Per oltre 20 anni è stato uno dei grandi compromessi del capitalismo cinese. Mentre Pechino imponeva alcuni dei controlli più rigidi al mondo sui capitali, una parte consistente della ricchezza prodotta dai suoi imprenditori prendeva la strada delle Isole Cayman, delle British Virgin Islands o di Hong Kong. Per usare una formula nota in Italia, la pacchia è finita. Perché quella stagione sembra arrivata al capolinea.
Così cambia il rapporto tra Partito comunista e capitale privato
Con le nuove regole sulla tassazione dei trust offshore, il rafforzamento dei controlli fiscali e l’obbligo di maggiore trasparenza sui patrimoni detenuti all’estero, Xi Jinping ha chiuso una delle zone grigie che hanno accompagnato l’ascesa economica della Cina. Il messaggio è semplice: la ricchezza privata non può più svilupparsi al di fuori del perimetro di controllo dello Stato. Non si tratta soltanto di recuperare gettito fiscale. La stretta racconta soprattutto l’evoluzione del rapporto tra Partito comunista e capitale privato nell’era di Xi.

Le eccezioni che Pechino non vuole più accettare
Quando Deng Xiaoping, una delle massime autorità politiche cinesi dagli Anni 70 agli Anni 90 e sostenitore della liberalizzazione economica, invitava a «lasciare che alcune persone si arricchissero per prime», la priorità era costruire una nuova classe imprenditoriale capace di modernizzare il Paese. Per raggiungere l’obiettivo, Pechino accettò numerose eccezioni. Le strutture offshore erano una di queste. Holding registrate alle Cayman consentivano alle società cinesi di quotarsi sui mercati internazionali, raccogliere capitali stranieri e creare campioni nazionali nei settori della tecnologia, dell’immobiliare e della manifattura. Fondatori e primi investitori accumulavano così patrimoni in valuta estera, spesso custoditi fuori dalla Cina continentale.

Quel modello ha accompagnato il ventennio di crescita più spettacolare della storia economica cinese. Ma oggi le priorità sono cambiate. La leadership di Xi Jinping considera sicurezza economica, monitoraggio dei flussi finanziari e stabilità politica elementi inseparabili. In questa visione, lasciare che enormi patrimoni restino schermati da trust offshore o società registrate nei paradisi fiscali rappresenta un’anomalia che il Partito non è più disposto a tollerare.
Le mani sui redditi prodotti dai trust offshore
Le nuove norme chiariscono un principio destinato ad avere effetti ben oltre il fisco. I redditi prodotti dai trust offshore costituiti da residenti cinesi entreranno nell’ambito della tassazione nazionale. I proventi derivanti dalle quotazioni o dalla vendita di partecipazioni all’estero dovranno essere ricondotti all’interno del sistema di controllo cinese, pagando le imposte dovute e seguendo procedure autorizzative per eventuali nuovi investimenti fuori dal Paese.

In altre parole, Pechino non vieta la ricchezza privata né chiude le porte ai mercati internazionali. Pretende però che ogni passaggio sia visibile. È una differenza sostanziale: la crescita resta importante, ma non può più prescindere dalla politica.
La parabola del fondatore di Evergrande
Non si tratta in realtà di una svolta improvvisa. Già negli anni scorsi c’erano stati diversi segnali in tal senso, a partire dalla parabola di Xu Jiayin, conosciuto a Hong Kong come Hui Ka Yan, fondatore di Evergrande. La sua storia coincide quasi perfettamente con quella del capitalismo cinese nato dopo le riforme di Deng Xiaoping. Arrivato a Shenzhen nei primi Anni 90, nel pieno della stagione delle aperture economiche, costruì in pochi decenni il più grande gruppo immobiliare privato del Paese, finanziando una crescita senza precedenti attraverso il debito. La quotazione a Hong Kong gli ha permesso di raccogliere miliardi di dollari e di diventare prima l’uomo più ricco della Cina e poi dell’Asia.

Ma Xu, oltre a essere il simbolo dell’imprenditore di successo, è diventato anche l’emblema di una ricchezza ostentata. Jet privato, yacht da decine di milioni di dollari, investimenti nel calcio con il Guangzhou Evergrande di Marcello Lippi e Fabio Cannavaro: tutto ciò che negli anni dell’espansione sembrava incarnare il trionfo del nuovo capitalismo cinese.

Ora la narrazione è quella della «prosperità comune»
Dopo il Covid-19, che oltre a peggiorare la crisi dell’immobiliare ha rallentato l’economia nazionale, l’ostentazione della ricchezza è entrata in collisione con la narrazione della «prosperità comune». La caduta di Evergrande, provocata anche dalla stretta sul credito voluta da Pechino, ha assunto così un valore che è andato oltre il settore immobiliare, segnando la fine dell’epoca in cui accumulare ricchezza e mostrarla pubblicamente era la dimostrazione del successo del modello cinese.
Colpiti anche gli influencer che esibivano il lusso
Non è un caso che negli stessi anni il Partito abbia colpito anche gli influencer che esibivano il lusso sui social, trasformando la sobrietà in una virtù politica oltre che morale. La stretta sui trust offshore si inserisce nella stessa traiettoria che ha visto il ridimensionamento dei colossi tecnologici, la crisi pilotata dell’immobiliare, la campagna sulla prosperità comune e il rafforzamento della supervisione sui movimenti di capitale. Xi sta costruendo un modello in cui il mercato continua a essere uno strumento dello sviluppo nazionale, ma perde progressivamente gli spazi di autonomia conquistati durante i decenni della riforma e apertura.
Capitali sempre più tracciabili e regolati
La ricchezza privata resta legittima, purché rimanga funzionale agli obiettivi strategici dello Stato. Questa trasformazione riguarda inevitabilmente anche Hong Kong. La città continuerà a essere il principale ponte finanziario tra Cina e mercati globali, a patto di una maggiore supervisione di Pechino. I capitali potranno continuare a transitare, utilizzando però percorsi sempre più tracciabili e regolati. A lungo, il capitalismo cinese ha convissuto con vaste zone d’ombra, tollerate perché alimentavano crescita e investimenti. Adesso quelle zone vengono progressivamente illuminate.
