I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste

Nelle immagini degli scontri e dei saccheggi a Milano c’era qualcosa di già visto. E non solo in altre piazze o in altre città. Gruppi che avanzano e si disperdono rapidamente, strade che diventano territori da conquistare, fuoco e fumogeni che rendono indistinguibili i volti. Scene e atmosfere simili a quelle di Athena di Romain Gavras (uscito su Netflix nel 2022) e Stress, videoclip che lo stesso regista girò per i Justice nel 2008.

I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
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I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste

L’Odio e l’immagine della banlieue

La tentazione è dire che Gavras aveva previsto tutto, attribuendogli un talento profetico discutibile. Le rivolte nelle periferie francesi sono precedenti alle sue opere. E in Francia, fin dai tempi de L’Odio (1995), esiste una fitta cultura dell’immagine della rivolta e delle banlieue. Quello che il regista ha saputo individuare è piuttosto una forma: il modo in cui la rabbia giovanile satura gli spazi dell’immaginazione, prorompe in fotografie e frammenti di video che sembrano immediatamente appartenere alla storia e attraverso quelle immagini diventa un’energia riconoscibile anche a chi ignora le sue ragioni.

In Stress un gruppo di ragazzi attraversa Parigi lasciandosi dietro aggressioni e devastazione. Indossano giubbotti neri con la croce dei Justice, come una divisa. La macchina da presa li segue da vicino, con il movimento sporco e concitato di un documentario. Trattandosi di poi di un brano strumentale, dietro alla violenza delle immagini non ci sono parole da ascoltare, da giudicare.

Sulle immagini del video proiettiamo le nostre convinzioni

È questa assenza a rendere il video ancora più disturbante. Lo spettatore può riempirla con quello che preferisce: il disagio sociale, il razzismo, la delinquenza, il fallimento dell’integrazione. Gavras gli offre immagini sulle quali proiettare convinzioni che molto probabilmente possiede già. Il rischio politico del video sta proprio qui: trasformare ragazzi in una minaccia può mettere in discussione lo sguardo di chi li teme o confermarlo.

I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
Una scena del videoclip Stress (da Youtube).

L’estetica della rivolta e il racconto della catastrofe

In Athena, uscito su Netflix nel 2022, e dunque la bellezza di 14 anni dopo Stress, la materia del videoclip da suggestione diventa tragedia. L’uccisione di un ragazzo innesca una rivolta che coinvolge i suoi fratelli e trasforma le banlieue in un campo di battaglia. Il conflitto attraversa così anche una famiglia: la perdita produce appartenenze e risposte incompatibili. Lo spazio della vita quotidiana diventa una fortezza, il luogo dal quale difendersi e dentro il quale si può restare prigionieri. La regia dà alla sommossa una grandezza che è al contempo marziale e iper-reale.

I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
Una scena di Athena (da Youtube).

Militarismo, guerriglia, branding e lifestyle si confondono in un’accelerazione iper-contemporanea di corpi e colori, scarpe firmate e tute con i loghi delle squadre di calcio si contrappongono a stivali di cuoio, caschi anti-sommossa, scudi e manganelli (il regista aveva già esplorato queste suggestioni nel videoclip di No church in the wild di Kanye West e Jay-Z, in cui proponeva il suo commento al movimento Occupy Wall Street). Le corse collettive, i movimenti dei corpi, il passaggio continuo dalla prospettiva dell’individuo a quella della folla fanno apparire la rivolta come una forza capace di contendere allo Stato il controllo del territorio. Qui sta l’ambiguità del film. La bellezza delle immagini rende il conflitto esaltante proprio mentre il racconto mostra la catastrofe umana che si cela dietro l’estetica che la esprime.

Il brand offre appartenenze riconoscibili

È soprattutto la presenza dei marchi a rendere questo immaginario più familiare di quanto “borghesemente” siamo disposti ad ammettere. Nel paesaggio della rivolta riconosciamo gli stessi oggetti che incontriamo nella pubblicità, nelle vetrine, nei desideri quotidiani. Le sneakers accompagnano la corsa, le tute rendono leggibili i corpi, i loghi offrono appartenenze immediatamente riconoscibili. Anche quando tutto sembra sul punto di esplodere, il brand fornisce una lingua comune.

I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
Una scena di Athena (da Youtube).

Il furto di scarpe e abiti non smentisce la rabbia

È facile snocciolare giudizi sprezzanti: gli stessi ragazzi che protestano contro il sistema poi ne desiderano i simboli. Ma perché dovremmo aspettarci che il risentimento verso una società comporti la liberazione dai desideri che quella stessa società ha insegnato a coltivare? Ed è questa probabilmente la cosa più interessante che Gavras ha intuito prima di altri. Le merci non stanno fuori dal conflitto, non sono un premio da conquistare dopo la vittoria. Sono già dentro il modo in cui ci si presenta agli altri, in cui si cerca un riconoscimento, in cui si misura la distanza tra la vita che si conduce e quella alla quale si pensa di avere diritto. Una scarpa può essere al contempo un oggetto da comprare, un segno di appartenenza e la prova di un’esclusione. La vetrina la espone a tutti; il prezzo seleziona chi può averla.

I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
Due protagonisti incappucciati dei disordini e delle devastazioni di Milano.

Questo non basta a spiegare un saccheggio, e sarebbe un’altra scorciatoia trasformare ogni merce rubata in una rivendicazione sociale. Aiuta però a capire perché la scelta degli oggetti non sia necessariamente una smentita della rabbia. Si può desiderare di entrare nello stesso mondo contro il quale ci si scaglia, pretendere i suoi segni di successo e insieme distruggerne le vetrine. La contraddizione esiste. Ma appartiene anche alla società che la produce.