Riccardo Muti alla guida del futuro

Olga Chieffi

“Cavallo giovane, cavaliere esperto” recita un vecchio adagio appartenente agli uomini di cavalli, detti antichi che raramente tradiscono. Stasera, infatti, alle ore 21, le luci si accenderanno su Riccardo Muti e sull’ l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, da lui stesso fondata che ospiterà a leggio le eccellenze dei Conservatori di Salerno, Napoli, Avellino e Benevento, nell’anfiteatro di Pompei, in cui prende vita il progetto di affidare la grande tradizione musicale del Paese alle nuove generazioni e inserirla in spazi che ne rappresentano in modo emblematico l’identità. Il programma musicale riflette pienamente questo percorso. Riccardo Muti ha scelto, infatti, di portare fuori dai teatri il grande repertorio sinfonico-operistico italiano: Giuseppe Verdi apre e chiude idealmente i concerti con le ouverture dal Nabucco e dalla Forza del destino. Al centro si collocano gli Intermezzi da Manon Lescaut di Giacomo Puccini, da Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni e da Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, affiancati dall’Ouverture del Guglielmo Tell di Gioachino Rossini e da Contemplazione di Alfredo Catalani, insieme alla suite dal Gattopardo di Nino Rota. «Il mio invito è rivolto all’Italia più bella, perché riempia i suoi luoghi storici e li viva attraverso la cultura», afferma Riccardo Muti. «Ho voluto che i musicisti della mia Orchestra Giovanile Luigi Cherubini lavorassero fianco a fianco con gli studenti dei Conservatori, senza distinzioni, perché la musica si impara soprattutto condividendo. Suonare insieme significa ascoltarsi, rispettarsi, assumersi una responsabilità comune. Abbiamo scelto pagine di compositori chehanno dato all’Italia una voce riconoscibile nel mondo. Verdi, Puccini, Rossini, Mascagni, Leoncavallo, Rota, Catalani non sono soltanto grandi nomi della nostra storia musicale: sono parte di una civiltà che ha saputo esprimere bellezza, pensiero e profondità. Questa musica ci ricorda che l’Italia ha avuto, e può continuare ad avere, un ruolo fondamentale nella costruzione di una coscienza culturale condivisa. La cultura non deve essere riservata a pochi, ma appartiene a tutti. I giovani sono i primi depositari di questo patrimonio e hanno il compito di custodirlo con serietà e passione. Credere nella musica, oggi, significa credere nel futuro del nostro Paese». La serata verrà inaugurata con l’Ouverture del Nabucco di Giuseppe Verdi Sarà la sinfonia del Nabucco a inaugurare la serata. E’ questa una sinfonia alla tedesca, enuclea, cioè, i temi dell’opera che il compositore ha ritenuto più efficaci nel tessuto del racconto: la maledizione a Ismaele, la melodia del “Va’ pensiero”, il finale del primo atto e una citazione scopertamente donizettiana. Seguirà Contemplazione di Alfredo Catalani, maturo e originale è un notturno orchestrale del quale sono assoluti protagonisti i violini a cui è affidato un tema di carattere lirico definito come una melodia lunga lunga lunga di quelle che per l’amplissimo respiro Verdi elogiava caldamente nel Bellini. Dopo una sezione centrale di carattere leggermente contrastante i violini riprendono il tema iniziale disegnando, alla fine del brano, un episodio di pura estasi. Riccardo Muti, poi, donerà la sua interpretazione dell’Intermezzo della Manon Lescaut, che tristaneggia senza rossore e che nell’ultima pagina contiene una citazione quasi letterale del celebre “Isolde, Liebe”, nonché nel gusto delle armonie e nell’impasto dei suoni e dei timbri, segno che il Tristan und Isolde e il Die Meistersinger von Nürnberg non erano stati studiati superficialmente dall’allievo di Bazzini. Un passo indietro con l’ouverture dal Guillame Tell di Gioachino Rossini, che si sviluppa in quattro movimenti, strettamente uniti tra loro da una coerente logica narrativa. Il primo tempo, Andante, racconta la penosa situazione degli oppressi. La melodia, cantata con voce quasi umana dal violoncello, fa vibrare un anelito sconsolato a una vita migliore. Il secondo movimento, Allegro, descrive un violento temporale alpino. Nel terzo movimento, Andante, le melodie pastorali illustrano la quieta pace degli alpeggi. Rossini qui si è ispirato ai canti dei mandriani, Ranze del Vaches, intonati dalle cornamuse, affidando una suadente melodia all’oboe, finchè una squillante fanfara introduce la parte finale della Sinfonia, con l’attacco dell’irruento Allegro vivace, che ci travolgerà con il suo Galop irrefrenabile, impetuoso e liberatorio. Il nome di Nino Rota è universalmente legato alla ricchissima produzione di musica da film, che lo ha reso uno dei più popolari ed amati compositori italiani del nostro secolo. Oltre centoquaranta le pellicole delle quali Rota ha firmato la colonna sonora. Meno conosciuta, invece la produzione non filmica del compositore milanese, peraltro assai vasta ed estremamente variegata dal punto di vista dei generi, dal balletto alla musica sacra, dall’opera teatrale, alla letteratura cameristica, dai pezzi facili per l’infanzia alla produzione di musica sinfonica o per strumento solista e orchestra. Da quando il cinema è divenuto sonoro, dal 1927, la questione dei rapporti, o meglio delle interrelazioni con la musica, sia come “supporto” delle immagini, sia come elemento di congiunzione semantica delle immagini stesse, montate tra di loro secondo determinati percorsi drammaturgici e narrativi, ha costituito uno dei temi ricorrenti della produzione e della realizzazione dei film, e più ancora della loro fruizione da parte del pubblico, soprattutto sul piano pratico, ma anche, a volte su quello teorico. Nino Rota è uno dei massimi rappresentanti e tra i più amati compositori per musica da film, tanto che nel 1999 Mario Monicelli gli ha reso omaggio con un documentario, “L’amico magico: il maestro Nino Rota”. La sua produzione pianistica, cameristica, sinfonica si fece apprezzare per il delicato fluire musicale, talvolta ingiustamente scambiato per semplicismo, lontano da ogni vezzo avanguardistico, ma nemmeno inconsapevole della lezione novecentesca di Igor Stravinskij, Erik Satie e Kurt Weill. Nino Rota trasferì queste stesse ragioni estetiche nel cinema con una prolificità sorprendente (compose oltre centocinquanta colonne sonore) e risultati mai corrivi, bensì, al contrario, sospesi in un’aerea grazia, che divenne l’ inconfondibile cifra rotiana. Ascolteremo, una suite da Il Gattopardo, di Luchino Visconti meraviglia cinematografica da ogni punto di vista, datato 1963. Il regista per questa pellicola chiese una sinfonia originale che contenesse i temi principali del film. Alla fine, scelta cadde su vecchie composizioni del musicista, che raccontando diversi momenti della storia ne rimarcavano l’atmosfera e lo spessore delle immagini. Ma chi può dimenticare la scena del valzer? Seguirà l’Intermezzo di Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni, con i diversi movimenti dei temi contrastanti, i modi arcaici evocativi delle melodie, i temperamenti offerti dallo scivolìo cromatico, i colori chiari della natura, rispecchianti quelli della fatalità amorosa e gli oscuri pugni dei bassi che muovono il sangue, una pagina, questa, che si espande rinforzando, ondeggiando, come il vento e gli stessi sentimenti umani, che fluttuano per i loro ciechi labirinti. Si completa il celebre dittico con l’Intermezzo di Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, che riprende i temi melodici del Prologo dell’opera. Arriva subito dopo la celebre aria “Vesti la giubba” (Ridi, pagliaccio), una pagina che separa nettamente la scoperta del tradimento dalla messa in scena della farsa teatrale che si trasformerà in tragedia reale. Finale con il ritorno a Verdi e la sua opera innominabile, la sinfonia de’ “La forza del destino”, caratterizzata dai suoi tre accordi iniziali, secchi, che ribadiscono la tonica, simbolo del destino funesto che si abbatterà su Leonora, il tema sinistro e inquieto della maledizione, intrecciato con la melodia del duetto tenore-baritono dell’ultimo atto, sino alla conclusione non drammatica, con il tema di Leonora riproposto nel contesto di una scrittura orchestrale brillante.

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