Era atteso manco fosse una finale dei Mondiali con l’Italia in campo (non so se rendiamo l’idea) il congresso regionale di Forza Italia in Campania. Uno degli alfieri di Antonio Tajani, l’eurodeputato Fulvio Martusciello, capodelegazione azzurro a Bruxelles e già leader del partito nella regione, era diventato il simbolo del “tajanismo” da rottamare, magari grazie anche all’intervento supremo di Marina Berlusconi. Fino all’ultimo istante i “ribelli” campani, ovvero i deputati Annarita Patriarca e Pino Bicchielli e il senatore Raffaele De Rosa e il consigliere regionale Livio Petitto (il senatore Franco Silvestro dopo un periodo di frizione con Martusciello si è riappacificato con il neosegretario regionale) hanno tentato di fermare il congresso attraverso una lunga serie di diffide, lettere, dichiarazioni, interviste. Invece, niente di niente: mercoledì l’assise si è celebrata, tra l’altro in pompa magna, e Martusciello è stato eletto leader regionale per acclamazione, essendo l’unico candidato.
La battaglia (persa) della minoranza interna
L’evento ha una portata che va oltre il dato, pur importante, locale: la terza regione d’Italia, storicamente cassaforte di consensi per i berlusconiani, ha visto infatti consumarsi il braccio di ferro tra i fedelissimi di Tajani e la minoranza interna, nella quale gioca come centravanti alla Ciro Immobile il lazialissimo vicepresidente della Camera Giorgio Mulè. «Io dico», aveva suggerito alcuni giorni fa Mulè al Foglio, «che alcuni congressi come quello in Campania, per altro convocato il 9 settembre nelle stesse ore in cui staremo votando in Senato la nuova legge elettorale, vadano rinviati. Rischia di essere un congresso dilaniante». Altro che dilaniante: il congresso è stato unitario, con i ribelli che non sono riusciti nemmeno a presentare una candidatura alternativa. L’ultimo tentativo di Patriarca, Bicchielli e De Rosa, che avevano chiesto al presidente del congresso, il governatore del Piemonte Alberto Cirio, di non celebrare l’assemblea, è stato inutile: lo stesso Cirio ha stabilito la validità dei lavori e tutto è filato liscio come l’olio. Ora i “ribelli” annunciano ricorso al Collegio nazionale dei probiviri, si vedrà.

FI non può permettersi di perdere chi porta voti
Cirio, è bene ricordarlo, è anche uno degli uomini più ascoltati da Marina Berlusconi. Cosa significa tutto ciò? Significa che la Famiglia con la F maiuscola non ha nessuna intenzione di impelagarsi in beghe locali. Il ruolo di Marina nel partito è quello di custode dei sacri valori di Silvio, non certo quello di agire da capocorrente (peraltro di minoranza, figuratevi!). Del resto, Forza Italia, visti i sondaggi, ha bisogno di attrarre e non certo di respingere chi dispone di un consenso elettorale, ed ecco perché la “battaglia” dei ribelli era persa in partenza. Raffaele De Rosa, eletto col M5s, è passato nel 2024 in Forza Italia; Pino Bicchielli, eletto con Noi Moderati, è approdato sulle sponde azzurre l’anno scorso. Entrambi non possono essere certamente considerati campioni di preferenze. Diverso il discorso di Annarita Patriarca: eletta con FI, lì è rimasta, ma solo formalmente: un anno fa ha fatto scalpore, dopo la rottura con Martusciello, la sua presenza alla presentazione della lista Cirielli, in corsa per le Regionali. Patriarca ha un bacino di consensi, ma è da tempo in contatto con Fratelli d’Italia: partecipa alle iniziative del partito di Giorgia Meloni e sta tentando, grazie ai buoni uffici di alcuni responsabili locali e nazionali di FdI, di approdare definitivamente all’ombra della Fiamma. Fulvio Martusciello, da parte sua, è in Forza Italia dal 1994, e da lì non si è mai mosso. Morale della favola: sfidare Tajani, almeno per il momento, significa suicidarsi politicamente.
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