Luigi Snichelotto
Rifletto questa mattina su un aspetto che ci coinvolge tutti, indistintamente dal ruolo sociale, lavorativo, culturale o ideologico che ci sia toccato in sorte o che abbiamo curato e sviluppato nell’avvio della nostra preparazione alla vita. Un ruolo che deriva anche dalla famiglia di provenienza, dalla nostra storia personale e dalla conseguente collocazione nella stratificazione della società, del territorio o della nazione cui apparteniamo. Domande molto impegnative, al risveglio mattutino, lo ammetto: proprio l’ora in cui mi piace soffermarmi a riflettere e magari scrivere qualche pezzo su questa testata giornalistica che ci ospita. Certo, uno dei primi gesti che ci piace e forse dobbiamo fare, è quello di cercare, tra le lenzuola, il telecomando lasciato la sera precedente nell’oblio del sopraggiunto sonno, trasportato dai movimenti del corpo tra coperte e cuscini, se non addirittura caduto sul pavimento, più o meno lontano da dove era stato abbandonato. Avrà vagato sul talamo, sollecitato, nel suo spostamento, dalle inquietudini che ci avranno pervaso nella fase REM del nostro sonno, dopo essere sfuggito alla naturale presa della mano. Orbene, finalmente clicchiamo il tasto power e si apre la connessione con il nostro mondo, mentre comincia la “zappettata” sui tasti dei programmi. Di mattina presto, chi la frequenti sa che c’è soprattutto il ribattuto delle news immediatamente precedenti alla chiusura del giorno trascorso, a meno che non ci sia qualche notizia topica dell’ultima ora meritevole di lancio immediato. Si consideri che i giornali avranno chiuso l’impaginazione la sera, a tarda ora e le redazioni saranno in stand by, in attesa della ripartenza mattutina. Forse soltanto pochi giornalisti, di norma i più giovani, saranno rimasti allertati in caso di novità da macinare nel circuito con priorità sulla notizia. In tutto questo bailamme dobbiamo cercare, nella nostra veste di lettori, la notizia che più ci potrebbe interessare e coinvolgere. E qui si apre un mondo. Ciascuno di noi è strutturato secondo la propria formazione e il proprio orientamento familiare, l’educazione intrinseca e quella progressivamente acquisita attraverso gli studi, le vocazioni, le passioni e le esperienze. Tutto ciò determina una quasi infinita varietà di tendenze umane, psicologiche, politiche, economiche, passionali e chi più ne ha più ne metta, in termini di senno oppure d’intelligenza! Nel contempo, noi cittadini d’Europa abbiamo l’agio e la fortuna, nonostante tutto, di vivere ancora in una parte del mondo nella quale il concetto e la sostanza della libertà vigono sovrani, seppure talvolta coinvolti in qualche tentativo di cambiamento, soprattutto nei periodi più “agitati” del normale scorrere dei nostri destini. La storia è sempre lì, guardinga, a ricordarcelo, anche se la maggior parte di noi sembra dimenticare quanto accaduto pochi anni fa e, andando più indietro, praticamente in quasi tutti i secoli trascorsi. Ma il punto, manco a dirlo, non è parlare dello stato attuale delle cose o fare pistolotti ideologici o comportamentali sul singolo o su gruppi di cittadini. È invece quello di riflettere sul concetto dell’omologazione tra i cittadini e le regioni geograficamente e storicamente formatesi, ciascuna con i propri caratteri, le proprie peculiarità economiche, culturali e storiche, i propri usi e costumi. Penso sia giunto il momento di soffermarci maggiormente su questi aspetti, perché chi, come me e come tanti altri, abbia avuto la possibilità di viaggiare per il mondo, per lavoro o turismo, in forma più o meno continuativa nel tempo, si rende conto che, nonostante il rodaggio dei passati decenni e i relativi tentativi e sforzi dei tanti governi verso una possibile omologazione di caratteri e stili di vita, tra i 27 Stati dell’Unione, forse nell’aspirazione a creare qualcosa che possa ricordare un modello simile agli Stati Uniti, restano differenze profonde. Mi dispiace dirlo, avendo gustato personalmente la possibilità di viaggiare nel nostro continente sentendomi a casa in Francia, Spagna e Portogallo a ovest, così come in Austria, Germania e Scandinavia a nord, fino agli Stati dell’Est, altra grande culla della nostra civiltà europea. E mi emoziono, nell’orgoglio di essere cittadino italiano ed europeo. Ho, però, la sensazione che, nonostante gli sforzi messi in campo negli ultimi decenni, la turbolenza mondiale del riposizionamento auspicato o imposto, in qualche maniera, dai grandi Stati del mondo — si tratterebbe, alla fine, di pochi leader e di alcuni altri ad essi collegati — ci stia lentamente e inesorabilmente facendo scivolare verso una deriva che sembrerebbe, per certi versi, la fotocopia di quanto già avvenuto nei secoli scorsi. Purtroppo, questa sensazione non mi coglie per la prima volta. Dovrei averne già parlato in precedenza e mi scuso nel riproporre il tema, ma sono preoccupato, non personalmente, quanto per la nostra collettività e per le possibili conseguenze e variabili che potrebbero innescarsi in un mondo completamente interconnesso e interdipendente. Le nuove tensioni intorno al petrolio, ai vari stretti navali in discussione, alle fonti energetiche ed ai relativi possessori; i potenti agglomerati industriali internazionali di prodotti, servizi e finanza: tutto questo scenario, unito a un tasso di concentrazione del potere forse mai così elevato nella storia recente, mi induce a domandarmi: dove ci stiamo andando a cacciare? Se poi aggiungiamo lo stato sociale interno delle nostre nazioni, in cui il bollettino quotidiano delle news ci consegna uno scenario di violenze e aggressività spesso completamente ingiustificate, sembra emergere un tasso di violenza che riduce costantemente il valore della vita umana e il rispetto delle persone e delle cose. E non si comprende perché la politica, non soltanto quella italiana ma anche quella dei leader europei, non riesca a mettere in campo una strategia comune di miglioramento dello scenario generale di convivenza e progresso, invece di mostrarci una “querelle” continua e costante di cui, veramente, non se ne può più! Poi ci lamentiamo che la percentuale dei votanti si assottigli costantemente. Io, comunque, cerco di non rinunciare mai al nostro diritto di esprimerci. Ma, al di là dei vari orientamenti e delle strategie dei nostri politici nostrani ed europei, sembra talvolta che il siparietto sia sempre lo stesso: in nome della democrazia si finisce persino con l’abusare delle nostre libertà e chi riesca a sedersi all’apice di organizzazioni politiche, economiche, sociali, imprenditoriali e così via sembra, alla fine, dedicarsi troppo spesso alla caccia al dissenziente, alla mente pensante, a colui il quale — non troppo frequente, purtroppo — pensi prima alla propria collettività che ai propri interessi personali. Una popolazione indipendente nel giudizio, ritengo, ancora esigua nel numero rispetto alla corale comune del consenso: comportamento prevalente e certamente più comodo, che permette di ripararsi sotto il pelo dell’acqua rispetto a chi possa e voglia dire la sua. Quest’ultimo, nel momento stesso in cui si pronuncia, rende palese il proprio pensiero divergente e rischia di essere collocato nella definitiva posizione del dissenziente: colui che deve essere estromesso perché considerato pericoloso, potenzialmente un “ribelle sociale”, un non allineato. Ritengo, come ho già trattato in altri pezzi, che questo sia uno dei maggiori tassi di pericolosità che rischia la società attuale. Non a caso, il paradosso della libertà e il delicato rapporto tra libertà e democrazia hanno richiamato, nel tempo, analisi e riflessioni di grandi filosofi politici come Karl Popper, il quale sostiene che un utilizzo illimitato della libertà, o una sua funzione distorta, possa finire per attentare allo stesso sistema democratico, con gravissime conseguenze. Nel 1945, alla fine del secondo conflitto mondiale, guarda caso, pubblica “La società aperta e i suoi nemici”, affrontando anche il celebre paradosso della tolleranza: una tolleranza illimitata può, in determinate condizioni, permettere all’intolleranza di prevalere e arrivare a distruggere la stessa società tollerante. In sintesi, si parla di una libertà assoluta, senza limiti o freni, che potrebbe persino generare chi voglia, nel proprio intento, annientarla. Casi, nella storia anche recente, se ne sono visti, incluse le conseguenze drammatiche vissute dal mondo. Alla fine si potrebbe giungere alla situazione più paradossale: l’autodistruzione della libertà attraverso la libertà stessa. Quindi, apparirà paradossale, ma per conservare uno scenario democratico fruibile da tutti i cittadini, una nazione che voglia difendere il proprio status democratico dovrà necessariamente possedere anche gli strumenti per contrastare eventuali pulsioni intolleranti o apertamente avverse alle regole della libertà. Ma proprio qui si apre un problema altrettanto delicato: tali strumenti dovranno essere definiti con la massima precisione, regolati dal diritto, proporzionati e controllabili democraticamente, affinché la difesa della libertà non possa trasformarsi, essa stessa, in arbitraria limitazione della libertà. Infine vorrei segnalare, sommessamente, che sbaglieremmo se considerassimo questi temi esclusivamente d’attualità o propri di questo particolare periodo storico. Non è uno scenario nato oggi o negli ultimi decenni. In realtà è un tema antico quasi quanto la storia della nostra società strutturata e organizzata in “forma Stato”. Basti pensare a Platone che, nel libro VIII de “La Repubblica”, richiama il rischio che la democrazia possa portare in sé il seme del proprio annientamento quando l’eccesso di libertà finisca per preparare il terreno al suo contrario. Così come, molti secoli dopo, Alexis de Tocqueville che, ne “La democrazia in America” (1835-1840), riflette sul conformismo sociale, sulla “tirannia della maggioranza” e sul rischio della progressiva perdita del pluralismo. E allora, dopo tanti secoli, la domanda sembra restare ancora davanti a noi. Si potrebbe affermare che il paradosso della libertà, quando essa finisce per mettere a rischio la stessa democrazia che la garantisce, sia profondamente legato alla natura umana?
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