La tenaglia degli Houthi su Riad e la miopia dell’Europa

Gli Houthi lo hanno sempre ripetuto: con Teheran hanno un rapporto speciale ma ordini dall’Iran non ne hanno mai presi. Vale la pena partire da qui, perché in questi giorni circola una formula di fonte israeliana secondo cui «l’Iran avrebbe perso il controllo degli Houthi». Per perdere un controllo bisogna averlo esercitato, e quel controllo la storia del movimento lo smentisce: Ansar Allah prese Sanaa nel 2014 contro il parere esplicito di Teheran, gestì in autonomia l’alleanza con Saleh e poi la sua eliminazione, e gli stessi panel di esperti dell’Onu hanno documentato per anni un flusso di armi e consiglieri, mai una catena di comando. La formula israeliana serve ad altro: tiene in vita retroattivamente il mito del burattinaio, scarica su Teheran l’escalation yemenita e prepara il terreno a chi vuole alzare il livello dello scontro contro entrambi.

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Miliziani Houthi (Ansa).

Gli Houthi hanno completato il controllo di Bab el-Mandeb

Intanto il campo parla chiaro. Gli Houthi hanno ripreso l’intera costa del Mar Rosso, da Hodeidah a Mokha e Dhubab, e con la presa dell’isola di Perim hanno completato il controllo del Bab el-Mandeb, una dei due colli di bottiglia energetici dell’area. Dal 20 luglio applicano un blocco navale e aereo contro l’Arabia Saudita, speculare a quello che Riad impone da anni ai porti del nord dello Yemen. L’8 settembre hanno colpito Abha, Khamis Mushait, Jazan e Najran, ferendo 73 persone e incendiando impianti petroliferi; il 10 e l’11 settembre droni hanno centrato le stazioni di pompaggio della East-West Pipeline, l’arteria che portava a Yanbu fino a 5 milioni di barili al giorno aggirando lo Stretto di Hormuz chiuso dalla guerra con l’Iran. La pipeline è ferma, il greggio ha superato i 100 dollari e la produzione saudita è scesa ai minimi da oltre 30 anni. Riad, colpita nella sua infrastruttura strategica, ha attribuito i droni all’Iraq annunciando che per ora non risponderà, ma un Paese che rinuncia a nominare il mandante e alla rappresaglia si comporta come un debitore in rinegoziazione.

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Modelli di droni a Sanaa (Ansa).

La richiesta di aiuto di bin Salman ignorata da Trump

Mohammed bin Salman ha chiamato due volte Donald Trump chiedendo strike americani. Trump ha rifiutato, concedendo intelligence e dati di puntamento. La lettura politica è nota: Washington vuole restare concentrata su Iran e Hormuz. Quella materiale lo è meno, e pesa di più. Dopo mesi di guerra con Teheran gli Stati Uniti hanno consumato circa due terzi dei Patriot, quasi metà dei THAAD, i missili PrSM sono ridotti a una frazione e i Tomahawk assottigliati; il capo di Stato maggiore Dan Caine aveva avvertito la Casa Bianca sulle scorte prima ancora dei raid sull’Iran, e i comandanti sul terreno oggi lasciano cadere sui settori disabitati delle proprie basi i proiettili che un tempo avrebbero intercettato, per risparmiare munizioni. Un esercito che raziona le intercettazioni sulle proprie installazioni non ha nulla da prestare a Riad. I generali lo hanno spiegato al presidente: un secondo fronte, ora, l’America non lo regge. Nemmeno la flotta più moderna della regione risolve il problema, perché il problema sta nell’economia del confronto: decine di dollari in intercettori per ogni dollaro speso in droni dall’avversario.

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Mohammed bin Salman e Donald Trump (Imagoeconomica).

Perché le richieste degli Houthi non sono mai state ascoltate

E qui torna la domanda che nessuno pone: che cosa vogliono gli Houthi? Vogliono la fine del blocco economico sul nord dello Yemen, l’aeroporto di Sanaa e il porto di Hodeidah aperti, gli stipendi pubblici pagati con i proventi di petrolio e gas versati alla Banca centrale, che sono il cuore della roadmap del 2023, che imposero fermando con i droni le esportazioni di greggio del governo. La battaglia in corso su Marib, dove si concentra la cassa petrolifera del Paese, è la continuazione di quella trattativa con altri mezzi. Sono richieste concrete, negoziabili, e da 10 anni restano inascoltate perché la cornice del «proxy iraniano» rende superfluo ascoltarle: se sono un braccio di Teheran, si tratta con Teheran. Sono un attore autonomo, e con gli attori autonomi ci si siede al tavolo. L’Iran può accompagnare, consigliare, fornire. Il tavolo degli Houthi è degli Houthi.

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Milizie Houthi (Ansa).

L’Occidente insegue Israele e gli Usa

L’Occidente, invece, insegue due soluzioni sbagliate. Quella israeliana, che vuole alzare il confronto contro Sanaa e Teheran insieme. E quella americana, che immagina di chiudere lo Yemen dentro un accordo con l’Iran. Entrambe si schiantano sullo stesso scoglio: l’Iran può vendere agli americani solo ciò che comanda, e lo Yemen non lo comanda. Nel frattempo il conto lo pagano altri: petrolio sopra i 100 dollari, gas in salita, rotte commerciali strozzate, 85 mila sfollati che premono su Aden e sulle coste di Gibuti. La via d’uscita è sgradevole da pronunciare e semplice da descrivere: prendere i sauditi per un orecchio e gli Houthi per l’altro, e metterli allo stesso tavolo. Dire a Riad che il blocco che affama il nord dello Yemen ha prodotto questa guerra e la chiusura del Bab el-Mandeb, e dire a Sanaa che la rendita sullo stretto va convertita in garanzie, stipendi e riconoscimento. È un lavoro da europei, perché è soprattutto il Vecchio Continente a pagare i prezzi dell’energia e dei traffici. Ma la Commissione von der Leyen ha scelto la postura della deferenza verso Washington, e l’Italia ha un governo che quel patrimonio lo ignora: la premier Giorgia Meloni e il ministro Antonio Tajani non hanno speso una parola su un dossier che decide le nostre bollette, mentre il Paese manda generatori in Ucraina e, nel silenzio, militari in Arabia Saudita dentro il dispositivo anti-iraniano. Chi non presidia i tavoli non negozia niente per i propri cittadini.

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Annuncio di attacchi degli Houthi in Arabia Saudita (Ansa).

Sia Israele sia l’Iran prendono tempo

C’è infine il calendario, che spiega perché nessuno dei protagonisti ha fretta. Israele vota il 27 ottobre, e a Benjamin Netanyahu la guerra aperta conviene fino alle urne; a Teheran conviene un Netanyahu riconfermato, perché un nemico perfetto vale più di una vittoria. Gli Stati Uniti votano le midterm il 3 novembre, e chi dovrà negoziare con Trump preferisce farlo con un Trump azzoppato dal voto. Fino ad allora, i missili sostituiranno la diplomazia. Resta l’uomo che ha acceso la miccia convinto di dominare l’incendio. Mohammed bin Salman ha immaginato per sé il ruolo di egemone del Golfo: oggi perde la costa yemenita, vede bruciare le sue pompe di greggio, si sente dire di no da Washington e osserva Abu Dhabi guardarlo da lontano, al riparo. L’egemonia comincia dal controllo di casa propria. Lui, in questo momento, fatica ad avere persino quello.