Il 7 ottobre Marco Rubio ha parlato dalla Pnice, il luogo dell’antica assemblea ateniese, con l’Acropoli alle spalle, di una bellezza struggente al tramonto. Nel suo discorso, uno dei più rilevanti e commentati del Trump-bis, il segretario di Stato americano ha invitato l’Europa a «svegliarsi» dal torpore, e a riscoprire le qualità che, secondo lui, avrebbero prodotto la grandezza occidentale: ambizione, competizione, eccellenza, potenza, se necessario violenza.
Il concetto implicito era che le suddette qualità gli americani non le avevano mai perse di vista e – se proprio era accaduto – le avevano riscoperte grazie a Donald Trump. Ora, secondo Rubio, toccava agli europei mostrarsi all’altezza dei “loro” grandi uomini del passato e contribuire, ovviamente da junior partner degli Usa, alla restaurazione del dominio occidentale sul mondo.
Il discorso di Rubio è stato molto criticato da democratici americani ed europei. C’è chi lo ha definito addirittura fascista. Ci si aspetterebbe dunque che tra le frange più a destra della destra americana sia stato accolto con entusiasmo. Eppure non è così.
Lo Stato come un’azienda dotata di un sovrano con poteri da ceo
Una delle critiche più radicali a Rubio è arrivata su X da Curtis Yarvin, ideologo di riferimento dei vari Peter Thiel, Elon Musk e J. D. Vance: un teorico neoreazionario e tecno-feudale amatissimo dalla Silicon Valley perché, tra le altre cose, immagina di riorganizzare lo Stato sul modello di un’azienda dotata di un sovrano con poteri da ceo. Il giorno dopo il discorso sulla Pnice, Yarvin ha invitato i suoi seguaci della “nuova destra” a non lasciarsi ingannare da quella che ha definito «pure Reaganite slop»: brodaglia reaganiana.
Una vera destra radicale dovrebbe liquidare questo ordine mondiale
A detta di Yarvin, l’idea di un’America chiamata a risvegliare l’Europa appartiene alla destra repubblicana della Guerra fredda, una destra superata e da superare. Riproporla oggi significa offrire un’altra giustificazione a un ordine mondiale che una vera destra americana, una destra nuova e radicale, dovrebbe invece liquidare. Secondo Yarvin, col suo discorso su un Occidente da restaurare, Rubio crede di mettere l’Europa al servizio degli Stati Uniti e del trumpismo, ma in realtà rimette gli Stati Uniti e il trumpismo al servizio dell’Europa.
L’alternativa drastica a suon di golpe e uomini forti
Dietro la polemica c’è una diversa interpretazione di ciò che tiene insieme gli Usa e i loro alleati. Rubio insiste su una comune eredità culturale. Yarvin vede invece un rapporto imperiale nel quale Washington garantisce la sopravvivenza politica di un’Europa di fatto ormai alla canna del gas. L’alternativa proposta da Yarvin è drastica, anzi di più: inquietante ed eversiva. L’amministrazione Trump dovrebbe dichiarare di non avere interesse per quelle che Yarvin chiama «ex province imperiali americane». A quel punto, prevede l’ideologo, colpi di Stato di destra e uomini forti emergerebbero rapidamente in tutta Europa, poiché la caduta delle garanzie esterne permetterebbe alle forze che Yarvin considera patriottiche di conquistare il potere.

La dimostrazione di come un Paese possa smantellare la democrazia
Tutto questo, a detta di Yarvin, si rifletterebbe positivamente anche sugli Usa: gli americani vedrebbero che un Paese può smantellare la democrazia nel giro di pochi mesi e una svolta autoritaria europea renderebbe concepibile una trasformazione analoga negli Stati Uniti. Il vantaggio sarebbe duplice. Se nel discorso di Rubio l’Europa è dunque una componente indebolita della civiltà occidentale, da mobilitare sotto la guida americana, nella teoria di Yarvin è un Continente da abbandonare a se stesso, così da provocare una crisi capace di modificare non solo i rapporti di forza atlantici, ma anche quelli interni agli Stati Uniti.
Rubio vuole far diventare convenzionale la corrente Maga
Ricostruire questo dibattito ci aiuta a distinguere due diverse destre che convivono nel trumpismo. La prima, a cui appartiene Rubio, vuole dare alla politica Maga (Make America great again) una durata, inserirla nelle istituzioni e legittimarla attraverso la Storia. È una destra tutto sommato convenzionale, una versione “maleducata” delle frange più reazionarie del Partito repubblicano (nel solco della linea Goldwater–Nixon–Reagan).

La seconda destra, quella a cui appartiene Yarvin e una galassia molto dark dell’intellighenzia americana, considera invece la sopravvivenza delle istituzioni del Dopoguerra come la prova che la rottura del movimento Maga non è stata abbastanza profonda.
Chi si candiderà a volto politico della frangia più estrema?
La domanda quindi diventa: se col discorso sulla Pnice Rubio sembra essersi candidato a rappresentante della prima destra in un eventuale dopo Trump, chi potrebbe candidarsi a volto politico della seconda? Fino a un anno fa si sarebbe potuto rispondere J. D. Vance. Anche il vicepresidente infatti ha vissuto il suo momento da “grande statista” a febbraio 2025, alla conferenza di Monaco, dove ha tenuto un discorso decisamente radicale, in cui di fatto accusava l’Europa di essere sulla buona strada per sparire culturalmente, a causa dell’influsso dell’immigrazione, mettendo perciò in dubbio proprio la sua appartenenza all’Occidente, al centro del discorso di Rubio.
Lo speech di Vance a Monaco era palesemente intriso di retoriche e di idee estrapolate di peso da quelle della “nuova destra” di Yarvin. Il fatto, però, è che da allora Vance sembra tornato a un profilo più discreto e istituzionale, forse perché richiamato all’ordine da Trump, infastidito dalla ricerca di attenzioni del suo vice.
Con Trump le due anime sembrano poter convivere assieme
Di certo c’è che, almeno finché Trump tiene insieme la coalizione col suo stile anarchico e transazionale, le due destre (che non sono divise solo sull’Europa ma su molto altro, incluso il futuro della democrazia) sembrano poter convivere all’interno di uno stesso progetto politico. La successione costringerà però a una maggiore definizione di cosa siano oggi il movimento Maga e il Partito repubblicano. Per gli europei, il segnale deve però arrivare forte e chiaro: dentro la destra americana c’è chi considera la proposta di subordinazione formulata da Rubio ancora troppo conciliante. E immagina che il successo dell’America dipenda dalla scelta di lasciare che gli europei si autodistruggano.
