«Cosa fa Giuseppe?». «Cosa ha detto Elly?». Ormai nel campo largo si ragiona così: i leader di M5s e Pd si studiano di sottecchi e i loro fedelissimi si marcano a vista, pronti a intercettare ogni minimo segnale in un senso o nell’altro, verso le aperture o le chiusure.
Anche in Aula tra i due leader il clima è gelido
Per rendersene conto, bastava osservare i movimenti e gli sguardi durante il voto di fiducia sulla legge elettorale, giovedì mattina alla Camera. Aula strapiena, come pure le tribune della stampa, tutti lì a osservare soprattutto loro due, tentando di captarne gesti e mimica. E così si annota che mentre parla Conte, Schlein non lo degna di uno sguardo, piegata a rivedere il suo intervento che sarebbe arrivato poco dopo. E naturalmente non ha mai applaudito l’Avvocato del popolo, così come del resto ha fatto tutto il Pd. Ma questa è una prassi in Parlamento: ogni partito applaude i suoi e basta. Poco dopo prende la parola Schlein. Ma Conte dov’è? Eccolo laggiù, in piedi sotto l’emiciclo, da solo. Almeno, però, lui Elly la guarda, segue il suo intervento, in un paio di occasioni accenna un timido applauso. Verrebbe quasi da canticchiare Gianni Morandi, «la mia nemica amatissima…». Tra i due, però, il clima resta gelido.

Conte e quel terzo nome che ha irritato Schlein
Schlein non ha mandato giù il fatto che Conte abbia svelato di averle proposto un passo indietro per lasciare il campo a un terzo nome. «Non è vero che ha avanzato questa ipotesi, mi ha solo chiesto se si andava dritti alle primarie o no», ha confidato la segretaria ai suoi. Dallo staff dell’ex premier, invece, insistono: lui quella possibilità l’ha avanzata e l’aveva fatto anche in passato. Chi dice la verità e chi mente? La questione, però, è che con questa mossa il leader pentastellato ha messo in difficoltà l’alleata, facendola sembrare l’unica rimasta ferma sulle primarie senza considerare altre ipotesi. Scavando un solco, oltretutto, tra la segretaria e la parte del Pd che le primarie non le vuole. Con il seguente sottotesto: Schlein non vuol sentire ragioni sulle primarie perché è convinta di vincerle e di poter battere pure Giorgia Meloni, puntando dritta su Palazzo Chigi. Tatticismo puro, soprattutto se si pensa che ‘Giuseppi’ è stato il primo a lanciare le primarie a urne referendarie ancora aperte, spiazzando i suoi alleati. «Ora invece ha cambiato linea, così lui passa per quello generoso, pronto al passo indietro e a sacrificarsi per il campo largo, mentre lei passa per ‘poltronara’, quella che ambisce solo a Palazzo Chigi. Quando ad ambire a Chigi è soprattutto lui…», è il ragionamento che si fa sui divanetti dove stazionano i deputati dem.

Pranzi, chat e tattiche tra alleati
Poi ci sono le manovre di piccolo cabotaggio. Il pranzo di mercoledì tra Conte, Bonelli e Fratoianni al ristorante di Montecitorio, a cui però Schlein non ha partecipato perché aveva già lasciato la Camera e forse non si sentiva bene. O la chat su WhatsApp in cui i quattro leader (senza Matteo Renzi) si scrivono e si dovrebbero confrontare ma che evidentemente non aiuta a concordare quasi nulla. Giovedì la dem si è intrattenuta a lungo a parlare con Fratoianni nel corridoio dei fumatori di Montecitorio, poi ha interloquito in Aula anche con Bonelli.

Il timore, nel Pd, è che AVS, che le primarie non le vorrebbe, possa portare più voti a Conte, con cui c’è maggiore sintonia, che a Schlein. A meno che Bonelli e Fratoianni non si presentino con un loro candidato. I dem lo sperano, convinti che un nome di AVS sottrarrebbe più voti a Conte che a Schlein. Insomma, questo è l’unico argomento di cui si parla nel centrosinistra e sarà così ancora per mesi, fino a quando si terranno queste benedette consultazioni per il leader. Ma anche su questo Elly e Giuseppe divergono: lui le vorrebbe il prima possibile, lei più tardi, a ridosso del voto. Ma, come mette in guardia Bonelli: «Attenzione, perché se Meloni decide di andare a votare ad aprile-maggio, saremmo presi in contropiede, senza programma e senza candidato premier».

Intanto la segretaria del Pd e il presidente del M5s si studiano, senza fidarsi l’uno dell’altro. In un gioco di mosse, contromosse e tattica che rischia solo di fare del male alla coalizione. Come si è visto anche in queste tre intense giornate parlamentari che hanno segnato l’approvazione della legge elettorale targata Meloni.
