Malan, tra politica e avvocatura

Avvocato, consigliere comunale di Forza Italia e componente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Salerno, Sarel Malan nelle ultime settimane ha posto più volte una questione che va oltre la normale dialettica politica: il rapporto della città con il potere e la difficoltà di costruire luoghi nei quali confronto, spirito critico e libertà di giudizio riescano a svilupparsi senza dipendere dal riconoscimento di chi occupa, in quel momento, una posizione dominante. Lo ha fatto in Consiglio comunale, parlando della capacità di «fascinazione» esercitata da Vincenzo De Luca e citando persino mondi come quello degli ultras e dei rapper, tradizionalmente associati alla contestazione. Lo ha fatto quando ha contestato la scelta dell’opposizione di accogliere la richiesta di rinvio del Consiglio straordinario sul Grand Hotel e sulla Foce Irno.

E lo stesso filo conduttore emerge oggi nella sua posizione sulle elezioni dei delegati di Cassa Forense, nelle quali Malan ha scelto di sostenere apertamente Paola Ianni e Vincenzo Vingolo.

Consigliere Malan, lei ha parlato in Consiglio comunale della “fascinazione del potere”. Che cosa intende esattamente?

«La mia non è stata una considerazione esclusivamente politica e, ancora meno, un attacco personale a Vincenzo De Luca. Ho cercato di porre una questione più profonda.

A Salerno si è progressivamente sviluppato un rapporto particolare con il potere: non soltanto lo si riconosce, cosa evidentemente normale in una democrazia, ma troppo spesso se ne ricerca la vicinanza, il riconoscimento, quasi la legittimazione. È per questo che ho citato provocatoriamente persino gli ultras e i rapper. Non perché mi interessasse discutere di musica o di calcio, ma perché sono mondi che, per cultura e tradizione, dovrebbero esprimere contestazione, spirito critico, talvolta perfino irriverenza rispetto al potere.

Quando anche chi dovrebbe contestare cerca invece una prossimità con chi governa, allora il problema diventa socioculturale prima ancora che politico».

Sta dicendo che Salerno è una città conformista?

«Dico che esiste una componente di provincialismo che dobbiamo avere il coraggio di riconoscere. Il provincialismo non consiste nel vivere in una città di provincia. Consiste nel pensare che, per contare, sia necessario essere riconosciuti da chi già conta. Una comunità cresce quando riesce a costruire centri propri di cultura, economia, professione, informazione e associazionismo. Si impoverisce quando tutti questi mondi finiscono per ruotare intorno a un unico centro di legittimazione. Il problema, quindi, non è che qualcuno eserciti il potere. Il potere democraticamente conquistato è legittimo. Il problema nasce quando gli altri rinunciano volontariamente alla propria libertà di giudizio pur di mantenere una relazione con quel potere».

Questo ragionamento riguarda anche il modo in cui l’opposizione consiliare svolge il proprio ruolo al Comune di Salerno?

«Certamente. Io credo nell’opposizione costruttiva, non nell’opposizione pregiudiziale. Quando l’amministrazione assume una decisione utile per Salerno non ho alcuna difficoltà a riconoscerlo. Ma essere costruttivi non significa diventare accomodanti. Quando undici consiglieri hanno chiesto un Consiglio straordinario e successivamente l’opposizione ha accettato di modificarne tempi e condizioni sulla base delle esigenze poste dal sindaco, io ho espresso il mio dissenso. Sono rimasto anche isolato, ma non ho avuto problemi a farlo. La libertà di giudizio si misura soprattutto quando dire di no ha un costo».

È un principio che, secondo lei, deve valere anche fuori dalla politica?

«Naturalmente. Anzi, dovrebbe valere ancora di più nella società civile, nelle professioni, nell’università, nell’informazione e nell’associazionismo. È anche il senso con cui abbiamo promosso Rinascita Forense. Non volevo costituire l’ennesima associazione destinata a occuparsi esclusivamente delle dinamiche interne dell’Avvocatura. Già nel convegno inaugurale abbiamo scelto di confrontarci sui diritti individuali, sulle libertà e sulle trasformazioni della società con personalità capaci di portare un respiro nazionale, come Francesca Pascale e Alessandro Cecchi Paone.

È stata una scelta precisa: provare a guardare oltre il perimetro della provincia e oltre quello strettamente corporativo della professione.

Un avvocato non può occuparsi soltanto dei problemi degli avvocati. E soprattutto l’Avvocatura, che per sua natura tutela libertà e diritti, dovrebbe conservare una particolare capacità critica anche rispetto agli equilibri che si formano al proprio interno».

E arriviamo così alle elezioni di Cassa Forense. Lei si è schierato apertamente per Paola Ianni e Vincenzo Vingolo. Perché?

«Perché sarebbe stato molto più facile non farlo. Paola Ianni è stata la candidata più votata alle ultime elezioni del Consiglio dell’Ordine. Ha ottenuto 1.817 preferenze ed è stata un elemento determinante della vittoria della compagine alla quale appartenevamo entrambi. Questo è un fatto, non un’opinione. Successivamente gli equilibri sono cambiati.

Paola oggi è formalmente vicepresidente dell’Ordine, ma io ho registrato un progressivo ridimensionamento del suo ruolo sostanziale. Quando ho visto modificarsi alleanze, rapporti e posizionamenti intorno a lei, ho ritenuto che sarebbe stato incoerente voltarmi dall’altra parte».

Lei sostiene, quindi, che Paola Ianni sia stata isolata?

«Dico una cosa più semplice. Nei momenti favorevoli è facile avere molte persone intorno. Il valore dei rapporti si comprende quando cambiano gli equilibri. Io non dimentico quello che è accaduto nel 2023. Non dimentico il contributo di Paola alla nostra vittoria e non ritengo corretto riscrivere la storia sulla base delle convenienze del momento. La politica mi ha insegnato una cosa: la memoria, quando costa, si chiama coerenza».

E Vincenzo Vingolo?

«Vincenzo è un mio caro amico, ma sarebbe riduttivo fermarsi a questo. Sono stato io a chiedergli di valutare la candidatura insieme a Paola perché ritenevo che potesse essere la persona giusta per costruire una squadra credibile. Gli ho chiesto di mettersi in gioco sapendo perfettamente che non sarebbe stata una passeggiata. Proprio per questo sento una responsabilità ancora maggiore nel sostenere questa candidatura fino alla fine».

C’è quindi un filo comune tra il suo intervento in Consiglio comunale e questa vicenda?

«Sì. È la convinzione che una comunità abbia bisogno di più voci e, soprattutto, di persone capaci di conservare la propria libertà di giudizio. Non mi interessa sovrapporre la politica alla professione né trasformare una competizione di Cassa Forense in uno scontro tra schieramenti. Ho scelto di sostenere Paola Ianni e Vincenzo Vingolo perché ritengo giusto farlo e perché credo che, proprio nei momenti in cui cambiano gli equilibri, ciascuno debba assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Non è una battaglia contro qualcuno. È una scelta a favore del pluralismo e della libertà di giudizio. Le istituzioni sono più forti quando esistono sensibilità, percorsi e posizioni differenti e quando nessuno sente il bisogno di adeguarsi per poter continuare a farne parte. Per me questa è, prima ancora che una scelta elettorale, una questione di coerenza».

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