Perché la riforma elettorale è l’ultima promessa tradita di Giorgia Meloni

La madre di tutte le riforme è finita in cantina, e anche la figlia non se la passa un granché bene. Proprio mentre celebra il record di longevità del suo governo, Giorgia Meloni sa di aver mancato almeno uno dei suoi obiettivi dichiarati: la Costituzione rimarrà di fatto la stessa di quando è arrivata a Palazzo Chigi. Il premierato che si sarebbe voluta intestare, infatti, non vedrà la luce, e anche la riforma elettorale che avrebbe dovuto garantire stabilità di governo e potere ai cittadini sta deviando dai suoi propositi. Tutta colpa di un metodo per nulla strategico e molto, troppo, situazionista.

Perché la riforma elettorale è l’ultima promessa tradita di Giorgia Meloni
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La montagna ha partorito nuovamente un topolino

All’inizio fu il presidenzialismo. Ma durò poco perché l’idea di cominciare la legislatura con uno scontro con il Quirinale non era consigliabile. La premier ha allora provato con il premierato, «madre di tutte le riforme», ma anche lì la strada è stata tutta in salita e mamma riforma è finita su un binario morto. Ora al rush finale della legislatura, Meloni ci prova con la legge elettorale ma a fronte di grandi dichiarazioni di intenti il percorso è accidentato perché il centrodestra (ma il centrosinistra non è da meno) procede per tentativi, cambiando modello a ogni nuovo sondaggio.

Le regole imposte a maggioranza non portano lontano

L’obiettivo dichiarato era lodevole e strategico per il Paese: garantire stabilità all’Italia e tradurre il voto degli elettori in un governo che durasse cinque anni. «Mettere fine alla stagione dei ribaltoni», «dare all’esecutivo un orizzonte di legislatura» erano gli slogan. Poca condivisione e poco confronto con l’opposizione non hanno aiutato l’iter della legge elettorale, nonostante la storia recente abbia fatto capire ormai anche ai sassi che le regole imposte a maggioranza non portano lontano.

Il balletto tra ballottaggio, norma anti-cespuglio e preferenze

Poi… Poi la Lega ha cominciato a calare nei sondaggi, e ha perso quota l’ipotesi ballottaggio; poi Roberto Vannacci ha rinfacciato alla premier di aver promesso le preferenze e allora sono state reintrodotte ma in versione soft con il capolista bloccato (dopo essere state impallinate alla Camera dai franchi tiratori); poi Noi Moderati ha puntato i piedi, è stata aggiunta una riga anti-cespugli (meccanismo per cui in una coalizione solo il primo dei partiti che non raggiunge il 3 per cento, cioè il miglior perdente, sia conteggiato nel calcolo del premio di maggioranza) che però potrebbe essere modificata e su cui era stato allertato pure il Quirinale; poi Futuro Nazionale è salito nei sondaggi e per arginarlo è tornato in auge il ballottaggio, durato però lo spazio di un mattino perché nuovamente affossato dalla Lega. Insomma, un bel pastrocchio. Qualche testacoda, peraltro, si è registrato anche nel campo largo, con il Pd storicamente a favore del ballottaggio ed Elly Schlein ora invece nettamente contraria per il timore di schiacciarsi troppo sulla linea di Giuseppe Conte

Perché la riforma elettorale è l’ultima promessa tradita di Giorgia Meloni
Antonio Tajani e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

La mancanza di una bussola rischia di aumentare l’astensionismo

Insomma, sguardo lungo zero, volontà di dare al Paese uno strumento che duri e dia una struttura solida men che meno. Tutto l’iter è stato guidato dalla spasmodica attenzione ai sondaggi, dalla sollecita sensibilità ai malumori di un partito o di un partitino, al nervoso timore di perdere un punto a favore del vicino. Al netto della possibilità di trovarsi di nuovo con un mostriciattolo giuridico che ottenga effetti ben diversi da quelli che ci si era prefissati, il timore è anche un altro. Se giustamente la premier si era posta come obiettivo quello di combattere «la disaffezione al voto», lo spettacolo di un percorso di riforma elettorale stiracchiato e senza bussola rischia di non invogliare gli elettori ad andare alle urne. E sarebbe un danno per tutti, anche per chi vincerà, chiunque esso sia. 

Perché la riforma elettorale è l’ultima promessa tradita di Giorgia Meloni
Un seggio elettorale (Imagoeconomica).