La scoperta dell’effimero lampante

Luigi Snichelotto

In questa mia seconda riflessione devo ammettere che molti di noi potrebbero riconoscersi nell’argomento che vorrei affrontare. Si tratta di una propensione profondamente umana, dalla quale sarebbe presuntuoso immaginare di essere immuni. E proprio per questo devo cominciare confessando un sospetto che riguarda anche chi vi scrive. Perché mai ho avvertito il bisogno di sviluppare queste riflessioni proprio in occasione del riconoscimento accademico attribuito a Vasco Rossi? È soltanto curiosità culturale? È il desiderio di comprendere il rapporto fra merito e consenso? Oppure potrebbe esservi anche quella sottile competizione umana che ci induce a osservare con maggiore severità i riconoscimenti ricevuti dagli altri? Non sarebbe intellettualmente corretto escluderlo a priori? La mente umana possiede una straordinaria capacità di costruire spiegazioni nobili per motivazioni che potrebbero essere assai più ordinarie. Possiamo convincerci, di difendere un principio mentre stiamo semplicemente proteggendo il nostro orgoglio. Possiamo ritenere di esercitare spirito critico mentre cerchiamo conferma di un pregiudizio? Possiamo persino considerarci immuni dall’invidia proprio nel momento in cui essa condiziona silenziosamente il nostro giudizio? È possibile? Certamente. È sempre ammissibile? Non necessariamente. Ma appartiene alla nostra imperfetta condizione umana e sarebbe inutile fingere il contrario! Questo non significa che ogni critica nasconda un sentimento negativo. Significa che la critica, per essere credibile, dovrebbe conservare anche la capacità di interrogare chi la formula. Una disciplina intellettuale che considero sempre più necessaria nell’osservare gli avvenimenti, le contraddizioni degli esseri umani. Dopotutto, il dubbio non dovrebbe essere uno strumento da utilizzare soltanto contro le convinzioni altrui. Dovrebbe accompagnarci soprattutto quando siamo particolarmente sicuri delle nostre. Forse è proprio questa la differenza fra il giudizio e la riflessione? Il primo tende a concludere, la seconda accetta di continuare a cercare! Nell’occasione del riconoscimento accademico conferitogli, Vasco Rossi ha offerto considerazioni sul potere delle parole, sulla responsabilità della comunicazione e sulla necessità di ascoltare prima di parlare. Un invito che merita attenzione, indipendentemente dal giudizio che ciascuno possa esprimere sull’onorificenza ricevuta da un artista la cui grandezza musicale e lo straordinario rapporto con il pubblico costituiscono una realtà difficilmente contestabile. Perché, in fondo, il punto non è stabilire se un artista possa insegnare qualcosa a un’università. Certamente può farlo. La conoscenza non nasce esclusivamente nei laboratori o nelle biblioteche, così come la creatività non si esaurisce nelle accademie. La questione consiste nel comprendere come esperienze differenti possano incontrarsi e arricchirsi senza perdere la propria specificità. L’artista può offrire allo studioso una straordinaria materia di osservazione. Lo studioso può fornire all’artista strumenti per comprendere criticamente la portata della propria opera. L’università può riconoscere il valore di una testimonianza culturale senza confonderla con il percorso ordinario della formazione scientifica. E il pubblico può continuare ad amare un cantante senza trasformarlo automaticamente in un’autorità universale su ogni questione dell’esistenza. Perché uno dei rischi della nostra epoca consiste proprio nel trasferire automaticamente il prestigio conquistato in un campo a tutti gli altri. Un grande artista diventa un riferimento politico. Un imprenditore di successo viene considerato un interprete privilegiato della società. Un personaggio popolare assume improvvisamente autorevolezza su questioni che richiederebbero conoscenze e competenze specifiche. È il meccanismo, del cosiddetto tuttologo, figura che sembra prosperare in una società nella quale la visibilità rischia di diventare una forma impropria di legittimazione universale. Ma il diritto di parlare non coincide con la competenza, così come la competenza, da sola, non garantisce la saggezza. La popolarità amplia la diffusione delle parole; non ne certifica automaticamente la fondatezza. Ecco perché ritengo importante preservare la distinzione fra ammirazione e adesione, fra consenso e conoscenza, fra riconoscimento simbolico e autorevolezza scientifica. La utilizziamo frequentemente per indicare una qualità che riteniamo evidente, ma raramente ci soffermiamo sui criteri attraverso i quali la riconosciamo e la valutiamo. Merito è il risultato raggiunto? È lo sforzo compiuto? È il talento naturale? È il contributo offerto agli altri? Oppure una combinazione di questi elementi, lungo quel percorso inesauribile che chiamiamo conoscenza della vita? Un ricercatore che dedichi trent’anni a un problema senza riuscire a risolverlo possiede meno merito di chi, grazie a un’intuizione fortunata, ottenga rapidamente un risultato importante? Un insegnante che cambi silenziosamente la vita di decine di studenti merita meno riconoscimento di un personaggio capace di emozionare milioni di spettatori? E un uomo comune, che abbia attraversato la propria esistenza con dignità, responsabilità e generosità, senza mai conquistare un palcoscenico, avrebbe forse vissuto una vita meno significativa? Anzi, forse sarebbe sbagliato misurare esperienze tanto differenti attraverso un’unica graduatoria, come se il valore umano fosse riconducibile a una classifica generale? Dovremmo, tuttavia, evitare che la visibilità diventi il criterio prevalente attraverso il quale distribuiamo la nostra considerazione? Edoardo Bennato cantava «Sono solo canzonette», e mi fermo qui, senza trascinare altri artisti in questa riflessione. Anche perché quella provocatoria semplicità potrebbe suggerirci qualcosa? Un’opera può apparire leggera nella forma e rivelarsi profondamente significativa nei suoi effetti? L’effimero, dunque, non coincide necessariamente con la leggerezza? E la leggerezza non è sinonimo di superficialità? Esiste, del resto, un immenso patrimonio umano che non sale sui palcoscenici, non riempie gli stadi e non viene celebrato nelle aule magne? Eppure sostiene quotidianamente la vita collettiva? È il patrimonio di chi studia, lavora, assiste, educa, costruisce, cura, ricerca, inventa, sbaglia e ricomincia? Di chi affronta responsabilità silenziose, spesso senza alcuna prospettiva di ricevere un riconoscimento pubblico? Di chi lascia tracce profonde nella vita degli altri senza che diventino necessariamente notizia? Non sarebbe giusto contrapporre questo patrimonio alla grandezza di un artista? Sarebbe invece opportuno ricordare che la grandezza può manifestarsi attraverso linguaggi e dimensioni differenti, tutti degni di considerazione, pur senza essere necessariamente equivalenti per risultati, talento o influenza? La fama misura una forma di visibilità. Non necessariamente l’intero valore di un’esistenza. Ed è qui che il pensiero torna alla celebre poesia ‘A livella di Totò. Quella straordinaria rappresentazione poetica della condizione umana, nella quale le distinzioni sociali, i titoli, le ricchezze e le pretese di superiorità vengono ricondotti alla loro inevitabile provvisorietà di fronte alla morte. La livella non cancella le differenze di talento, responsabilità, comportamento o contributo alla società. Non afferma che tutti abbiano vissuto allo stesso modo o meritino identico giudizio. Ci ricorda qualcosa di essenziale: nessuna distinzione acquisita durante l’esistenza può sottrarci alla comune condizione umana. E forse è proprio questa consapevolezza che dovrebbe accompagnare tanto chi riceve un riconoscimento quanto chi lo attribuisce, tanto chi viene celebrato quanto chi osserva la celebrazione. Il titolo può essere prestigioso, il talento straordinario, il consenso immenso. Ma nessuno di questi elementi dovrebbe trasformarsi in una patente di superiorità umana. Allo stesso modo, l’assenza di titoli o riconoscimenti non dovrebbe autorizzarci a considerare inferiore chi abbia vissuto con dignità, responsabilità e rispetto degli altri. Forse, allora, il problema non è stabilire se Vasco Rossi meritasse quel riconoscimento. L’università ha espresso una valutazione che appartiene alla propria autonomia e che può essere discussa culturalmente senza trasformarsi in un tentativo di delegittimazione. Il problema riguarda piuttosto ciò che noi attribuiamo ai riconoscimenti, ciò che cerchiamo attraverso di essi e ciò che rischiamo di dimenticare quando lasciamo che il prestigio prenda il posto della sostanza. Una sostanza che, nel caso di Vasco Rossi, trova già espressione nella lunga storia artistica e nel rapporto costruito con generazioni di ascoltatori. Forse il vero valore di un riconoscimento non consiste nell’aggiungere grandezza a chi lo riceve, ma nel rendere più visibile qualcosa che possedeva già un significato. Mi piace pensare che la conoscenza, quando è autentica, non abbia bisogno di inginocchiarsi davanti alla notorietà, così come il talento non debba necessariamente chiedere il permesso all’accademia per esistere. Possono incontrarsi, riconoscersi, arricchirsi reciprocamente, questo si! A condizione che nessuno dei due confonda il proprio linguaggio con l’unica forma possibile di verità. Rimane, naturalmente, il dubbio iniziale. Quanto di ciò che ammiriamo appartiene realmente alla persona ammirata e quanto, invece, nasce dal nostro desiderio di riconoscere in lei qualcosa che ci rassicuri, ci rappresenti o ci faccia sentire meno soli? E quanto della nostra ricerca di autenticità è il tentativo di trovare negli altri quella semplicità che fatichiamo a conservare in noi stessi? Ma una conclusione, almeno provvisoria, mi sembra possibile: l’effimero non è necessariamente ciò che dura poco. Talvolta è ciò al quale attribuiamo un’importanza maggiore di quella che realmente possiede. E ciò che è consistente non è necessariamente quanto riceve maggiore attenzione, ma quanto conserva il proprio valore anche quando l’attenzione viene meno. Forse la vera grandezza consiste proprio in questo: continuare ad avere qualcosa da offrire agli altri anche quando si spengono le luci, terminano gli applausi e non rimane più nessuno a pronunciare il nostro nome. Perché, alla fine, la livella di Totò non ci chiede quanti riconoscimenti abbiamo ricevuto. Ci lascia, piuttosto, con una domanda assai meno comoda: che cosa abbiamo fatto, durante il nostro passaggio, del talento, delle opportunità e del tempo che ci sono stati concessi? E soprattutto, quanto del nostro valore rimarrebbe riconoscibile se venissero meno tutti i segni esteriori attraverso i quali abbiamo imparato a raccontarlo? Con la necessaria leggerezza, naturalmente. Perché persino il dubbio, quando comincia a prendersi troppo sul serio, rischia di diventare un’altra forma di presunzione. E qui entra in scena un protagonista silenzioso, assai meno celebrato della fama e probabilmente molto più potente: l’oblio. Il tempo possiede una singolare capacità di ridimensionare ciò che, nell’immediatezza degli avvenimenti, ci appare immenso. Archivia successi, controversie, celebrazioni e protagonismi. Sbiadisce le immagini, modifica i giudizi, sottrae importanza a ciò che sembrava indispensabile e, qualche volta, restituisce dignità a ciò che era stato trascurato. Non è un giudice necessariamente giusto. L’oblio può cancellare anche ciò che avrebbe meritato di essere ricordato, mentre la memoria collettiva può conservare figure ed eventi per ragioni non sempre coincidenti con il loro valore. Qualcuno entrerà nel grande catalogo delle eccellenze umane. Qualcun altro sopravvivrà nel ricordo di poche persone, magari soltanto di coloro ai quali avrà cambiato la vita. Altri saranno dimenticati, pur avendo contribuito, senza saperlo, a costruire il mondo di chi verrà dopo. Forse l’immortalità alla quale aspiriamo, quella del nome, dell’immagine e del riconoscimento pubblico, è soltanto una delle possibili forme di sopravvivenza nella memoria degli altri. Non necessariamente la più generosa, né la più significativa. Esiste anche una continuità meno appariscente: quella degli atti, degli insegnamenti, delle opportunità offerte, delle conoscenze trasmesse e delle persone aiutate a proseguire il proprio cammino. E allora, forse, il vero interrogativo non riguarda quanto a lungo saremo ricordati, ma quanto di ciò che abbiamo fatto potrà continuare a essere utile quando non saremo più presenti. Perché il palcoscenico della presunta immortalità, prima o poi, si svuota. Le luci si spengono, il pubblico cambia e altri interpreti prendono il nostro posto. Ma ciò che abbiamo saputo trasmettere può continuare il proprio viaggio, indipendentemente dal nostro nome. Ed è qui che l’effimero e il duraturo, apparentemente così lontani, finiscono per incontrarsi. Forse non è davvero effimero ciò che viene dimenticato. Potrebbe esserlo, invece, ciò che, pur essendo ricordato, non lascia nulla di significativo a chi viene dopo. Perché il dubbio, se vuole rimanere fedele a se stesso, deve lasciare aperta almeno una porta. Possibilmente quella attraverso la quale possa entrare qualcuno capace di dimostrarci che avevamo torto. .

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