Francesca Pascale: In Campania Forza Italia è un feudo

di Erika Noschese

 

 

Il dibattito sulla tutela delle libertà personali, sul ruolo della donna nelle istituzioni e sulle dinamiche interne alle forze politiche tradizionali ha caratterizzato la presenza di Francesca Pascale a Salerno, a margine dell’evento ufficiale di presentazione dell’associazione Rinascita Forense. In un momento di profonda trasformazione socio-culturale, l’esponente liberale ha tracciato una dura e disincantata disamina sullo stato della classe dirigente italiana, evidenziandone la distanza rispetto alle esigenze concrete della cittadinanza e denunciando l’arretratezza ideologica che ancora condiziona l’agire politico sulle questioni legate alla parità e ai diritti individuali. Attraverso un’analisi spietata ma costruttiva, l’intervistata ha affrontato sia il tema dei diritti fondamentali sia le più recenti vicende congressuali del centrodestra.

A Salerno per rappresentare una nuova associazione forense, ma è anche l’occasione per riaccendere i riflettori sui diritti civili in un momento storico particolarmente delicato.

«Assolutamente sì. Per me ogni occasione è buona per parlare di diritti civili, per parlare delle individualità collettive e personali, ma soprattutto per difenderle laddove il terreno è ancora estremamente in salita e dove si avvertono forte la lentezza e la resistenza opposte dalla politica. Questo stato di cose dispiace profondamente, perché siamo testimoni quotidiani di una società civile che corre molto più avanti rispetto alla lentezza e alla rigidità della nostra classe dirigente. Devo constatare con amarezza che proprio in Campania facciamo molta meno fatica nel tessuto sociale e molta più fatica nei partiti strutturati. E questo vale a partire purtroppo proprio da quelle componenti che si definiscono liberali, come l’area di centrodestra. Conservo un occhio di riguardo del tutto particolare verso questa realtà politica, perché mi richiama alla memoria una stagione estremamente felice della mia vita ed è un’area ideologica in cui credo ancora sinceramente. Tuttavia, devo evidenziare come oggi essa incontri enormi difficoltà nell’esprimere un’azione politica moderna ed efficace, rimanendo tragicamente imprigionata nelle beghe, nelle dinamiche e nei micro-interessi di carattere puramente locale».

Abbiamo da un lato chi definisce la serietà di una donna dalla lunghezza della gonna e chi invece, come il generale Vannacci, si assume la responsabilità di intervenire sul tema della femminilità. Da questo punto di vista la politica appare fallimentare?

«Come cittadina, come parte integranti della società civile, ma prima di tutto come donna e come persona, sono davvero stanca di dover ascoltare un qualsiasi politico o figura pubblica che si arroga il diritto di giudicare la dignità e l’essenza dell’individuo donna, anziché preoccuparsi di garantire a tutte noi la piena libertà di scelta. Nel 2026 sentire ancora uomini che spiegano alle donne come dovrebbero comportarsi, come dovrebbero vivere o addirittura come dovrebbero vestirsi è una dinamica avvilente che descrive perfettamente la statura morale e culturale di chi si permette di pronunciare simili affermazioni. Da buona liberale quale sono, provo un profondo senso di sconforto di fronte allo spettacolo di una politica irrimediabilmente spaccata: da un lato assistiamo al dilagare di un vannaccismo estremo, dominato dalla pancia, dalla rabbia primordiale e dall’assoluta mancanza di una visione logica; dall’altro lato osserviamo un partito liberale completamente congelato e imprigionato da un’attuale classe dirigente che appare ossessionata dal controllo e dalle dinamiche di comando, dimenticando per strada il valore e il senso stesso del fare politica».

La Campania ha visto di recente la nomina del nuovo segretario regionale di Forza Italia, una vicenda congressuale complessa che si trova ora al centro di ben due ricorsi formali. Qual è la sua precisa valutazione al riguardo?

«Più che un pensiero razionale, ciò che provo di fronte a queste vicende è un sentimento profondo, una sensazione di amarezza e dispiacere. Parliamo di un uomo e di un politico autentico come Fulvio Martusciello, una figura che può essere definita tale poiché è stata eletta e riconfermata tantissime volte dalla volontà popolare sul territorio, conoscendo a fondo i meccanismi della politica anche per tradizione familiare. Mi addolora vedere come non si riesca a prendere atto dell’attuale contesto e non ci si renda conto del diffuso disagio che si respira all’interno dell’intero partito. Questo coordinamento regionale viene purtroppo gestito con logiche autocratiche di puro comando, quasi fosse un feudo personale. È estremamente triste che non vi sia la consapevolezza di come, per difendere ostinatamente il proprio piccolo orticello di potere, si stiano inesorabilmente perdendo gli elettori, gli amministratori locali, i quadri dirigenti eletti e soprattutto l’essenza valoriale stessa che ha sempre animato la nostra comunità politica».

Un’ultima domanda: cosa resta oggi di Forza Italia, di quell’esperienza politica originaria pensata, costruita e fondata da Silvio Berlusconi?

«In realtà resta qualcosa di immensamente importante e nobile, a cui tutti noi dovremmo avere il coraggio non solo di dare valore, ma di aggrapparci con forza. Resta anzitutto una profonda nostalgia per quella stagione, resta la passione autentica e disinteressata per la cosa pubblica, resta fermo il credo strettamente liberale e rimane un’eredità politica sterminata che ci è stata regalata da Silvio Berlusconi, che è stato e rimarrà l’unico vero leader e fondatore di questa storia. Purtroppo, l’attuale classe dirigente ha scelto di accantonare e mettere sistematicamente da parte tutto questo patrimonio di idee e di valori per perseguire scopi di piccolissimo cabotaggio: la garanzia di una futura candidatura blindata o l’ottenimento di una nomina di sottogoverno. E tutto questo genera una sconfinata tristezza in chi, come me, continua a credere ostinatamente nei principi della libertà».

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