di Erika Noschese
Dietro la facciata di una devozione mariana e di un rigore esteriore inappuntabile, l’Opera del Gregge del Bambin Gesù ha strutturato negli anni un sofisticato e asfissiante sistema di condizionamento psicologico e spirituale, volto ad alterare nel profondo la percezione della fede e a sottomettere la volontà degli affiliati. Le deposizioni raccolte dalla nostra redazione disegnano un quadro inquietante, dove la dottrina cattolica tradizionale è stata progressivamente erosa e sostituita da una verità parallela, costruita attorno alle presunte rivelazioni private e alle visioni mistiche della fondatrice, Caterina Tramontano Albano, nota a tutti semplicemente come “zia Caterina”. Residente nel quartiere Carmine di Salerno, la donna sostenne di essere stata destinataria di messaggi celesti di tale portata da spingersi a richiedere una vera e propria riscrittura del Vangelo, operando una manipolazione teologica i cui strascichi e i cui dubbi dottrinali gravano ancora oggi con forza sulla comunità. Questo processo di sovrapposizione dottrinale ha finito per contagiare non soltanto i laici più vulnerabili, ma persino membri dell’autorità ecclesiastica ed elevati ranghi del clero locale. Diversi sacerdoti, ammaliati dal carisma della donna e incardinati nelle strutture del Gregge, hanno gradualmente iniziato a posporre gli insegnamenti della Chiesa ufficiale e il Vangelo canonico alle rivelazioni e ai testi dettati da zia Caterina. Le presunte visioni della mistica del Carmine diventarono un metro di giudizio assoluto, una fonte primaria di verità a cui conformare la propria esistenza e l’azione pastorale. Si è assistito così a una sistematica alterazione del messaggio evangelico, piegato a interpretazioni apocalittiche, colpevolizzanti e rigide, idonee a instaurare nei fedeli uno stato di costante soggezione psicologica e di dipendenza emotiva dalle decisioni della leader spirituale. L’infiltrazione del gruppo e l’esercizio di questa pressione psicologica hanno toccato il punto più alto e pericoloso nella gestione delle vocazioni sacerdotali. Alla morte di zia Caterina, il presunto dono delle visioni celestiali e delle rivelazioni divine venne ereditato, secondo quanto riferito dalle nostre fonti, dalla nipote della donna, che “improvvisamente” e con sconcertante tempestività iniziò a manifestare le medesime capacità d’interlocuzione con il soprannaturale. Entrambe le donne si assunsero il potere arbitrario di stabilire chi avesse la reale vocazione per diventare sacerdote e chi, al contrario, dovesse essere escluso dal cammino formativo. Un passaggio obbligato e terrificante: per poter intraprendere la strada verso il sacerdozio all’interno della diocesi salernitana, bisognava ottenere l’avallo preventivo e la “benedizione” di zia Caterina prima, e della nipote poi. L’influenza di queste figure sulla mente dei giovani seminaristi era talmente pervasiva da generare corto circuiti grotteschi all’interno della vita comunitaria del seminario. La fonte ricostruisce con dovizia di particolari l’epoca in cui l’Arcidiocesi era retta da monsignor Gerardo Pierro. In quegli anni, il rettore del Seminario Arcivescovile cominciò ad accorgersi di un’anomalia sistemica: un numero impressionante di giovani candidati al sacerdozio avanzava continue e bizzarre richieste di permesso per uscire dalla struttura. Utilizzando le scuse più disparate, i ragazzi si assentavano per ore, a volte per interi giorni, abbandonando i doveri dello studio e della preghiera comunitaria per recarsi in pellegrinaggio segreto presso l’abitazione della veggente o nei luoghi di ritrovo dell’associazione. Quando la situazione divenne istituzionalmente insostenibile e le assenze ingiustificate minarono la tenuta dell’istituto di formazione, fu lo stesso arcivescovo monsignor Pierro a decidere di intervenire direttamente. Il presule affrontò i ragazzi a viso aperto, convocandoli per un duro richiamo e mettendo al muro i giovani condizionati dalla setta. Pierro spiegò con chiarezza che le attività collaterali e la sottomissione alle direttive di zia Caterina erano incompatibili con il percorso verso l’ordinazione, ponendo un aut aut perentorio: o la fedeltà al Seminario e alla Chiesa o l’immediata espulsione dal cammino vocazionale. La risposta dei seminaristi, completamente plagiati nel profondo delle loro coscienze, lasciò attoniti i vertici della diocesi. I giovani, infatti, risposero di punto in bianco che non potevano prendere una decisione su due piedi, poiché avrebbero dovuto prima “parlarne con la zia” per consultarsi con lei e ottenere la sua autorizzazione prima di fornire una risposta definitiva al loro vescovo. Una testimonianza plastica di come il controllo mentale operato dal Gregge fosse riuscito a sovvertire la catena gerarchica della Chiesa cattolica. Intanto, sulla vicenda è intervenuto anche Mario Polichetti, punto di riferimento dell’Udc, che ribadisce la necessità di un intervento immediato da parte dell’arcivescovo di Salerno, monsignor Andrea Bellandi, affinché possa essere ricomposta una situazione che, secondo quanto evidenziato, rischia di alimentare divisioni e tensioni all’interno della comunità ecclesiale. Per Polichetti, sarebbe necessario un confronto chiaro e diretto, capace di riportare al centro l’unità della Chiesa e di evitare che le contrapposizioni possano ulteriormente ampliarsi. L’esponente politico richiama dunque l’attenzione sul ruolo della guida della diocesi, alla quale spetterebbe il compito di favorire un percorso di chiarimento e ricomposizione, ascoltando le diverse posizioni e garantendo trasparenza sulle questioni che hanno alimentato il dibattito. L’obiettivo, secondo Polichetti, dovrebbe essere quello di superare le divisioni e restituire serenità a sacerdoti e fedeli, evitando che le tensioni interne possano ripercuotersi sulla vita delle parrocchie e sull’immagine stessa della Chiesa salernitana.
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