Nella rete ex Tim che fa capo a FiberCop, controllata dal fondo americano Kkr, la partita per la poltrona di amministratore delegato si è trasformata in un braccio di ferro istituzionale. Il primo nome, alla costituzione della società, era stato quello di Luigi Ferraris, arrivato dalla presidenza di Ferrovie dello Stato. Se n’è andato in meno di sei mesi, lasciandosi alle spalle un’intervista al Financial Times che in tanti, dentro Kkr, ricordano ancora come uno degli episodi più imbarazzanti della storia del fondo. Le sue deleghe sono finite tutte nelle mani di Massimo Sarmi, che da presidente si è ritrovato anche amministratore delegato a tutti gli effetti, cumulando le due cariche.

I rapporti con Tim sono ai minimi storici
Da allora la situazione, sussurrano i bene informati, non avrebbe fatto che peggiorare. Il bilancio 2025 si è chiuso con una perdita di oltre 200 milioni e per quest’anno si parla già di un Ebitda negativo per oltre 200 milioni di euro. Numeri pesanti per una società dal valore di 18,8 miliardi di euro, debito compreso, che nel frattempo litiga apertamente con Tim sui termini dell’accordo di cessione della rete, perfezionato nel luglio 2024. Nei corridoi si racconta che i rapporti tra le due aziende siano ai minimi storici: l’amministratore delegato di Tim, Pietro Labriola, non perderebbe occasione per far pesare a Sarmi ogni disservizio segnalato dai clienti. Una sorta di sveglia quotidiana alla quale in FiberCop si sarebbero ormai abituati, senza però riuscire a dare risposte operative.

L’emorragia di manager (senza esperienza di rete)
Quello che colpisce, più ancora dei numeri, è il turnover ai vertici e il tratto che accomuna quasi tutti i manager usciti di scena: pochissimi arrivavano dal mondo delle telecomunicazioni e nessuno è rimasto abbastanza a lungo da lasciare qualcosa di diverso da un vuoto – un buco, si dice in FiberCop – da riempire in fretta. Ha lasciato Riccardo Busani, chief strategy officer, arrivato direttamente da Kkr e già membro del board di FiberCop prima di assumere l’incarico operativo. Stessa sorte è toccata a Simone Bonannini, responsabile commerciale, che aveva affiancato Kkr nella fase di acquisizione della rete da Tim, e ad Alberto Boffelli, chief corporate officer, che nei fatti svolgeva il ruolo di direttore generale. Se n’è andato anche Gabriele Mandurino, alla guida dell’immobiliare, e prima ancora Alessandro Mona, arrivato da Ariston a capo degli acquisti e rimasto meno di un anno. Al suo posto è stato chiamato Dario Pantaleo, proveniente da Ferrero, altro nome senza trascorsi nel settore. Ultimo, in ordine di tempo, l’addio di Fabio Ruffini, capo dell’investor relations arrivato a marzo in vista di una possibile Ipo nel 2028, che a fine agosto passerà ad Acea. Manager provenienti dal largo consumo, dalla cosmesi, dal packaging, dal real estate, dalle ferrovie: profili scelti, dicono in FiberCop, senza una conoscenza diretta delle dinamiche industriali di una rete in rame e fibra. Il risultato, fanno notare i critici, è sotto gli occhi di tutti: partenze dopo pochi mesi, caselle nuovamente da riempire e pezzi di continuità operativa che si perdono per strada.

Il ruolo di Sarmi e la sponsorizzazione di Nespolo
Non è un caso, notano osservatori vicini al dossier, che sia stato proprio Sarmi, nella sua doppia veste di presidente e amministratore delegato, a favorire l’ingresso di manager privi di esperienza specifica sulla rete. Una scelta che gli avrebbe consentito di mantenere saldamente nelle proprie mani la guida dell’azienda, senza contrappesi tecnici interni abbastanza forti da contestarne le decisioni. In quest’ottica si spiegherebbe anche il sostegno di Sarmi alla candidatura di Marco Nespolo.

Chi spinge per la nomina dell’ad di Fedrigoni
Per la successione, Kkr avrebbe individuato proprio Nespolo, amministratore delegato delle Cartiere Fedrigoni, controllate da Bain Capital. Fedrigoni produce carte speciali ed etichette di alta gamma, soprattutto per il settore vinicolo: un profilo industriale, sostengono in Kkr, abituato a gestire contesti complessi, ma certamente più familiare con l’umidità delle cantine che con i guasti nelle centraline. La spinta più forte a favore di Nespolo arriverebbe dall’interno dello stesso fondo, in particolare da James Gordon, che ha seguito l’operazione FiberCop fin dalle origini, e dal suo diretto superiore Mattia Caprioli, a capo di Kkr per l’Europa. Gordon è stato anche compagno di master di Nespolo, un rapporto che non sarebbe stato estraneo alla scelta del manager di Fedrigoni. La cui candidatura, però, non convince i soci di minoranza: Adia, il fondo sovrano di Abu Dhabi che possiede il 17,5 per cento, e soprattutto il Mef, titolare del 15,93 per cento, che pur non potendo imporre un proprio candidato ha fatto sapere di non gradire quello scelto da Kkr.

La rosa di candidati scartati
L’obiezione principale è semplice: Nespolo ha guidato una realtà industriale di dimensioni assai più contenute, mai un gruppo da 10 mila dipendenti diretti e 30 mila esterni come FiberCop. Ma Gordon non vuole sentire ragioni: la scelta, ribadisce, spetta per statuto a Kkr e il fondo l’ha fatta dopo aver passato al setaccio una rosa iniziale di 20 profili e ristretto progressivamente la short list. Sono stati scartati, secondo indiscrezioni, nomi più noti come Stefano Donnarumma, che avrebbe guardato con interesse a FiberCop prima di essere allontanato da Ferrovie dello Stato; Marco Patuano, dato in cerca di un rientro in Italia dopo l’esperienza in Cellnex in Spagna, e Paolo Bertoluzzo, ex ad di Nexi, il cui nome, secondo alcuni fondi, resterebbe legato all’andamento non brillante del titolo durante il suo mandato. Alla fine, da una rosa di 20 manager industriali, alcuni dei quali con esperienza nelle telecomunicazioni, Kkr avrebbe scelto proprio chi di telecomunicazioni non si è mai occupato. Un paradosso che nel settore in pochi riescono a spiegarsi.

I due profili ancora in corsa
Eppure, nonostante Kkr consideri la partita chiusa, oltre a Nespolo restano in corsa due profili di segno opposto. Il primo è quello di Paolo Gallo, amministratore delegato di Italgas dal 2016, con un passato in Grandi Stazioni e Acea e sostenuto da Caltagirone. Da tempo Gallo cercherebbe una via d’uscita da Italgas, dove siede al vertice ormai da nove anni, e un approdo a FiberCop libererebbe una poltrona assai ambita nel giro delle nomine pubbliche.

Il secondo è quello di Stefano Siragusa, consigliere di Tim, ex vicedirettore generale del gruppo e per anni responsabile della rete fissa. Fu lui, su mandato dell’allora amministratore delegato Luigi Gubitosi, a ristrutturare la rete dell’ex monopolista e a disegnare l’architettura che avrebbe poi dato vita a FiberCop. Lasciò Tim perché contrario alla vendita della rete: avrebbe preferito la creazione di una rete unica sotto la guida di Cdp, con Kkr e Macquarie nel ruolo di soci di minoranza.

La contromossa di Kkr: la poltrona a Soro
Di fronte alle resistenze del Mef sulla nomina di Nespolo, che Kkr considera chiusa e definitiva già dal 30 luglio, il fondo avrebbe deciso di giocare su un altro tavolo: offrire al direttore generale del Tesoro, Francesco Soro, la presidenza di FiberCop quando il mandato di Sarmi arriverà a scadenza, nella primavera del 2027. Una contropartita istituzionale prima ancora che manageriale: la presidenza a un uomo del Tesoro per ammorbidire la linea del ministero sulla scelta dell’amministratore delegato e far digerire al Mef un nome, quello di Nespolo, che a Roma non è mai davvero piaciuto.

L’ombra di Grilli potrebbe accelerare il progetto rete unica
Ma c’è un altro nome che, nei conciliaboli fioriti attorno alla partita FiberCop, torna con crescente insistenza: Vittorio Grilli. Ex ministro dell’Economia, prima in JpMorgan e oggi presidente di Mediobanca, Grilli è stato tra i principali interlocutori italiani nella trattativa che nel 2023 ha portato Kkr a rilevare la rete da Tim. Un dossier sul quale, insieme al capo di gabinetto di Palazzo Chigi Gaetano Caputi, ha lavorato a stretto contatto con i vertici del Mef, imparando a conoscere uomini e stanze del Tesoro meglio di molti altri. Oggi Grilli veste anche i panni di advisor dello stesso fondo americano, dopo essere stato dall’altra parte del tavolo come consulente della componente pubblica. Una posizione che lo colloca in un punto di osservazione privilegiato proprio mentre Kkr cerca di smussare le resistenze del Mef sulla successione a Sarmi. Ed è qui che riemerge un’ipotesi mai del tutto tramontata: quella della rete unica, con la componente pubblica, Cdp in testa, chiamata ad assumere un ruolo più incisivo e Kkr e Macquarie ridotti a soci finanziari di minoranza. Un disegno che, qualora Grilli decidesse di spendere il proprio credito istituzionale in questa direzione, troverebbe in lui un interlocutore tutt’altro che marginale presso il Tesoro.

Poste, il convitato di pietra
Sullo sfondo resta infine un attore che sul dossier non ha ancora parlato, ma che osserva la partita con attenzione crescente: Poste Italiane. L’obiettivo dichiarato di Matteo Del Fante e del condirettore generale Giuseppe Lasco è la digitalizzazione del Paese, un mandato che difficilmente può prescindere dall’infrastruttura sulla quale quella digitalizzazione poggia. Resta da capire chi, tra i tre nomi superstiti, riuscirà davvero a portare Kkr e Mef a un’intesa. Nel frattempo, mentre il totonomi si consuma tra Roma, Milano e New York, molti nel settore sono ancora in ferie. E c’è chi scommette che qualcuno, in questi giorni, stia sorseggiando un calice con addosso proprio un’etichetta Fedrigoni, senza immaginare che Kkr vorrebbe mettere chi la produce sulla poltrona più importante di FiberCop.

