di Gemma Criscuoli
Molto comodi, gli stereotipi. Offrono una risposta per tutto senza l’onere del pensiero e “l’altra metà del cielo” lo sa fin troppo bene. Chi non ha gli innumerevoli privilegi del maschio, infatti, deve in ogni caso assecondarne le attese, eppure, con buona pace dei retrogradi, esistono più persone che categorie. “Femmene”, diretto da Niko Mucci, è lo spettacolo calorosamente accolto al Barbuti Festival che ha visto in campo una carismatica Nunzia Schiano su testi di Myriam Lattanzio (quest’ultima anche nelle vesti di cantante) e tratti da “Nostra Signora dei Friarielli” di Anna Mazza, con Francesco Ponzo alla chitarra e Roberto Giangrande al basso. Nella serata condotta dal giornalista Paolo Romano, l’attrice ha ricevuto il Premio Peppe Natella dalle mani della figlia Chiara, opera del maestro ceramista Nello Ferrigno, per le sue qualità interpretative. La messinscena prevede a più riprese una voce fuori campo che ricorda i tanti e molesti luoghi comuni sul mondo femminile, dall’abitudine ad accudire senza contropartita all’apparire una bestia rara in mancanza di marito e figli. I brani che accompagnano le storie minime, proposte con profonda ironia, ne esplicitano il sottotesto, il non detto. Dopo l’omaggio musicale alle “femmen e quartier”, il primo “quadro” crea con la complicità del pubblico un comico contrasto tra le “fraceche”, cioè coloro che sono troppo prese dall’apparenza e dal desiderio, e le donne d’esperienza, capaci di resistere a tutto ovunque, ondeggiando tra l’implacabile analisi dei difetti altrui e l’accoglienza di un’amica troppo pudica per ammettere di aver bisogno di un pasto in compagnia. L’esecuzione di “Besame mucho”, tuttavia, ricorda come il bisogno di un legame che dia senso alla vita resti un’urgenza umanissima delle deboli e delle forti. Il testo di Anna Mazza, inoltre, viene proposto sotto forma di radiodramma per conferire sarcastica solennità agli “eventi tragici” che colpiscono senza pietà una madre di famiglia, eccellente cuoca di “friarielli”, appunto, e desiderosa di vedere sposati in chiesa i propri figli. Al pranzo domenicale, la prima batosta: la figlia Lucia diviene buddista e la madre la immagina già drogata e rapata a zero, chissà dove. Ecco allora che “Paloma negra” crea uno spiazzante confronto tra un’ossessione d’amore e il tormento della malcapitata signora, così come “Alfonsina y el mar” narra la ricerca di pace della donna alla fermata, puntualmente tradita dal bus mentre cerca di giungere al lavoro dall’altra parte della città, tra un marito in cassa integrazione che ha deciso di far parte del mobilio e le dissimulate soddisfazioni che i figli le danno a scuola. La “Cancion de las simple cosas” amplia, invece, lo struggimento della madre del delinquente ucciso, mentre lo rivede bambino con immutato affetto e condanna la totale mancanza di empatia di chi non si preoccupa di quel corpo ormai indifeso. Il profumo irresistibile di una figura avvenente in “La flor de la canela” suggella la seconda puntata del radiodramma, in cui Susetta, sorella della protagonista, è incinta di un africano e anche in questo caso il sogno del matrimonio si allontana: occorre prudenza nel capire chi deve essere accolto in casa! La protagonista vorrebbe davvero la forza di una “pret e mare”, ma non ha che bicchieri di acqua e zucchero per resistere al mancamento che i suoi familiari le procurano, fino a quando arriva il colpo di grazia : l’omosessualità dell’amatissimo figlio Ciro e “Gracias a la vida” suona decisamente ironica, visto che la donna avrebbe fatto volentieri a meno di tante novità. Potrebbe andar peggio? Certamente: il venditore dei migliori “friarielli” della città viene arrestato e cosa resta se non rivolgersi all’unica che possa comprendere le pene materne, ovvero la Vergine? Non sono poi così diverse: anche il Salvatore ha fatto disperare la genitrice con la pretesa di fare scelte a dir poco azzardate, ma l’amore significa anche imboccare vie mai percorse. La donna, quindi, invoca la protezione divina su coloro che ama e la conclusione non può che essere affidata a “Todo cambia” e all’elogio delle donne difficili, che danno sapore all’esistenza senza stancarsi di aprire gli occhi e di comprendere. I pregiudizi non si sconfiggono con i proclami, ma attraversando tutte le contraddizioni dell’esistenza e gli egoismi che attecchiscono in ogni contesto. Al diavolo chi si ostina nel maschilismo e in una superiorità soltanto immaginata. Le donne sanno quali porte vadano aperte, anche quando hanno di fronte il più solido dei muri.
L'articolo “Femmene”, la risposta al pregiudizio proviene da Le Cronache.
