Perché il ritorno di Salvini al Viminale rischia di restare uno slogan

Romanzo Viminale parte 2. Tutto ha inizio il 20 dicembre 2024, quando il Tribunale di Palermo assolve Matteo Salvini dalle accuse di sequestro di persona aggravato e rifiuto di atti d’ufficio in relazione al blocco della nave Open Arms a inizio agosto 2019. Si tratta di una delle azioni più eclatanti compiute da quando è ministro dell’Interno del governo Lega-M5s. La sentenza di assoluzione, poi confermata in Cassazione a fine 2025, è piena perché, secondo i giudici, «il fatto non sussiste». Dopo il sollievo (Salvini rischiava fino a 15 anni di carcere) e la gioia condivisa con l’avvocato Giulia Bongiorno, le parole d’ordine sulle labbra di ogni leghista che si rispetti diventano «ritorno al Viminale». Sanata quella ferita – con la nomina bloccata per il processo in corso (non avrebbe avuto l’avvallo del Colle) – per via Bellerio la strada del segretario verso il ministero dell’Interno sembra spianata.

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Matteo Salvini con l’avvocato Giulia Bongiorno (Ansa).

I quattro tentativi falliti per tornare al Viminale

Ma Giorgia Meloni non vuole sentir parlare di rimpasti e tutto evapora in pochi giorni. Così come si esaurisce in un soffio l’altra spinta propulsiva fatta lanciare da Salvini ai suoi durante il congresso federale che lo ha confermato per altri quattro anni (con mandato esteso di un anno) alla guida del partito. Ad aprile 2025 basta un breve confronto con Meloni e l’altro vicepremier, Antonio Tajani, per seppellire la pretesa leghista. Alla delusione segue una nuova richiesta, forse l’unica che avrebbe potuto realmente andare a buon fine, poco prima della scelta delle candidature per le Regionali in Campania dell’autunno 2025. A un certo punto, sembra che Matteo Piantedosi possa correre come candidato del centrodestra nella sua Regione d’origine. Ma niente: il ‘prefetto d’Italia’ riesce a rimanere saldo al suo posto (sopravvissuto anche al gossip della presunta relazione con Claudia Conte). E i desiderata leghisti sono nuovamente sopiti.

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Matteo Salvini e Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).

L’ultima tentazione per salvare Pontida 2026

Si arriva a queste ultime settimane di grande crisi della leadership salviniana: le liti tra “nordisti” e “sudisti” al federale del 10 giugno, il patto per una cogestione con Luca Zaia saltato in extremis, il raduno convocato, poi posticipato e infine annullato. Con il sorpasso del partito di Roberto Vannacci e gli striscioni di contestazione al segretario, come si arriva al raduno Pontida del 20 settembre? L’ultima volta che Salvini ha solcato il ‘sacro prato’ è stata lo scorso marzo, al termine del funerale di Umberto Bossi, quando un militante lo contesta gridando: «Ridacci la Lega», attirandosi gli insulti della fidanzata del capo, Francesca Verdini. Per questo è necessario arrivare sul pratone con un’idea salvifica. Ed è così che nelle settimane scorse torna l’eterna proposta, il sequel del tormentone Ritorno al Viminale. Salvini ne parla ai fedelissimi in diverse occasioni: la sua amica «Gio», come chiama Meloni, si sarebbe convinta, avrebbe dato l’ok per l’annuncio a Pontida solo dopo aver scavallato il record del governo più longevo della storia repubblicana a inizio mese. Addirittura si sarebbe trovata una collocazione degna per Matteo Piantedosi, una nomina europea sulla sicurezza. Ma la versione del segretario leghista non trova riscontro in via della Scrofa.

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Matteo Salvini ai funerali di Umberto Bossi (Ansa).

Gli ostacoli all’ambizione di Salvini

In primo luogo, per un’operazione di questo tipo, servirebbe il via libera di Sergio Mattarella. E avere – si ragiona dalle parti di FdI – la certezza che il capo dello Stato non rimandi tutto alle Camere e pretenda che l’esecutivo chieda la fiducia. A quel punto, è il pensiero dei meloniani, Giorgia forse preferirebbe chiedere la fiducia agli elettori piuttosto che quella del parlamento. Poi bisognerebbe superare le ostilità di Forza Italia, che pretenderebbe una compensazione adeguata, in un momento in cui i rapporti con gli azzurri sono già abbastanza tesi per le divisioni nel partito sull’introduzione delle preferenze alla legge elettorale. Dalle parti del centrodestra poi non si ritiene che Mattarella sia così propenso a cambiare il ministro dell’Interno a sei mesi dal voto (le Politiche potrebbero tenersi in anticipo ad aprile 2027). Un periodo così ridotto forse non basterebbe neanche a Salvini per riambientarsi. Vero, in politica tutto è possibile, ma a guardarlo da tutte le angolazioni, quello del Viminale salviniano non è un film che si può girare in questa legislatura. E per la prossima bisognerà vedere i numeri e le pretese. Perché, se si dovesse fare l’accordo con Vannacci, sarà forse il generale al pretendere un ministero di peso. E sarà forse allora che assisteremmo al vero ‘romanzo Viminale’.

Perché il ritorno di Salvini al Viminale rischia di restare uno slogan
Giorgia Meloni con Matteo Salvini (Imagoeconomica).