seguono su Instagram (dove ha oltre 81 mila follower), ma anche su molti reduci della campagna di Pisapia un po’ più âgée, commossi nel risentire parole come «rivoluzione» e «tassazione dei ricchi». Slogan forti, soprattutto in bocca a un ragazzo di buona famiglia cresciuto in centro, cosa che qualcuno gli rinfaccia come una colpa (eppure nel Pd ci sono altri figli di papà che discettano di case popolari e politiche per l’inclusione…). Il vero problema però non sta nei contenuti: la maggior parte dei temi nella sua agenda sono perfettamente congrui con quelli dei Gd e della sinistra del Pd, anche se qualcuno – a microfoni rigorosamente spenti – sostiene che la tassazione comunale dei più ricchi non sarebbe tecnicamente realizzabile. È più una questione pre-politica e di toni, come nel caso più recente.

Lorenzo Pacini, il volto della sinistra che spacca il Pd di Milano (e non solo)
Pierfrancesco Majorino (Imagoeconomica).

La bombetta sparata a La Zanzara

L’ultima apparizione di Pacini nell’arena di Cruciani e Parenzo ha scatenato un vero putiferio, con quel richiamo ai «fucili» per combattere i fascisti che ha fatto drizzare i capelli non solo agli avversari politici, ma anche ai compagni di partito. Il centrodestra si è scatenato contro l’assessore di circoscrizione, chiedendo il ritiro delle sue deleghe per la violenza insita nelle sue parole. Lui si difende sostenendo di aver solo ribadito i valori costituzionali della resistenza antifascista, accusa i rivali di averne distorto le parole e invita a riguardare la registrazione del suo intervento.

L’idea delle destre sull’uscita di Pacini invece è già molto chiara. Nello stesso giorno, ne hanno parlato i due massimi esponenti dell’area: prima Roberto Vannacci e poi persino la premier Giorgia Meloni. Una volta si diceva «e allora il Pd?» e oggi si dice «e allora Pacini?»: è questo l’argomento che entrambi hanno usato per commentare l’indignazione sollevata dal video fatto con l’IA nel quale un Vannacci-imperatore romano condanna a morte, tra gli altri, Schlein e Conte. Per quanto l’accusa di violenza politica non sia piacevole, difficilmente il giovane rampante avrebbe potuto desiderare un regalo migliore. Neanche col migliore degli spin doctor… e per giunta gratis!

Il fuoco amico e i maldipancia dei Gd

Il caso-Pacini era peraltro già finito sulla stampa nazionale. Nello stesso giorno, Libero attacca le sue esternazioni, mentre il Giornale segnala l’incursione della polizia annonaria a una delle anguriate nelle quali incontra i propri sostenitori. Visita ovviamente stimolata da una segnalazione da qualcuno a cui l’iniziativa dà fastidio. Viene descritto come fuoco amico anche l’ordine del giorno presentato nella direzione metropolitana del Pd, finalizzato a chiedere il rispetto dello Statuto e il coinvolgimento dei circoli nella scelta delle candidature. Alcuni, anche sui giornali, ne parlano come di un attacco personale a Pacini, mentre i promotori – anch’essi rigorosamente a microfoni spenti – parlano di un generico richiamo a tutti gli iscritti che hanno fatto fughe in avanti senza una vera condivisione (leggasi Majorino e Scavuzzo). Con Pacini però pesa un pregresso che ha lasciato strascichi profondi: delle irregolarità nel tesseramento dei Gd per le quali sono stati sanzionati alcuni giovani dirigenti. Pacini non era l’unico, anzi: a fronte di sospensioni, lui se l’è cavata con un richiamo, praticamente un buffetto. Proprio questo, confidano diversi ragazzi con la maglietta arancione, ha scatenato la rabbia nei confronti del partito e la voglia di sottolineare la propria distanza dal candidato in pectore. Chi invece sta dalla sua parte, ricorda polemicamente i pesanti dissidi nei Gd nazionali, con altri protagonisti, che un anno fa ha portato Elly Schlein al clamoroso commissariamento della giovanile.

Il boomerang della demonizzazione

Lo stesso fatto che esista un fronte “anti-Pacini” ha però ottenuto il paradossale risultato di rafforzare il proprio acerrimo nemico. A spiegarlo a Lettera43 è Marco Marturano, docente di comunicazione con un lungo curriculum di campagne elettorali tra Italia e Usa (compresa la prima di Clinton). «Da sempre la demonizzazione verso un candidato è un regalo straordinario proprio per lui», spiega Marturano. «Non a caso alcuni candidati lavorano per provocare reazioni forti nei loro confronti con affermazioni e posizioni a volte consapevolmente eccessive, sperando che i social e i mass media le moltiplichino e che gli avversari sia interni sia esterni li attacchino per averle fatte. Il caso-Pacini è decisamente da manuale in questo senso. Le affermazioni consapevolmente aggressive e sopra le righe hanno generato un attacco su molti fronti, da un lato assolutamente logici e dall’altro però a suo vantaggio».

Divisivo al 100 per cento: problema o risorsa?

Alcuni esponenti di questo fronte (sempre in forma anonima) negano fermamente l’esistenza di un asse anti-Pacini e aggiungono che l’iniziativa “Per un’altra Milano”, guidata da Romano, non ha alcuna attinenza con la sua candidatura. Altri invece ammettono di aver dato un vantaggio all’avversario interno. «Ha prevalso la voglia di prendere posizione nei confronti del partito, dal quale non ci siamo sentiti tutelati nel caso tesseramenti», spiegano. «Eravamo però consapevoli del rischio di fare un favore a Lorenzo, dandogli modo di presentarsi come martire. Oggi, di fatto, lui non ha più nemmeno bisogno del Pd e potrebbe persino vincere le primarie, anche correndo contro la volontà del partito». Il cima da volemose bene che lega tanti Gd in una fratellanza di tipo scoutistico non è quindi l’unica faccia della medaglia, anzi. Sotto c’è ben altro, benché qualcuno saggiamente invochi una sorta di riconciliazione per il bene comune. L’unica cosa certa è che Pacini è un personaggio fortemente divisivo. Se diamo un’accezione negativa al termine, come solitamente si fa in politica, per lui ogni strada sarà in salita. Se invece nell’era della polarizzazione ciò può essere considerato un vantaggio, allora il giovane ribelle si è già portato molti passi avanti. Lo capiremo presto.

Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a

Abdulfatah Mujahid Al-Qahali, 47 anni, ingegnere civile, è figlio del generale Mujahid Al-Qahali, storico leader nasserista yemenita e capo tribale della confederazione Bakil, la più grande dello Yemen: oltre 10 milioni di persone e una trentina di tribù nelle regioni attorno e a nord di Sana’a.

Le accuse emiratine e l’Odissea giudiziaria

Emigrato negli Emirati nel 2001, imprenditore affermato con una fabbrica di marmo e granito a Sharjah, nel 2016 accompagnò il padre in una missione di pace ad Abu Dhabi, davanti alla leadership emiratina: la proposta era un dialogo tra tutte le parti yemenite, ospitato e patrocinato dagli stessi Emirati, per fermare la guerra iniziata con l’intervento della coalizione saudita il 26 marzo 2015. «Ma quel discorso di pace non piacque», racconta oggi a Lettera43. Il padre ripartì per lo Yemen; pochi giorni dopo, il 9 agosto 2016, furono proprio le forze speciali emiratine a prelevare Abdulfatah. L’accusa era di aver «pensato e pianificato» di inviare diesel e carburante al porto di Hodeidah. Un commercio, va detto, perfettamente legale, soggetto ad autorizzazione della stessa marina saudita ed emiratina ma mai avvenuto. «Non avevo spedito nulla. Me lo dissero in tribunale: sei qui perché pensavi. E perché tuo padre non è con noi», ricorda.

Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a
Abdulfatah Mujahid Al-Qahali (L43).

Quattro anni di detenzione prima ancora di vedere un giudice, poi una condanna a cinque anni che si sarebbe dovuta chiudere il 9 settembre 2021. La pena era scaduta ma le guardie gli ripetevano: «Non troviamo il passaporto», «non sappiamo se la causa è finita», «ti faremo uscire, adesso vediamo». Ne uscì solo a mezzanotte del 6 gennaio 2023, 16 mesi dopo la fine della pena. Ma non finì lì: per quasi altri tre anni gli Emirati lo trattennero sul loro territorio, senza sostegno economico, senza permesso di partire. La moglie e i figli, che all’inizio erano con lui negli Emirati – il figlio, con il visto scaduto, non poteva nemmeno andare a scuola – erano dovuti rientrare in Yemen: non li ha rivisti per più di nove anni. Solo il 2 novembre 2025 è atterrato a Sana’a, accolto dai festeggiamenti delle tribù di mezzo Yemen e, finalmente, dalla sua famiglia.

«Il blocco nasce dagli accordi che Riad non ha mai rispettato»

È da questa biografia che bisogna partire per capire il blocco navale contro l’Arabia Saudita annunciato nei giorni scorsi dagli houthi e quanto sia fuorviante la lettura che archivia ogni mossa di Sana’a come un ordine arrivato da Teheran, un capitolo della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele. Al-Qahali la smonta alla radice: «Questa guerra non è cominciata oggi e non c’entra nulla con la guerra irano-americana. È cominciata con l’attacco allo Yemen del 26 marzo 2015. E questo blocco nasce da una cosa sola: gli accordi che l’Arabia Saudita ha firmato e non ha mai rispettato».

Il conflitto con Riad ha una contabilità propria, fatta di impegni negoziati per anni sul canale dell’Oman – culminati nella roadmap mediata dall’Onu a fine 2023: stipendi pubblici pagati con i ricavi del petrolio, riapertura di aeroporto e porti, ripresa dell’export – e mai attuati.

«Dopo anni di negoziati in Oman, ci si era accordati: entro sei mesi la riapertura dell’aeroporto di Sana’a a tutte le compagnie e tutte le destinazioni», spiega. «Quell’aeroporto serve più di 20 milioni di persone ed è chiuso da undici anni. La gente non può uscire nemmeno per operarsi, gli studenti non possono partire. È rimasto tutto com’era».

Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a
L’annuncio degli houthi (Ansa).

I numeri dell’assedio economico

E poi ci sono i numeri dell’assedio economico, che Al-Qahali elenca uno per uno. La Banca centrale trasferita da Sana’a ad Aden. I proventi dell’export di petrolio e gas – la spina dorsale del bilancio – bloccati: «Senza quei soldi non ci sono stipendi. La gente non riceve un salario da due, tre anni. Chiedetevi come compra il cibo».

Ogni cargo diretto in Yemen deve passare da Gibuti per le ispezioni: «Lo tengono fermo uno, due mesi. Un container costava 1000, 2 mila dollari; oggi arriva a 10 mila. E tutti questi costi ricadono sui più poveri». Intanto il cibo, spesso, marcisce in attesa. Non sorprende che l’Onu classifichi lo Yemen tra le più gravi crisi umanitarie del pianeta, con oltre 22 milioni di persone bisognose di assistenza e 18,3 milioni in insicurezza alimentare acuta (OCHA, piano 2026). Le condizioni per fermare tutto, dice, sono già scritte negli accordi disattesi: riapertura di aeroporti, porti e strade interne; il rilascio dei prigionieri di guerra – «più di 20 mila persone nelle carceri, in Yemen, in Arabia Saudita, negli Emirati» – e la restituzione dei fondi trattenuti.

«Se Riad torna a firmare, tutto riapre immediatamente». Il blocco, tiene a precisare, non tocca il traffico internazionale: «Bab el-Mandeb è aperto a tutti i Paesi. È chiuso solo per le navi da e per i porti sauditi. Non vogliamo problemi con il mondo: il nostro problema è con chi ci assedia».

Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a
Lo stretto di Bab el-Mandeb.

Lo Yemen e quell’etichetta di proxy iraniano

Sull’etichetta di «proxy iraniano» che l’Occidente cuce addosso a Sana’a, Al-Qahali allarga le braccia: «Non tutti sono houthi. Nelle aree di Sana’a vivono più di 20 milioni di persone, e non tutte hanno a che fare con l’Iran. In Yemen ci sono tanti partiti e tante tribù. La gente qui vuole solo vivere: medicine, cibo, la possibilità di curarsi».

I numeri gli danno ragione: quasi tutti in Yemen appartengono a una tribù, e la sola Bakil, con i suoi oltre 10 milioni di membri, conta da sola più persone di quante il movimento houthi ne abbia mai inquadrate. È questo tessuto tribale e politico, ben più antico e più largo di quello guidato da Ansar Allah, a reggere la tenuta di Sana’a dopo 11 anni di conflitto. E alla domanda se lo Yemen andrà alla guerra contro sauditi ed emiratini, rovescia la prospettiva: «Chiedete prima chi ha cominciato. Non siamo andati noi ad attaccarli: sono entrati loro nel nostro Paese, senza alcun mandato delle Nazioni Unite e senza che nessun governo li avesse chiamati. Noi non vogliamo un’altra guerra. Se firmano, riaprono e lasciano lo Yemen, sarà un bene per loro e per noi: dobbiamo essere buoni vicini».

Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a
Una protesta contro l’Arabia Saudita a Sana’a (Ansa).

L’Europa si ricorda dello Yemen «solo quando si ferma il petrolio»

C’è un messaggio, infine, per l’Italia e per l’Europa, «che dello Yemen si ricordano solo quando si ferma il petrolio»: «Con voi non abbiamo alcun problema: siete nostri amici, e Bab el-Mandeb per voi è aperto. Ma aiutateci: fate da partner, con le Nazioni Unite, con Londra e Washington. Se l’Europa si impegna, tutti vedranno qual è il vero problema dello Yemen e chi lo ha creato».

Parla già da uomo politico, Al-Qahali. E infatti l’annuncio arriva: lo farà con il partito di suo padre, il Tanzim al-Tashih, raccogliendone l’eredità nasserista. Il progetto è quello che descrive con le parole semplici di chi ha visto il fondo: «Un futuro migliore per la nostra gente, istruzione, buone condizioni per tutti, buone relazioni con il mondo. L’Europa è la nostra migliore amica, da sempre». Da quando c’erano i romani… Sorride: «Da allora».

Dall’estero: Addio a Kaylee Hottle, la giovane attrice di Godzilla e Kong – Il nuovo impero

Addio a Kaylee Hottle, la giovane attrice di Godzilla e Kong – Il nuovo impero

Aveva interpretato Jia, la ragazzina che comunica con King Kong con il linguaggio dei segni. 

È scomparsa a soli 19 anni Kaylee Hottle, l'attrice sorda che è stata protagonista delle pellicole Godzilla vs. Kong (2017) e Godzilla e Kong – Il nuovo impero (2021). Interpretava Jia, una ragazzina che riusciva a comunicare, attraverso il linguaggio dei segni, con King Kong.  A darne notizia il padre Joshua Hottle al sito TMZ, specificando che la figlia è rimasta coinvolta in un grave incidente automobilistico nel Meryland. Secondo una prima ricostruzione, la Hottle era a bordo di una Honda Accord del 1995 che è uscita fuori di strada, finendo in... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Dall'estero - 22 luglio 2026 - articolo di Carmine Treanni

Dall’estero: Neill Blomkamp presenta un corto creato interamente con l’IA

Neill Blomkamp presenta un corto creato interamente con l'IA

Dopo gli Oats Studios dedicati ai corti d'autore, il regista crea i Barley Studios dedicati ai corti d'AItore

Dopo George Lucas, anche Neill Blomkamp è pronto ad affrontare l'opinione pubblica schierandosi a favore dell'uso delle Intelligenze Artificiali nell'industria cinematografica. Guarda il video: NIGHTBORNE — A Neill Blomkamp Sci-Fi Film. Fully AI (4K) Il regista di District 9, Elysium e Humandroid, infatti, ha presentato al pubblico il suo progetto più recente, un corto realizzato utilizzando Seedance 2.0, accolto sui social con la prevedibile dose di ironia e sdegno (grazie per averci dimostrato che persino nelle mani  di un regista affermato, l'AI slop è... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Dall'estero - 22 luglio 2026 - articolo di Angela Bernardoni

Lo scudo penale e il cinismo di Piantedosi per giustificare l’impunità dei poliziotti

Durante un afoso lunedì sera, al Tg1 delle 20, la giornalista parlamentare Maria D’Elia ha intervistato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Gli ha fatto una domanda sullo scudo penale, applicato per la prima volta ai due poliziotti che, a Bologna, sono stati protagonisti del fermo di un cittadino marocchino in stato di alterazione psicofisica e che è morto mentre cercavano di ammanettarlo. Questa, letterale, è stata la risposta del ministro: «Non è uno scudo penale, è una giusta collocazione di un caso all’interno di un’iscrizione in un registro apposito, voluto da una legge recente approvata dal governo Meloni, di persone che sembrano aver partecipato a un fatto in presenza di una causa di giustificazione».

Non è un’assoluzione, ma qualcosa di addirittura più comodo

Tradotto per gli spettatori del Tg1 che stavano addentando lo spaghetto e che sono rimasti con la forchetta a mezz’aria. Abderrahim Fakir, 42 anni, marocchino, è morto a Bologna il 19 luglio dopo un intervento della polizia. Due agenti lo hanno bloccato a terra, quattro operatori del 118, volontari, non sono intervenuti. C’è un video di cinque minuti con urla, richieste di aiuto, poi il silenzio. La procura, invece di iscrivere i sei nel registro degli indagati, li ha iscritti in un registro nuovo – il modello 45 bis – pensato per chi ha «probabilmente» agito con una causa di giustificazione. Non indagati: «annotati». È la prima applicazione in Italia del cosiddetto scudo penale, previsto dal decreto sicurezza voluto da Lega e centrodestra: se un poliziotto usa la forza in servizio e sembra esserci una giustificazione, l’impunità comincia prima ancora che un giudice l’abbia stabilita. Non è un’assoluzione, ma qualcosa di addirittura più comodo: la cancellazione di un qualsiasi eventuale processo.

Piantedosi l’ha chiamata «giusta collocazione». È la sua cifra stilistica da super burocrate: si prende un fatto scomodo e lo si infila dentro una scatola lessicale oscura per renderlo innocuo. E così non si tratta di uno scudo, ma di «un registro». Chi dovrebbe essere indagato aveva la sua «causa di giustificazione» che, naturalmente, stabilisce lui stesso.

Lo scudo penale e il cinismo di Piantedosi per giustificare l’impunità dei poliziotti
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi con dei poliziotti (foto Imagoeconomica).

Come se gli agenti non avessero mai dato occasione per dubitare di loro

Due parole su questo ministro che si è presentato in giacca e cravatta, voce piana, dispiacere di rito per la famiglia ma, subito dopo, non ha fatto mancare l’avvertimento minaccioso a chi ha «espressioni pregiudizialmente contrarie alle forze di polizia»: chi dubita o vorrebbe un processo che accertasse i fatti non ha fiducia nelle forze dell’ordine, dunque dubitare è già una colpa. Come se la categoria degli agenti di sicurezza non avesse mai dato occasione per sollevare ombre sul suo operato. Il caso di Rogoredo, con il bravo poliziotto che ammazzò uno spacciatore col quale pare fosse colluso, è solo l’ultimo di una lunga serie in cui non si possono non citare Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Riccardo Magherini.

Lo scudo penale e il cinismo di Piantedosi per giustificare l’impunità dei poliziotti
Abderrahim Mansouri e Carmelo Cinturrino, vittima e assassino reo confesso di Rogoredo (Ansa).

È la stessa mossa retorica che la destra usa sempre: spostare l’attenzione, distogliendola dalla vittima. Almeno Piantedosi non è come Matteo Salvini, non si mette la felpa “Io sto coi poliziotti” e non ha nemmeno bisogno della spavalderia di Roberto Vannacci. Ci tiene al suo mestiere amministrativo che per lui vuol dire prendere una (presunta) violenza di Stato e trasformarla in procedura.

Lo scudo penale e il cinismo di Piantedosi per giustificare l’impunità dei poliziotti
La campagna “Io sto col poliziotto” della Lega.

Fakir chiedeva aiuto mentre veniva tenuto a terra. Il ministro, davanti alle telecamere, ha parlato di «grande tragedia» con la stessa voce con cui annuncerebbe una circolare. Gestisce con imperturbabile cinismo linguistico il dolore altrui, che riduce a una riga qualsiasi del suo bilancio giuridico.

Lo scudo penale e il cinismo di Piantedosi per giustificare l’impunità dei poliziotti
Nel riquadro, Abderrahim Fakir (Ansa).

Fakir chiedeva aiuto: non gli è arrivato

Uno scudo che non si chiama scudo, secondo lui, protegge di più e nessuno si può indignare contro un «registro» e una «causa di giustificazione». Fakir, quello vero, non quello iscritto nel modello 45 bis, chiedeva aiuto: non gli è arrivato. La domanda della giornalista D’Elia era semplice. Ma evidentemente, per Piantedosi, è stato meglio rispondere in modo che nessuno capisse.

Inchiesta Equalize, chiesto il rinvio a giudizio per 74 indagati

La procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per 74 degli 81 indagati nella maxi inchiesta Equalize su dossieraggi e accessi abusivi alle banche dati delle forze dell’ordine. Tra loro figurano Leonardo Maria Del Vecchio, il banchiere Matteo Arpe, il fratello di Filippo Tortu, Giacomo, manager di multinazionali e vari avvocati di diversi studi legali internazionali che si sarebbero rivolti alla società per svolgere controlli attraverso pratiche ritenute illecite a persone di loro interesse. Ad aprile i pm milanesi avevano già chiesto il processo per Enrico Pazzali, che sarebbe stato a capo dell’associazione per delinquere, e altre 13 persone (tecnici informatici e appartenenti alle forze dell’ordine) accusati di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati informatici, come l’accesso abusivo a banche dati sensibili come lo Sdi, Serpico e Punto Fisco. Sono oltre 832 in totale le persone offese, presunte vittime degli spionaggi, tra cui Ricky Tognazzi, Alex Britti, Selvaggia Lucarelli, Fabrizio Corona, Marcell Jacobs (lo spionaggio sarebbe stato commissionato dal fratello del compagno di staffetta Tortu), Stefano Boeri e Paolo Scaroni. Questa seconda richiesta di rinvio a giudizio sarà valutata da un gup, dopo essere stata riunita alla prima tranche. L’inizio dell’udienza preliminare dovrebbe essere a ottobre.

De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo

Nel giornalismo c’è gente che va e gente che viene. Anzi, per la precisione gente che ritorna. In via del Tritone, quartier generale del gruppo Caltagirone, gli spifferi non mancano: «Per un Rosario Dimito che se ne va, c’è un Osvaldo De Paolini pronto a rientrare alla base», si sente dire. Dimito, come anticipato da Lettera43, lascia il quotidiano romano e dal primo settembre va a La Stampa del nuovo corso Sae come vicedirettore vicario. Mentre De Paolini che fa? Lui è rimasto nel cuore dell’ingegnere Francesco Gaetano Caltagirone, che ne ha sempre apprezzato la passione per il lavoro. Dopo anni con Calta era passato agli Angelucci. Ma adesso è arrivato l’addio a il Giornale, anche per colpa di confronti accesi proprio con l’editore e di quell’indigesto approdo di Lirio Abbate. Adesso ad attenderlo quale ruolo ci sarà? Le testate del gruppo sono diverse: oltre a Il Messaggero non dimentichiamo Il Mattino e Il Gazzettino

De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo
De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo
De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo
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De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo
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Ebook: Tempesta, il secondo libro del Montecristo Project

Tempesta, il secondo libro del Montecristo Project

Dopo quattro anni dall'uscita di La prima colonia prosegue la saga tecnologica di Edoardo Volpi Kellermann

Sono passati quattro anni dall'uscita del primo volume della serie, La prima colonia. Quattro anni passati a scrivere il libro ma anche un po' in ritardi nostri, dovuti anche alla difficoltà di preparare l'edizione ebook e cartacea di un libro complesso, “aumentato”, contenente una “wiki” interna. Una saga tecnologica centrata sull'avvento della AGI, della intelligenza artificiale generale; un argomento sul quale negli ultimi quattro anni in effetti nel mondo reale è successo di tutto. Speriamo che quando uscirà il terzo e conclusivo romanzo... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Ebook - 21 luglio 2026 - articolo di S*

Editoria: Ecco Robot 105, sette racconti su identità e sopravvivenza

Ecco Robot 105, sette racconti su identità e sopravvivenza

Sono Alaya Dawn Johnson e Rati Mehrotra le due autrici internazionali di questo numero, con due dei migliori racconti pubblicati lo scorso anno. E poi Mecenero, Del Popolo Riolo, Del Piano e il vincitore del Premio Robot Antioco Abis.

Un nuovo numero di Robot è sempre un piccolo evento e crediamo lo sia anche questa volta. Le due autrici internazionali, poco note in Italia e tutte da scoprire, propongono due eccezionali racconti, tra i migliori pubblicati l'anno scorso sul mercato americano. Si affianco alcuni tra i migliori autori e autrici italiani e il vincitore del Premio Robot. Robot 105di Silvio SosioRacconti di Alaya Dawn Johnson, Rati Mehrotra, Antonella Mecenero, Davide Del Popolo Riolo, Roberto Del Piano e il vincitore del Premio Robot Antioco Abis. Articoli sugli alieni più alieni, il capitalismo di... - Leggi l'articolo

 

Notizie - Editoria - 21 luglio 2026 - articolo di S*

Cinema: Ecco il primo trailer di Avengers: Doomsday

Ecco il primo trailer di Avengers: Doomsday

Il nuovo capitolo della saga cinematografica Marvel arriverà al cinema il prossimo dicembre

Per combattere l'apocalisse servirà un miracolo e Avengers: Doomsday sembra averne in serbo più di uno. Il nuovo film del Marvel Cinematic Universe, in arrivo nei cinema statunitensi il prossimo 18 dicembre, mostra nel primo trailer i supereroi del multiverso fare fronte comune contro il nemico più temibile mai affrontato dagli Avengers.  Guarda il video: Avengers: Doomsday | Official Trailer Diretto da Anthony e Joe Russo, il trentanovesimo film del MCU vede l'ingresso degli X-Men nel gruppo di supereroi cinematografici e il ritorno del primo Avenger,... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Cinema - 21 luglio 2026 - articolo di Angela Bernardoni

Editoria: Ecco Robot 105, sette racconti su identità e sopravvivenza

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Sono Alaya Dawn Johnson e Rati Mehrotra le due autrici internazionali di questo numero, con due dei migliori racconti pubblicati lo scorso anno. E poi Mecenero, Del Popolo Riolo, Del Piano e il vincitore del Premio Robot Antioco Abis.

Un nuovo numero di Robot è sempre un piccolo evento e crediamo lo sia anche questa volta. Le due autrici internazionali, poco note in Italia e tutte da scoprire, propongono due eccezionali racconti, tra i migliori pubblicati l'anno scorso sul mercato americano. Si affianco alcuni tra i migliori autori e autrici italiani e il vincitore del Premio Robot. Robot 105di Silvio SosioRacconti di Alaya Dawn Johnson, Rati Mehrotra, Antonella Mecenero, Davide Del Popolo Riolo, Roberto Del Piano e il vincitore del Premio Robot Antioco Abis. Articoli sugli alieni più alieni, il capitalismo di... - Leggi l'articolo

 

Notizie - Editoria - 21 luglio 2026 - articolo di S*

Editoria: Dalla new wave a oggi: la storia della fantascienza letteraria

Dalla new wave a oggi: la storia della fantascienza letteraria

Abbiamo segnalato giorni fa il primo volume, ma il secondo volume della Storia della fantascienza letteraria di Giuseppe Candela è già in uscita

Dopo il primo volume, intitolato Storia della fantascienza letteraria. Dall’antichità alla Golden Age. Edizione Illustrata, uscito a giugno, ecco il secondo e conclusivo. Giuseppe Candela prende da dove aveva lasciato e racconta la storia della fantascienza fino a oggi. La quarta di copertina Dalla rivoluzione della New Wave agli orizzonti ancora in divenire della fantascienza contemporanea, questo volume racconta oltre mezzo secolo di idee, visioni e trasformazioni che hanno cambiato per sempre il volto della narrativa d’immaginazione. Attraverso un percorso... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Editoria - 20 luglio 2026 - articolo di S*

Cinema: Zack Snyder ci crede ancora

Zack Snyder ci crede ancora

Nel giorni scorsi ha postato su Instagram un messaggio piuttosto criptico con Henry Cavill nei panni di Superman

Quando Steppenwolf cade, la speranza risorge. Così ha scritto Zack Snyder su Instagram in questi giorni, aggiungendo un'immagine di Henry Cavill con la tuta nera del Superman di Justice League e gli occhi infiammati di rosso. I fan di Snyder non hanno avuto dubbi sull'interpretazione del messaggio. Steppenwolf, che è un supercattivo del mondo di Superman, è plausibilmente la nuova gestione dei DC Studios, capitanata da James Gunn. Il quale è “caduto”, nel senso che ha ricevuto una brutta batosta col flop al botteghino del suo secondo film,... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Cinema - 20 luglio 2026 - articolo di S*

Il meglio: Fantascienza.com, il meglio della settimana dell’Odissea

Fantascienza.com, il meglio della settimana dell'Odissea

L'addio a Sam Neill, la trama di Spaceballs: The New One, l'arrivo di The Odyssey, gli ospiti di Stranimondi, George Lucas e la AI nella settimana di Fantascienza.com

A giudicare da quello che si legge sui social, praticamente nessuno andrà a vedere The Odyssey, il nuovo film di Christopher Nolan basato sul poema omerico. Il motivo? La scarsa bianchezza delle braccia di Elena. Una realtà che curiosamente non trova riscontro nei siti di prenotazione dei biglietti dei cinema dove, a quanto sembra, se si prova solo ora a cercare un posto che permetta di vedere lo schermo non proprio di profilo o da dietro una colonna bisogna rassegnarsi a non vedere il film prima di un paio di settimane. Nemmeno fosse l'appuntamento per una colonscopia! Noi,... - Leggi l'articolo

 

Notizie - Il meglio - 19 luglio 2026 - articolo di S*

Short Movie: Missione nel futuro

Missione nel futuro

Un uomo viene inviato nel futuro per una missione che potrebbe salvare la specie umana

Tra tutti i corti che abbiamo pubblicato fino a oggi, quello che proponiamo oggi ha forse il primato del titolo più assurdo: Somnolence, “sonnolenza”, che secondo la definizione che viene data nel film significherebbe “Uno stato di sonno profondo, in cui il cervello non reagisce a stimoli esterni; il corpo, indipendentemente dal ritmo circadiano“. Non sappiamo da dove venga questa definizione (tutti i dizionari inglesi danno, come ci si aspetterebbe, “uno stato di forte desiderio di dormire” o simili); il tutto ha un rapporto abbastanza vago con... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Short Movie - 18 luglio 2026 - articolo di S*

Appuntamenti: Stranimondi 2026: Ada Palmer e Jonáš Zbořil ospiti insieme a Walton e RJ Baker

Stranimondi 2026: Ada Palmer e Jonáš Zbořil ospiti insieme a Walton e RJ Baker

Altri due ospiti annunciati: Ada Palmer, storica e scrittrice, autrice del ciclo di fantascienza Terra Ignota finalista al premio Hugo come miglior serie, e Jonáš Zbořil, scrittore ceco, poeta e giornalista, è venuto recentemente alla ribalta nella narrativa col romanzo Flora.

Dopo gli annunci di RJ Baker e Jo Walton altri due ospiti sono stati presentati dal comitato organizzatore di Stranimondi 2026. Ada Palmer è storica e scrittrice, professoressa associata presso il Dipartimento di Storia dell'Università di Chicago, dove si occupa di storia del pensiero radicale, censura e ateismo dal Rinascimento all'età digitale. È autrice del ciclo di fantascienza Terra Ignota (quattro volumi, a partire da Too Like the Lightning), finalista al premio Hugo come miglior serie, e del saggio Inventing the Renaissance:... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Appuntamenti - 17 luglio 2026 - articolo di S*

Editoria: Dall’antichità alla Golden Age: ecco la storia della fantascienza letteraria

Dall’antichità alla Golden Age: ecco la storia della fantascienza letteraria

Prima di Amazing Stories, prima di Verne e Wells: Giuseppe Candela racconta la storia della fantascienza cercandone le origini nella letteratura.

Dalla pagina Fantascienza Book Club che fa un ottimo lavoro di ricerca e segnalazione delle uscite veniamo a sapere dell'arrivo, lo scorso mese, di questo interessante saggio edito da Odoya sulla storia della fantascienza. Una storia che non parte da Amazing Stories o da Verne, Wells o Mary Shelley, ma da ben più indietro, andando a cercare le origini dei temi di questo genere in Thomas More, Keplero, Cyrano de Bergerac. La quarta di copertina Questa è la prima storia della fantascienza letteraria pubblicata in lingua italiana che ripercorre in modo organico le origini... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Editoria - 16 luglio 2026 - articolo di S*

Dall’estero: George Lucas è entusiasta delle IA: “sono il futuro!”

George Lucas è entusiasta delle IA: `sono il futuro!`

Il regista va controcorrente e sottolinea i pregi e le possibilità della nuova tecnologia

Aver fatto la storia del cinema significa anche non aver paura di esprimere le proprie idee, anche quando queste sono controverse rispetto al sentire comune. Forte della sua carriera (e dei suoi 82 anni), George Lucas ha recentemente affermato di non demonizzare l'uso di intelligenze artificiali nel suo campo di lavoro, ma che, anzi, le IA rendono molto più facile fare film. Nel corso di una lunga intervista rilasciata a A Rabbit's Foot, il creatore di Star Wars ha affermato: È un po’ come stare qui seduti e dire: "Beh, credo che il cavallo e il calesse siano il... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Dall'estero - 16 luglio 2026 - articolo di Angela Bernardoni

Il bando del governo Usa per finanziare gruppi europei filo-MAGA

Il Dipartimento di Stato americano ha pubblicato online bandi per sovvenzioni da 1 a 3 milioni di dollari per progetto destinati a think tank, organizzazioni non governative e istituti di educazione europei che promuovono i valori conservatori cari all’Amministrazione Trump: dalla difesa della sovranità nazionale alla lotta contro la censura online, fino al contrasto all’immigrazione. Il denaro verrà distribuito a due o tre beneficiari: in tutto, il Dipartimento di Stato è pronto a stanziare 5 milioni a favore dei gruppi europei allineati con il movimento MAGA.

Il dito puntato contro gli Stati e le istituzioni sovranazionali

Nel bando si legge che i governi e le istituzioni sovranazionali europee si stanno usando leggi contro l’incitamento all’odio e norme sui contenuti online per sopprimere la libertà di parola e la partecipazione politica dei cittadini. I fondi messi a disposizione da Washington per i gruppi che strizzano l’occhio all’agenda “America First” si inseriscono in un più ampio sforzo da parte dei funzionari a stelle e strisce di contestare le politiche europee in materia di libertà di espressione online e sovranità nazionale. Secondo il Financial Times, che cita alcune fonti, le sovvenzioni del Dipartimento di Stato per diffondere i “valori americani” rientrano nelle celebrazioni per il 250esimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America.

Hormuz, perché il pedaggio di Trump era una tassa folle e impossibile

Partiamo da dove siamo rimasti, cioè dal distributore sotto casa. Benzina a 1,88 euro al litro e in salita da nove giorni, perché il 3 luglio il governo ha lasciato scadere il taglio delle accise senza dire una parola. Tempismo perfetto: proprio mentre il Brent sfondava gli 85 dollari, più 10 per cento in una settimana, sull’ennesima fiammata dello Stretto di Hormuz. Da quel braccio di mare, prima della guerra, passava un quinto del petrolio mondiale. Oggi il traffico si è quasi fermato: sei transiti in 12 ore, contro i 18-22 al giorno di inizio mese. E Teheran punta i piedi: lo stretto resterà chiuso fino a che non cesseranno le aggressioni degli Usa.

L’ultima trovata di Trump e l’imbarazzo di Rubio

Ed è qui che lunedì Donald Trump ha piazzato la sua ultima trovata con tradizionale retromarcia. Su Truth Social si è autoproclamato, maiuscole sue, «GUARDIANO DELLO STRETTO DI HORMUZ», annunciando il ritorno del blocco navale contro l’Iran. E siccome ogni guardiano che si rispetti presenta la parcella, eccola: il 20 per cento del valore di ogni carico in transito, «per una questione di EQUITÀ». Venti giorni fa il suo segretario di Stato, Marco Rubio, spiegava che «a nessun Paese è permesso far pagare pedaggi o commissioni su una rotta internazionale, lo dice il diritto internazionale». Lo diceva contro Teheran. Il suo presidente ha tentato di fare esattamente ciò che Rubio bollava come illegale, e Lula, da San Paolo, gli ha ricordato il nome tecnico dell’operazione: «Questo una volta si chiamava pirateria».

Hormuz, perché il pedaggio di Trump era una tassa folle e impossibile
Marco Rubio (Imagoeconomica).

Un precedente rischioso

A Teheran, ovviamente, hanno brindato. Il ministro degli Esteri Araghchi ha risposto su X con un sarcasmo che vale un trattato: «Il presidente degli Stati Uniti ha assolutamente ragione. Chiunque fornisca un passaggio sicuro alle navi dev’essere compensato. L’Iran è sempre stato il guardiano dello stretto e lo resterà per sempre. Il 20 per cento è ovviamente troppo: noi saremo corretti». Tradotto: Washington ha appena legittimato la tesi iraniana del pedaggio.

L’Organizzazione marittima internazionale ha ribadito che «non esiste alcuna base legale per pedaggi obbligatori in uno stretto internazionale», ma il precedente rischiava di essere fissato e valere per chiunque controlli un collo di bottiglia: la Russia nell’Artico, la Cina intorno a Taiwan, la Turchia sul Bosforo.

Colpo di TACO: niente pedaggio ma accordi con il Golfo

La retromarcia, puntuale, è arrivata 25 ore dopo, poco prima dell’entrata in vigore della tassa: niente più pedaggio, ha annunciato Trump, ma «accordi commerciali e di investimento» che i Paesi del Golfo faranno negli Stati Uniti. «Enormi», naturalmente. Quali, non è dato sapere. Anche perché Emirati, Arabia Saudita e Qatar avevano già promesso a Washington, prima della guerra, qualcosa come 3.600 miliardi di dollari di investimenti. Karen Young, della Columbia University, l’ha definita «più sceneggiata che strategia, un modo per salvare la faccia». Resta il concetto, che è identico: chi protegge incassa. Prima in contanti, ora in natura. E il blocco navale sui traffici iraniani, quello, parte lo stesso.

Hormuz, perché il pedaggio di Trump era una tassa folle e impossibile
Donald Trump e Mohammed bin Zayed (Ansa).

I conti dell’armatore

Ma lasciamo per un attumo la geopolitica per fare i conti come li fa chi una nave la deve far passare davvero. Chi spedisce merce via mare assicura il carico al 110 per cento del valore, per coprire anche le perdite conseguenti. Prima della guerra il premio war-risk per Hormuz era una frazione di punto percentuale; oggi viaggia tra il 2 e il 6 per cento del valore della nave, con il 5 che sta diventando la nuova normalità. Già così è uno shock. Il pedaggio di Trump, però, giocava in un altro campionato: il 20 per cento del valore del carico supera il margine commerciale di quasi qualunque merce. Non è un costo che si assicura o si spalma sul nolo: è la chiusura commerciale della rotta travestita da tariffa. Ecco perché è morto in 25 ore: non c’era armatore al mondo disposto a pagarlo. E in cambio di quale protezione, poi? Il collaudo c’è già stato ed è finito malissimo. Lunedì due petroliere degli Emirati, la al-Bahiya e la Mombasa, hanno attraversato lo stretto scortate dalle navi da guerra americane. I missili dei Pasdaran le hanno colpite lo stesso, in acque omanite: un marittimo indiano morto, otto feriti, incendi a bordo. Un servizio di sicurezza che costa il 20 per cento e non ferma nemmeno un missile: neanche le organizzazioni a cui questo schema somiglia osano tanto. Le compagnie di navigazione, che non leggono i tweet ma le polizze, avevano già deciso: si sta alla larga.

Hormuz, perché il pedaggio di Trump era una tassa folle e impossibile
Petroliera nello stretto di Hormuz (Ansa).

Il nodo energetico e le ricadute economiche

Dal mare alle nostre tasche il passo è breve. I noli container sono esplosi: più 75 per cento dalla Cina alla costa Est americana, più 51 verso il Nord Europa, più 45 verso il Mediterraneo. Per un Paese come l’Italia, che importa materie prime e riesporta manufatti, la logistica morde due volte, all’andata e al ritorno. E il gas non aiuta: il Ttf resta sopra i livelli di febbraio per il quarto mese consecutivo, il che significa bollette che non scendono proprio mentre i consumi delle famiglie si stanno già restringendo. Il capo economista della Bce, Philip Lane, ha già avvertito che i rincari energetici non si sono ancora scaricati del tutto su alimentari e servizi. Figuriamoci quelli nuovi. La Banca d’Italia lo ha scritto nero su bianco: se l’energia continua a salire, crescita zero nel 2026 e recessione nel 2027. Mentre il dibattito pubblico italiano si avvita sulla riforma della legge elettorale e sull’emergenza sicurezza, l’emergenza vera viaggia su una petroliera che non parte: bollette, carrello, cassa integrazione. Il verdetto arriva il 10 agosto, con il dato Istat sulla produzione di giugno. Sotto l’ombrellone, come da tradizione. Quando la chiameranno «crisi imprevedibile», ricordatevi che era stata scritta in questi giorni.

Ponte Morandi, dopo otto anni Autostrade per l’Italia rompe il silenzio

Alla vigilia della sentenza per il crollo del ponte Morandi e a quasi otto anni dal disastro avvenuto il 14 agosto 2018, costato la vita a 43 persone, Autostrade per l’Italia – che da allora ha cambiato management – ha finalmente rotto il silenzio. Il Corriere della Sera ha infatti pubblicato una lettera aperta firmata dall’attuale amministratore delegato Arrigo Giana, in cui si legge: «Le azioni e le scelte di alcuni hanno lasciato ferite indelebili, quindi porgere oggi quelle scuse non fatte ieri è una nostra esigenza morale che va al di là dell’accertamento delle responsabilità e del corso della giustizia verso la verità».

Ponte Morandi, dopo otto anni Autostrade per l’Italia rompe il silenzio
Arrigo Giana (Imagoeconomica).

Nella lettera, Giana ricorda lo sgomento di quel giorno: «Ero uno dei milioni di cittadini che si trovava attonito davanti agli schermi della televisione, dove scorrevano le drammatiche immagini di quella tragedia che si stava consumando a Genova». E poi: «Nel tempo che seguì il crollo del ponte Morandi, continuavo a domandarmi come fosse stato possibile non chiedere immediatamente scusa per quanto era successo».

Ponte Morandi, dopo otto anni Autostrade per l’Italia rompe il silenzio
Parenti delle vittime durante un’udienza per il crollo del ponte Morandi (Imagoeconomica).

Giana: «Abbiamo lo stesso desiderio di verità dei familiari delle vittime»

Giana sottolinea poi che Autostrade per l’Italia non è la stessa di allora. Oggi infatti c’è «una nuova gestione, con nuovi dirigenti che lavorano giorno per giorno per monitorare la rete, pianificare gli interventi e prevenire i rischi, garantendo così la sicurezza delle infrastrutture, dei viaggiatori e dei lavoratori». Nella lettera, in cui Giana afferma che l’azienda ha «lo stesso desiderio di verità che sentono i familiari delle vittime, i cittadini genovesi e tutti gli italiani», si legge poi: «Ribadendo l’assoluto impegno delle nostre 10 mila lavoratrici e lavoratori affinché fatti del genere non si ripetano mai più, a nome del Gruppo Autostrade per l’Italia voglio chiedere scusa ai familiari delle vittime, ai genovesi e a tutti gli italiani, per le sofferenze originate dal tragico evento del Morandi. Pur consapevole che il nostro gesto non potrà mai cancellare il loro dolore».

Omicidio di Saman Abbas, definitive le condanne per i familiari

Sono diventate definitive le condanne all’ergastolo per i genitori di Saman Abbas, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, e per i cugini della vittima Ijaz Ikram e Noman Ul Haq. Definitiva anche la pena di 22 anni di reclusione inflitta allo zio Danish Hasnain. La decisione è arrivata dopo che la Cassazione ha rigettato i ricorsi degli imputati per l’omicidio della 18enne pachistana uccisa a Novellara, nel Reggiano, nella primavera del 2021. Secondo l’accusa, la giovane fu assassinata per essersi opposta a un matrimonio combinato e per aver intrapreso uno stile di vita ritenuto incompatibile con le tradizioni familiari. Nei confronti degli imputati erano state riconosciute le aggravanti della premeditazione e dei futili motivi.

I franchi tiratori affossano le preferenze: l’ira di Meloni e i sospetti di Fratelli d’Italia

«Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude». Dopo il referendum sulla giustizia di marzo, Giorgia Meloni non nasconde rabbia e delusione per la seconda grande batosta del suo mandato a Palazzo Chigi: quella nell’importante voto alla Camera riguardante l’introduzione delle preferenze nella legge elettorale. Un emendamento promosso da Fratelli d’Italia assieme a due partiti minori centristi della coalizione, Noi Moderati e l’Unione di Centro, sostenuto esplicitamente dalla premier ma appoggiato controvoglia (e solo in extremis) da Lega e Forza Italia. La proposta è stato bocciata con 188 voti contrari, a fronte di 187 favorevoli. Uno scarto minimo, ma tant’è: più di 30 deputati della maggioranza, approfittando del voto segreto, ha votato contro le indicazioni del proprio governo.

I franchi tiratori affossano le preferenze: l’ira di Meloni e i sospetti di Fratelli d’Italia
Giorgia Meloni (Ansa).

L’amarezza di Meloni: «Serve una riflessione»

«Abbiamo chiesto che si votasse con voto palese e che ognuno mettesse la faccia sul suo voto, ma le opposizioni hanno voluto il voto segreto. Il risultato dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro. Ma anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione. L’emendamento è stato respinto per un solo voto. Un’occasione persa per gli italiani, ma era giusto provarci», ha scritto Meloni sui social.

I sospetti dei meloniani sugli alleati

Alla vigilia del voto, pare che Meloni avesse avvertito Matteo Salvini e Antonio Tajani: «Se l’emendamento sulle preferenze non passa, si va al voto». Tuttavia, nonostante la sconfitta alla Camera, la presidente del Consiglio avrebbe escluso di salire subito al Quirinale, come tra l’altro le sta chiedendo l’opposizione. Di sicuro, dopo l’esito del voto è subito scattata la “caccia” al franco tiratore. Il ministro meloniano Francesco Lollobrigida ha minimizzato, parlando di «cosa puntiforme» ed escludendo un dissenso «organizzato». Vista la ritrosia dei due partiti, nel mirino sono ovviamente finiti gli esponenti di Lega e Forza Italia, con i sospetti concentrati soprattutto su quest’ultimi, essendo i più allergici alle preferenze. E, in generale, i due partiti hanno detto (almeno di facciata) sì all’emendamento solo dopo la certezza del voto segreto.

Ciriani parla di «istinto di autoconservazione»

«Con la complicità delle opposizioni, 20-25 parlamentari del centrodestra mossi da un istinto di autoconservazione hanno pensato di fare i propri interessi e non fare quello dei cittadini e del governo» . Lo ha detto a Sky Tg24 Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento ed esponente di FdI. Poi ha aggiunto: «Noi non intendiamo concludere la nostra esperienza di governo e siamo orgogliosi della stabilità che abbiamo dato al Paese, il centrodestra ha lavorato bene per quattro anni, c’è stato questo episodio di ieri che intendiamo superare».

Forza Italia e Lega respingono le accuse

«Secondo i nostri calcoli i franchi tiratori sono 31. E non c’è nessuno dei nostri, sono sicuro», ha detto il capogruppo leghista Riccardo Molinari. Il Carroccio contava ben otto assenti, mentre i forzisti solo due, entrambi «giustificatissimi», ha assicurato Andrea Orsini: «Francesco Cannizzaro è a fare il sindaco (di Reggio Calabria, ndr) e Deborah Bergamini è inviata al summit del Ppe a Madrid. Le giustificazioni degli altri io non le ho viste…». Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, si è detto sicuro che «i vannacciani hanno votato contro». Ma i deputati di Futuro Nazionale sono arrivati a filmare il loro voto segreto per evitare ogni accusa. E, comunque, il partito dell’ex generale ad oggi non fa parte della maggioranza.

Il campo largo esulta: «Meloni si dimetta»

A fronte di una maggioranza in difficoltà, c’è un’opposizione che festeggia. Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, stavolta compatti, hanno invocato l’apertura di una crisi di governo. «Siamo stati perfetti. Non abbiamo perso un voto, in Aula come in piazza, è questa la nostra immagine», ha dichiarato Schlein. «Meloni voleva un antipasto di premierato, ha ricevuto un aperitivo di elezioni anticipate. Adesso tragga le conseguenze, salga al Colle e si dimetta», il coro dei quattro leader.

I franchi tiratori affossano le preferenze: l’ira di Meloni e i sospetti di Fratelli d’Italia
Elly Schlein (Ansa).

Così Conte: «Avete sfiduciato la vostra premier. Ora che siete andati sotto vi rimane un’unica cosa: aprire una crisi di governo e andare a casa perché tocca a noi. Se ha il senso della dignità, dell’onore e delle istituzioni, Meloni vada dal capo dello Stato, non c’è altro da fare».

I franchi tiratori affossano le preferenze: l’ira di Meloni e i sospetti di Fratelli d’Italia

Renzi: «Subito al voto, nessun inciucio»

Ribadendo di essere favorevole alle preferenze e definendo «una vergogna» il voto contrario dei franchi tiratori all’emendamento che «migliorava la pessima legge elettorale», anche Matteo Renzi ha invocato le dimissioni di Meloni: «Il dato di fatto è semplice: la maggioranza non c’è più. Meloni vada al Quirinale subito e si dimetta. Non ha la fiducia del popolo e oggi ha perso anche quella del palazzo. Noi prendiamo un impegno: nessun inciucio, nessun governo tecnico. Si vada subito al voto», ha scritto sui social il leader di Italia Viva.

Calenda: «Teatrino ridicolo, Italia allo sbando»

Carlo Calenda, leader di Azione, ne ha invece sia per i vincitori che per gli sconfitti: «La politica italiana si occupa di legge elettorale, con la maggioranza che va sotto e il campo largo, senza un leader, un programma e una linea di politica estera, che strilla scompostamente “elezioni”. È l’immagine plastica di un’Italia allo sbando, con la destra e la sinistra attori di un teatrino ridicolo».

Lo stretto di Hormuz resterà chiuso fino a che non cesseranno le aggressioni Usa

Il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dell’Iran (Irgc) ha annunciato che lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso fino alla fine degli «atti di aggressione» statunitensi, secondo una dichiarazione trasmessa dalla televisione di Stato iraniana Irib. Negli ultimi giorni Washington ha lanciato una serie di attacchi contro l’Iran e ha ripreso il blocco dei suoi porti. L’Irgc ha anche dichiarato di aver colpito alcune installazioni utilizzate dalla Quinta flotta statunitense in Bahrein. Nonostante il blocco dello stretto, Trump non è comunque intenzionato a cessare gli attacchi contro Teheran: «Continueranno finché non dirò basta. L’energia la lascerò per ultima. La prossima settimana colpiremo le centrali elettriche e i ponti»

Qual è il vero senso del ko del governo sulla legge elettorale

Il voto segreto, questo sconosciuto… La battuta d’arresto della maggioranza sulla legge elettorale è meno di una crisi di governo ma più di un semplice incidente d’Aula. E fa, o dovrebbe far, riflettere Giorgia Meloni sul metodo con il quale non solo intende governare nei prossimi mesi, ma soprattutto intende dare la scalata al Quirinale per sé o per un suo fedelissimo.

A caccia dei franchi tiratori

Riavvolgendo il film, in pillole: Meloni in campagna elettorale promette che rimetterà le preferenze, poi al momento di scrivere la riforma elettorale se ne dimentica, perché alla fine le liste bloccate fanno gola ai leader che possono scegliersi i ‘propri’ parlamentari. Tutto bene fino all’arrivo di Roberto Vannacci, che ricorda la promessa e gliela rinfaccia. Al Senato le posizioni sono cristallizzate ma alla Camera si riaprono i giochi: FdI scrive e presenta un emendamento che introduce le preferenze (anche se con un capolista bloccato) e con questo ottiene il sì di facciata di Lega e Forza Italia, da sempre contrari. Le opposizioni annusano l’aria nervosa del Transatlantico, chiedono il voto segreto e nel segreto dell’urna una trentina di franchi tiratori di centrodestra impallina, nell’ordine, l’emendamento, la legge e la premier.

Qual è il vero senso del ko del governo sulla legge elettorale
Il video che il deputato di Futuro Nazionale Domenico Furgiuele ha postato sulla votazione alla Camera sulla legge elettorale, 14 luglio 2026 (via Instagram).

Il messaggio lanciato dagli alleati a Meloni

La sceneggiatura è scritta, la minoranza chiede le dimissioni del governo, Meloni denuncia la «palude», ma sa che quella palude è la sua maggioranza e con quella dovrà fare i conti.

Di certo ora il cammino della legge elettorale si allunga, tutto verrà sanato a Palazzo Madama, ma comunque alcuni messaggi sono giunti forti e chiari a chi, come la premier, mangia pane e politica da quando stava ancora al liceo. Il precedente a cui tutti hanno pensato è il referendum sulla giustizia. La leader di FdI ha imposto la prova di forza della consultazione popolare che, come ormai sanno premier di destra e di sinistra, penalizza le riforme portate avanti a sportellate dalla maggioranza di turno. Sulla legge elettorale è stato tutto un fraseggio di fughe in avanti e frenate ma il leitmotiv è stato di nuovo una sostanziale sottovalutazione delle riserve degli alleati.

Qual è il vero senso del ko del governo sulla legge elettorale
Antonio Tajani e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Sulle regole del gioco serve trattare

Il futuro immediato è il governo: almeno nove mesi con pochi soldi e una campagna elettorale mentre Vannacci cannoneggia su Palazzo Chigi. In realtà nella gestione dell’esecutivo la premier ha dimostrato di saper dosare mediazione e pugno di ferro, ha dalla sua le divisioni dell’opposizione e la percezione che se il tema centrale diventa il binomio sicurezza/migranti il centrodestra ha un vantaggio. E infatti nessuno crede davvero che ci saranno ripercussioni su Palazzo Chigi. Ma le regole sono un capitolo a parte. Il futuro prossimo, poi, è l’elezione del Presidente della Repubblica. Con sprezzo della scaramanzia, Giorgia Meloni ha detto pari pari che vuole il Colle per la sua parte politica, un messaggio alla sua maggioranza per far capire qual è la vera posta nel voto del 2027. Ma gli alleati le hanno risposto in modo secco: va bene aspirare al Quirinale ma devi trattare con noi.

Qual è il vero senso del ko del governo sulla legge elettorale
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La corsa al Colle e l’incognita del voto segreto

Perché il trait d’union tra l’episodio di martedì sera e il grande gioco delle elezioni del capo dello Stato è il voto segreto. Tutti gli scrutini sono segreti, a oltranza. E i franchi tiratori, dietro le cortine che nascondono l’urna, da peones si sentono improvvisamente re. Sono state scritte enciclopedie sul loro ruolo; semplificando, la norma è che puoi convincere i capi dei partiti ma non hai automaticamente in tasca i singoli parlamentari. A volte giocano un ruolo anche ripicche personali, aspirazioni frustrate, vendette politiche. Con pacchetti di voti si mandano messaggi trasversali più o meno cifrati. E dunque solo il leader che coglie l’onda giusta, la sa cavalcare ed è pronto alla mediazione porta a casa il risultato. Per dire: persino Matteo Renzi mediò con Pier Luigi Bersani per far eleggere il primo Mattarella. Insomma, martedì i giocatori hanno spostato il terzo pedone, dopo il voto sul referendum e la candidatura di Giorgia Meloni di un esponente di destra; ma la partita a scacchi è appena iniziata, per il Quirinale si vota nel 2029, ce ne saranno di mosse da raccontare…

Qual è il vero senso del ko del governo sulla legge elettorale
Palazzo del Quirinale (Imagoeconomica).

Editoria: La morte dell’autrice, in libreria l’acclamato nuovo romanzo di Nnedi Okorafor

La morte dell'autrice, in libreria l'acclamato nuovo romanzo di Nnedi Okorafor

Vincitore del Premio Locus e finalista al Nebula, il libro dell'autrice afroamericana è un romanzo nel romanzo

È stato uno dei romanzi più apprezzati del 2025, vincitore del Premio Locus, finalista al Nebula e al Los Angeles Times Book Prize, Death of the Author, dell'autrice nigeriana americana Nnedi Okorafor. Col titolo La morte dell'autrice esce ora in Oscar Fantastica per Mondadori. Un romanzo nel romanzo: la trama principale racconta la vita e l'ascesa al successo di una scrittrice africana, ed è intercalata dai capitoli del libro d'esodio dell'autrice stessa, Rusty Robots. La quarta di copertina Zelu è sempre stata la pecora nera della famiglia: mentre... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Editoria - 15 luglio 2026 - articolo di S*

Dall’estero: La sinossi di Spaceballs: The New One prende in giro il nuovo corso di Star Wars

La sinossi di Spaceballs: The New One prende in giro il nuovo corso di Star Wars

In attesa del panel dedicato al San Diego Comic Con, il nuovo film di Balle Spaziali si racconta… a modo suo

Il nuovo capitolo di Balle Spaziali non è ancora arrivato, ma ha già reso ben chiaro l'obiettivo della sua ironia. In attesa del panel che vedrà ospiti i protagonisti del film durante il San Diego Comic Con, è stato pubblicato un  primo poster e una lunga descrizione della trama che non risparmia frecciatine al nuovo corso di Star Wars, citando il famigerato Somehow, Palpatine has returned, pronunciato dal ribelle Poe Dameron (Oscar Isaac) in L'ascesa di Skywalker e commentando la più recente fatica cinematografica del franchise, la serie diventata... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Dall'estero - 15 luglio 2026 - articolo di Angela Bernardoni

Legge elettorale, il voto finale alla Camera sarà a scrutinio segreto

Il voto finale sulla riforma della legge elettorale, approdata oggi alla Camera, avverrà a scrutinio segreto. Lo ha annunciato il presidente di turno Fabio Rampelli, deputato di Forza Italia, spiegando inoltre che – a fronte della richiesta arrivata dalle opposizioni – verranno votati a scrutinio segreto tutti gli emendamenti alla legge elettorale con i requisiti previsti dal regolamento di Montecitorio: 114 sugli oltre 200 presentati.

Il post di Meloni sull’emendamento sulle preferenze

«Oggi pomeriggio si voterà l’emendamento, proposto da Fratelli d’Italia e condiviso dai partiti della maggioranza, per introdurre le preferenze nella legge elettorale, come in molti, anche tra le opposizioni, hanno chiesto», aveva scritto Giorgia Meloni sui social, facendo intendere di temere i franchi tiratori: «A questo punto credo sia doverosa un’operazione verità, per capire se quei partiti che da tempo invocano la possibilità per i cittadini di scegliere i propri parlamentari lo facciano per convinzione o soltanto per prendersi gioco degli italiani. C’è un solo modo per scoprirlo: che l’emendamento venga votato a scrutinio palese e non con voto segreto».

La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero

A Roma i ristoranti hanno sostituito le sezioni di partito di una volta: le riunioni per decidere le strategie elettorali si svolgono tra un piatto di branzino su crema di patate e il classico sauté di cozze e vongole, per evocare un “re del pesce” come Valter Lavitola, impegnato a scegliere il futuro leader del campo largo. Ecco così che nel pieno dei commenti sul caso Ranucci spunta un appuntamento voluto da un finissimo politico, il kingmaker della sinistra romana, il nobile nato nel Pci che ha deciso di consegnare le sue fortune familiari e personali per creare la fortezza capitolina del Partito democratico, un monolite che solo Gianni Alemanno riuscì a disintegrare: Goffredo Bettini.

La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero

Anche in questo caso, un ristorante: a Vigna Pia, distante dal centro tradizionale, e si chiama “La carovana”. Un nome che sembra scelto apposta per rendere l’idea di un gruppo indisciplinato, composto da profili diversi, e che a molti fa venire in mente L’armata Brancaleone di Mario Monicelli, con gente raccattata in giro. Ma chi ci sarà con Bettini nella serata del 27 luglio, a Roma, quando ormai si saprà tutto della nuova legge elettorale?

Presente il miglior “spiccia faccende” disponibile sulla piazza romana

Alla sua destra apparirà Claudio Mancini, «il vero sindaco di Roma», «l’uomo senza il quale Roberto Gualtieri non saprebbe nemmeno accendere la luce della sua stanza in Campidoglio» (la battuta è di un dirigente del Comune, che ovviamente ha preteso l’anonimato per tutta la vita), «il general contractor che stipula accordi con l’opposizione», insomma il miglior “spiccia faccende” disponibile sulla piazza romana, e che è parlamentare del Pd.

La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
Claudio Mancini (foto Imagoeconomica).

La candidata giusta per la Cultura?

Non solo per una questione di quote rosa, sarà presente al tavolo dei relatori anche Laura Delli Colli, storica presidente del sindacato dei critici cinematografici italiani, erede della dinastia Delli Colli che ha segnato con altissima professionalità la qualità del grande cinema (Tonino Delli Colli è stato un gigante come direttore della fotografia dei massimi registi mondiali). Già, perché nelle segrete stanze romane si parla di Laura Delli Colli come potenziale futura ministra della Cultura nel caso di una vittoria “de sinistra” alle Politiche 2027, oppure, male che vada, come assessora alla Cultura del Comune di Roma, in caso di (probabile) conferma di Gualtieri alle Amministrative.

La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
Laura Delli Colli (foto Imagoeconomica).

«Non è faziosa, è molto intelligente, conosce come pochi altri il settore dello spettacolo. Pensate che compra i vestiti all’Ovs di corso Francia», così la raccontano i suoi amici più stretti. La classica “risorsa” da spendere sul mercato della politica che può venire in mente solo a Bettini, il quale già la convinse a diventare presidente della Fondazione Cinema per Roma, con l’unanimità del collegio dei soci fondatori composto da Roma Capitale, Regione Lazio, Camera di Commercio di Roma, Fondazione Musica per Roma, Istituto Luce Cinecittà – Mibac (regnante, al ministero, Dario Franceschini).

L’occasione: il primo numero su carta di Rinascita

Ma qual è il motivo di questa singolare convocazione? La pubblicazione del primo numero su carta (altra vecchia passione bettiniana) di Rinascita, che Goffredo ha voluto riportare in vita per creare un dibattito all’interno (e non solo) della sinistra. Saranno ovviamente ben accette le presenze dei vari Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e compagnia, magari pure Francesco Rutelli, ma la scena avrà un protagonista assoluto, Goffredo Bettini da Jesi, con tutta la sua cultura, la sua immaginazione, quella sapienza distillata nei secoli e che è visibile nell’enorme archivio gentilizio di famiglia depositato presso la Biblioteca Comunale Planettiana della città marchigiana.

Si parlerà di sinistra: voti, interessi, energie…

E quando parla Bettini, Roma si ferma per comprendere quale sarà il futuro della città: dalle sue parole si capirà quali sono le prospettive della sinistra, la sua capacità di attrarre voti, interessi, energie, oltre che di mobilitare il mondo della cultura, del cinema, dello spettacolo «per la causa del bene comune, per creare una nuova società, per accompagnare i giovani verso un futuro di ideali e di speranze», per usare una terminologia bettiniana. E dopo la cena del 27 luglio non si potrà certo andare in vacanza, perché comincia la campagna elettorale: senz’altro quella comunale, per quella nazionale chissà…